Alla principessa vengono i sudori freddi (XXVII)

di Valentino Crepa – illustrazioni di Tito Ponzi
Da venerdì a domenica, quello di Dadomo alla rocca fu un tranquillo weekend lungo e senza paura. In quei tre giorni non accadde nulla che richiedesse il suo intervento. I giornalisti si stancarono subito e se ne andarono prima del previsto. I piccoli risparmiatori non assediarono il maniero per la banalissima ragione che una volta tanto non erano stati raggirati. L’imbroglio finanziario aveva solo due protagonisti, una giovane pescecane bresciano, subito messo sotto chiave, e quell’allocco del principe. Sempre irreperibile. L’arresto del presunto omicida del presunto sicario non abbisognò di tante ricerche. Natale Bussolotti era in casa. Stava guardando il bollettino meteorologico alla tv quando il capitano dei carabinieri di Casalmaggiore, scortato da una dozzina di uomini con il giubbetto antiproiettile, bussò alla sua porta. Non oppose resistenza. Aveva un alibi per tutte le date, lo rilasciarono dopo poco senza incriminarlo. Quando gli chiesero se aveva mai avuto una fionda si mise a ridere. E negò. Dalla perquisizione della casa non saltarono fuori fionde né altre armi proprie o improprie. Quell’appartamento era più spoglio e impersonale della camera di un albergo a due stelle.
Il tribunale fece pignorare la rocca e nominò un amministratore per i beni del principe. Alla principessa fu concesso l’uso della casetta del custode con i mobili necessari a vivere. Espulso per legge dalla camera degli ospiti nella quale aveva dormito una sola notte, Dadomo dovette alloggiare sotto lo stesso tetto dell’ex padrona di casa. L’intimità forzata lo imbarazzava. Usciva presto al mattino, gironzolava per il parco, faceva il giro della rocca come un qualsiasi guardiano, studiava i quadri, i mobili, a volte osava sfilare qualche antico tomo dagli scaffali della biblioteca dove nessuno aveva messo più le mani da almeno un paio di secoli, ma quando si accorse che i libri gli si sbriciolavano tra le dita, lasciò perdere. Erano tutti beni sotto sequestro. Rincasava solo per dormire.
Vagava per il paese, dove ormai lo chiamavano «il nuovo portinaio». Faceva un lungo giro per non passare davanti alla bottega dei genitori di Ornella. Una volta che vide in lontananza l’aspirante giornalista, infilò un vicolo per non incontrarla. La Gazzetta, adesso che l’aristocrazia era tornata d’attualità, aveva pubblicato il suo articolo sulla liaison tra Bianchina e il feudatario di Torrechiara per far vedere che i nobili non erano fatti tutti della stessa pasta. Quelli di una volta sì che erano dei veri nobili. Prima che ridursi a briciole di mollica erano stati croste dure. L’articolo era ingombrante, ma scialbo. Gli sarebbe costato farle dei complimenti. Per questo la evitava.
Una sera, rincasando a testa bassa, l’investigatore degradato a guardaspalle per un pelo non andò a sbattere contro la principessa che lo stava aspettando in un angolo non rischiarato all’esterno della guardiola.
«Mi scusi, non l’avevo vista».
«Lo vedo bene che fa di tutto per non vedermi e non guardarmi».
«Ma che dice? È che sono molto preso».
«Preso da che cosa? Non mi racconti balle, la sua principale occupazione è sfuggirmi».
«È che non sto concludendo molto, mi sento inutile e mi pare che lei non abbia più bisogno di me. Se stasera mi salda la parcella, domani mattina me ne vado». Era domenica.
«È la nostra ultima sera, allora. Perché non ne approfittiamo per parlare un po’? Guardi che luna. Sono sola e mi sento romantica. Facciamo due passi?»
Dadomo era terrorizzato da quella proposta. Non che la nobildonna non gli piacesse, ma ne era intimidito. E poi che cosa voleva, in realtà? Quella donna non gli aveva mai dato l’idea di una che fa niente per niente. Ma non poteva rifiutare un’offerta all’apparenza così innocente solo per le sue maliziose congetture. Due passi lo avrebbero aiutato a digerire. Alla Trattoria del Cacciatore gli avevano servito una lepre all’aglio che non si era data per vinta e le tentava tutte per evadere dal suo stomaco spiccando poderosi quanto odorosi balzi. Possibile che la principessa non avesse avuto sentore del suo alito prima di uscirsene con quella bislacca proposta della passeggiata al chiaro di luna? Pensò che un sorbetto alla menta avrebbe potuto migliorare le cose.
