Il sicario che non parlava neanche sotto tortura (XXIV)

Pubblicato da Redazione il 17 agosto 2009 in La Fatwa delle Torta Fritta, Racconti, Satira |

24-Il sicario che non parla neanche sotto tortura

di Valentino Crepa – illustrazioni di Tito Ponzi

«E così ci lascia…»

Non era una domanda, piuttosto un’amara constatazione. «Non potevo fermarmi in eterno. Lo avrei tanto voluto, ma anch’io ho un lavoro che mi aspetta».

«Sono stati giorni intensi».

«Non lo dica a me. Giorni lunghi settimane».

«Tornerà a trovarci, vero?»

«Tutte le volte che un amico venuto da lontano cercherà un luogo per sentirsi a casa propria, lo porterò qui».

«Nessuno mi aveva mai fatto un complimento così carino. Come dice le cose lei, dottore, non le sa dire nessun altro».

Il trillo del telefonino di Dadomo impedì a lui e alla Sceriffa di essere risucchiati dai gorghi della melassa. Rispose mentre stava aprendo la portiera dell’auto. 

«Pronto. Chi è? Ah sei tu, Violettone. Mi sto togliendo dai piedi di questa brava gente. Lascio Zibello, torno a casa. Sei contento che venga a romperti le scatole a Parma? Come? Ma che cosa mi stai dicendo?» 

Di colpo smise di berciare per lasciar parlare Violaciocca. Girò attorno alla macchina tanto per fare qualcosa. Si arrestò di colpo. Cambiò espressione. La faccia gli si indurì.

«E così, adesso, tutto d’un tratto, salta fuori che ti sono utile. E io dovrei conoscerlo? Ma che cosa gli è successo? Non puoi dirmelo per telefono? Va bene, dammi una buona ragione per darti retta».

Restò in ascolto. Le ragioni dovevano essere state convincenti, se alla replica la sua resistenza si ammorbidì fino a spegnersi.

«Ho già caricato tutte le mie cose. Beh, non c’è bisogno che mi fermi ancora qui. Mi raggiungi e andiamo là insieme con la tua macchina, così lungo la strada mi spieghi quel che è successo. Poi mi riporti indietro e ognuno segue il proprio destino. Ciao. Sì, ciao. Ci vediamo».

Aveva un diavolo per capello. Odiava chi gli rovinava i suoi piani, per modesti che fossero, come tornarsene a casa. «Allora si trattiene ancora un pochetto, dottore?»

Non mollava proprio mai l’impaniatrice d’uccelli migratori. «Solo il tempo di aspettare quel guastafeste del colonnello Violacciocca. Se lo ricorda, vero?»

«Eh, come no? Un vero signore, tanto in gamba».

Senza comentare. Dadomo si avviò verso il bar, entrò e ordinò un doppio caffè alla moldava che se ne stava impettita dietro il banco.

«In tazza grande?»

«Sì, in tazza grande».

Quella ragazza era sempre più sveglia. Il locale era vuoto, ma lui si sentì osservato. No, non era vuoto. Al solito tavolo c’erano i soliti quattro, il marito della Sceriffa e i suoi tre soci, che giocavano a briscola. Le carte cadevano sul tavolo facendo un rumore che aveva già sentito: ali di piccioni che sbattevano contro i vetri nel tentativo di uscire da una finestra chiusa. Il locale non era vuoto ma era come se lo fosse. I quattro erano arredi obsoleti.

Violacciocca, grazie ai privilegi della sirena e delle corsie preferenziali, arrivò prima del previsto. Al volante, l’immenso Benessere, che Dadomo salutò come si saluta tutti i giorni un amico al bar. A Violacciocca  indirizzò solo uno stanco gesto d’intesa.

«Ciao Bene», come va?

«Bene, dottore, grazie. È lei?»

«Bene fino a che non mi ha telefonato il suo capo».

Benessere, avrebbe riso, se avesse riso anche il suo capo, che invece si astenne. Dadomo si accomodò sul sedile posteriore dell’Alfa. Violacciocca gli si mise al fianco. Sulla porta della trattoria, l’ostessa e il marito li osservavano. Si era alzato dal tavolo dei quattro amici al bar quando aveva sentito l’urlo della sirena. 

«Lo hanno arrestato?»

Lo chiese con gli occhi che gli brillavano.

«Ma che cosa dici? Vai a giocare, va’».

Se lo avessero arrestato, ci sarebbe stato un agente a calcargli una mano sulla testa, come si vede sempre nei telegiornali. Ma perché agli arrestati devono sempre schiacciare la testa per farli entrare nell’abitacolo dell’auto?

La strada per Colorno era ingombra di camion. Benessere sporse la sinistra dal finestrino è appiccicò il girofaro blu al tettuccio dell’auto. Di tanto in tanto faceva respirare la sirena. Senza esagerare, per non disturbare i due che se la contavano dietro di lui.