«Vuole che andiamo a prendere un gelato?»
«Ci mancherebbe altro. Farci vedere in giro insieme non gioverebbe né alla mia né alla sua reputazione. No, camminiamo un po’ qui attorno».
Si avviarono verso il parco che, inutile dirlo, aveva alberi secolari e anfratti le cui potenziali insidie fecero rizzare i capelli in testa a Dadomo. Ma la trappola si fece attendere.
«Si ricorda che tre giorni fa mi ha parlato di quel presunto sicario… come si chiama?»
«Natale Bussolotti».
«Ecco, sì, proprio lui».
«Ebbene?»
«Ripensando alla sua descrizione, mi pare di averlo visto aggirarsi attorno alla rocca la sera del giorno in cui cadde nel fiume».
«E me lo dice solo adesso? Mi aveva detto di non conoscerlo».
«Beh, ho messo insieme il suo identikit alle foto che ho visto sul giornale. Me ne sono ricordata quando ho visto la sua foto sul giornale. Lo ha visto no, che l’hanno pubblicata due volte? Quando lo hanno ripescato e quando lo hanno collegato alla scomparsa di mio marito».
«Se posso permettermi, principessa, lei ha una memoria a scoppio ritardato».
«Ma lo sa che lo stress e la tensione possono far affiorare ricordi anche molto lontani? Deve essermi successa una cosa del genere».
«Sarà».
«Non mi crede?»
«A lei sì, alle scoperte scientifiche sulla memoria molto meno». «Facciamo che sono incredibili ma vere?»
«Facciamo che era strano ma vero».
Gli era costata una certa fatica dirle che le credeva. Perciò se l’era filata nascondendosi nel vicolo cieco di quella pessima battuta a doppio senso. Come poteva essere così fisionomista da riconoscere in una vecchia istantanea sfocata un tizio visto da lontano e per giunta di notte? E poi che cos’era tutta quella tardiva smania di rispondere a domande che non le aveva mai fatto, come se volesse fare l’inventario dei dubbi irrisolti alla vigilia del congedo? Voleva per caso istradarlo verso una falsa pista? Non gli piaceva quell’atmosfera da scrutini di fine anno scolastico. Poi ci ripensò. Poteva essere l’occasione giusta per sottoporre anche lei a un esamino.
«Perché pensa che io non sia un giornalista, ma un investigatore? Che cosa glielo fa credere?»
«Ho anch’io chi mi informa».
«Informatori o impiccioni?»
«Scherzavo. In realtà, l’ho scoperto per caso. È stato lei a darmi l’idea che l’ha tradita. Dopo la sua prima visita ho pensato che un po’ di pubblicità sui giornali non ci avrebbe fatto male. Affittiamo la rocca per banchetti e location, dunque più se ne parla meglio è. Ho telefonato al direttore della Gazzetta, che è un amico, per chiedergli di farci un po’ di pubblicità con qualche articolo. Già che c’ero, gli ho fatto il suo nome. Lui ha riso e poi mi ha gelato: ah, lo conosco bene quel ficcanaso, che cosa voleva? Gli ho chiesto spiegazioni senza metterlo in allarme e lui me le ha date. Dopo di che sono io, dottor Dadomo, a chiederle perché mio marito l’aveva assunta?»
Per quanto colto in contropiede, l’investigatore ebbe la prontezza di rispondere con la sveltezza del delinquente abituale colto in fallo. Fu il primo a stupirsi di tanta faccia tosta.
«Ora che suo marito non è più mio cliente, penso di poterglielo dire: voleva che la tenessi d’occhio, sospettava che lei lo tradisse».
Se non fosse stato per la luna che sbiancava ogni cosa, Dadomo si sarebbe accorto che la principessa era impallidita.
«E ha scoperto qualcosa?»
Dadomo fu malvagio e vago.
«Poco o niente».
«E comunque non me lo direbbe».
«Non è lei che mi paga. Se è per questo, neppure lui l’ha fatto, ma ormai la pratica è chiusa e quel che è stato, è stato. Non può più esserci inquinamento delle prove o cancellazione di quel che è successo. Dalle reazioni che suo marito avrà nei suoi confronti, lei capirà che cosa avrò scritto nel mio rapporto».
Stavano camminando in uno dei punti più isolati del parco. Da lì non si riusciva a scorgere neppure la rocca. Il traffico della strada giungeva ovattato alle loro orecchie. Nessuna voce rompeva l’incanto silenzioso della notte. Il folto degli alberi nascondeva la luna. Il luogo e l’ora erano più che mai propizi ai tranelli.
Le braccia della principessa si strinsero attorno al collo di Dadomo come una tagliola, la bocca principesca si incollò alla sua prima che lui potesse divincolarsi. Sentì un’aristocratica lingua madida di qualche sigaretta di troppo aprirsi un varco tra le sue labbra e poi tra i denti. Non osò pensare a quanto dovesse essere pestilenziale l’aria aromatizzata di aglio del suo cavo orale. Ma era stata lei ad andarselo a cercare. Evidentemente aveva le sue buone ragioni. Perciò non oppose resistenza. C’era della premeditazione in quel bacio e anche tracce di qualche caramella alla menta strong, tipo Fisherman, come se avesse messo in conto di baciare un tizio con l’alito che puzzava di lepre in umido. Quel che a lui parve il risucchio di un gargarismo a lei dovette sembrare la leccata di un piatto sporco.
Quando Dadomo si lasciò trasportare mettendo le mani un po’ in giro sul suo corpo, lei prima si strusciò, mugolò e poi si allontanò con la lentezza vischiosa della piovra che stacca le sue ventose da uno scoglie, una a una con rincrescimento. Quella donna non li mangiava gli uomini, li soffocava con la grazia del boa constrictor. Dopo essersi preso quello che aveva voluto, la nobildonna aspirò una buona boccata d’aria notturna. Lui ne approfittò per girarsi ed emettere un rutto sommesso, poco più di uno sfiato, mascherato da un colpo di tosse. Le menta lo faceva digerire. Si ritenne fortunato. Se lei si fosse immunizzata con caramelle al tamarindo, che su di lui aveva un pernicioso effetto lassativo, ci sarebbe voluto ben di più di un colpo di tosse. E addio chiaro di luna.
«E ora scriva anche questo sul suo rapporto».
«Un bacio non fa amore e men che meno tradimento».
«Allora andiamo a completare l’opera e poi mi saprà dire».
Gli sorrise, lo prese per una mano e lo attirò verso un cul de sac per il quale Dadomo non aveva approntato alcuna difesa. L’ufficiale giudiziario aveva lasciato alla principessa un letto di una piazza e mezzo. Bastò ai due per rotolarsi nel peccato senza passare dal nono comandamento. Lui non l’aveva mai desiderata. Al massimo ci aveva fatto un pensierino.
Mentre si avviavano verso la casetta del custode, Dadomo sentì un fruscio alle sue spalle. L’aria si era rinfrescata. Doveva essere un refolo di vento o un uccello notturno.
Stesa sul letto, dove era rimasta sola dopo che Dadomo era rientrato nella sua camera e si era sdraiato su di un lettuccio più adatto al suo rango, la principessa cominciò a osservare il soffitto come se volesse scrostarlo con gli occhi. Rifletteva. Aveva perso la rocca, ma le restavano la pelle e il gruzzolo che aveva messo da parte. Non aveva fatto in tempo a bloccare i disastrosi traffici finanziari del marito, ma era stata abbastanza previdente da salvare il salvabile. Non appena aveva annusato puzza di bruciato grazie alle soffiate di Filippo si era fatta intestare un conto corrente e capitali che nessuno le avrebbe portato via. Rifletté sulle sue manovre degli ultimi giorni dopo che gli avvenimenti avevano preso quella piega imprevedibile. Aveva incassato un colpo che l’aveva piegata in due, ma ora stava rimettendosi in piedi.
La mattina del giorno in cui Filippo era partito per Casalmaggiore lo aveva trascorso camminando sulle spine, benché davanti a lui avesse inscenato la consueta baldanza. Nel pomeriggio, all’ora in cui avrebbero dovuto rivedersi, le spine erano diventate braci che le abbrustolivano le piante dei piedi a fuoco lento. Non sapeva dove stare, non sapeva con chi parlare. Ed era stato al culmine di un’angoscia ormai confinante con la disperazione, che aveva ricevuto una visita inattesa che l’aveva terrorizzata. Al solo ripensarci le scorrevano rivoli di sudori freddi lungo la schiena. Continua…
(domani, 21 agosto, la ventottesima puntata)

La copertina del volume, disponibile su richiesta (illustrazione di Tito Ponzi).