«Verso mezzogiorno mi è arrivata una telefonata dal comando dei carabinieri di Parma. I loro colleghi di Casalmaggiore li avevano avvertiti del ritrovamento di un cadavere nel Po».

«Che lodevole spirito di collaborazione. Ero rimasto che vi guardavate in cagnesco».

«Infatti ci hanno passato una rogna di cui avremmo fatto volentieri a meno».

«Siete già in due corpi di polizia, che aiuto posso mai darvi, io?»

«Ti ho già spiegato che devi solo riconoscere il cadavere. Ci farai risparmiare un bel po’ di tempo nelle ricerche e io ti sarò riconoscente evitandoti qualche grana giudiziaria e salvando la tua licenza di ficcanaso».

«Questo sì che è parlar chiaro, vediamo che si può fare».  «Non hai scelta».

«Ma chi è il morto?»

«Sarai tu a dirmelo».

Avendo compreso che il dialogo era terminato, Benessere azionò la sirena a tempo pieno e fece fare all’auto un balzo in avanti per riguadagnare le posizioni perdute.

Raggiunsero Casalmaggiore. Il morto si trovava all’obitorio dell’ospedale, coperto da un telo verde.

Quando l’addetto sollevò il lembo che copriva il volto del cadavere, Dadomo rimase pietrificato. Di tutte le possibilità prese in esame strada facendo, quella era l’unica che non avesse considerato. Eppure i piedi smisurati che spuntavano dal lenzuolo e l’imponenza del corpo avrebbero dovuto metterlo sull’avviso non appena era entrato in quella stanza gelida e disadorna. Non ne aveva incontrati tanti di perticoni come Filippo, da quelle parti e in quei giorni.

«Mi par di capire che lo conoscevi?»

«Sì è Filippo, il cognome non lo so, usciere, autista e tuttofare nella rocca del principe di Fontanellato. L’ho incontrato qualche giorno fa».

«Scopo?»

«Farmi annunciare al principe. Come ti ho appena detto, era il portinaio. Inevitabile passare da lui se volevi parlare con il principe».

«E gli hai parlato?»

«A chi, a Filippo?»

«No, al principe».

«Non c’era e allora ho parlato  con la principessa».

«La ragione di tutte queste frequentazioni principesche?»

«Credevo tu mi avessi portato qui per un riconoscimento, non per un interrogatario».

«Ne riparleremo».

«Ne sono persuaso».

«Ora vieni che devo mostrartene un altro».

«Di morti?»

«No, questo è vivo, anche se tace come un morto».

«Il giorno degli indovinelli, eh? Vediamo».

Risalirono in auto. Percorsero un paio di vie, superarono qualche semaforo e sobbalzarono su una decina di dossi artificiali prima di entrare nel cortile della caserma dei carabinieri. Il colonnello Violacciocca fu accolto da una sequela di sbattere di tacchi e mani tese alla visiera del berretto. Pure lì era una celebrità. Entrò nell’ufficio del comandante della stazione insieme a Dadomo. Benessere era rimasto a fumarsi una sigaretta accanto all’auto con il lampeggiante sempre in funzione.

Violacciocca e il capitano si strinsero la mano. Poi toccò a Dadomo che fu presentato come teste. Neanche una parola sulla sua professione, né quella vera né quella inventata. Se voleva, il colonnello era capace di certe delicatezze. «Signori, grazie per essere venuti, ora vi accompagno dal nostro testimone».

Il terzetto entrò in una stanza che non era né una sala d’aspetto né una camera di sicurezza. Non c’erano sbarre alla finestra sprovvista di maniglia. Non c’erano riviste sul tavolo al centro del locale e non c’erano calendari dell’Arma appesi alle pareti. Quel posto deprimente era una sorta di limbo prima che fosse decisa la sorte dell’ospite di turno. Accanto alla porta, un carabiniere aveva la funzione di scoraggiare l’occupante dall’uscire senza chiedere il permesso.

L’uomo che sedeva al tavolo al centro della stanza teneva la testa reclinata in avanti come se si fosse appisolato. Quando sentì tre paia di occhi che avanzavano la rialzò lentamente. Per la seconda volta Dadomo fu colto di sorpresa. Nell’uomo seduto riconobbe Prugna Secca, il fromboliere che l’aveva scambiato per un bersaglio del tiro a segno. Insieme allo stupore, lo colpì di nuovo una sensazione di soffocamento e si risvegliò il dolore alla bocca dello stomaco. La biglia era una pastiglia indigesta che non andava né su né giù. Lo riscosse la domanda di Violacciocca.

«Lo conosci, vero?»

«E come no? È lui che mi ha lasciato lo stigma di cui ti ho parlato. Però non so il suo nome».

Gli venne in soccorso il capitano dei carabinieri.

«Lo conosciamo noi. È Natale Bussolotti, una nostra vecchia conoscenza. Lei come lo ha conosciuto?» 

«In circostanze un po’ complicate che il colonnello saprà spiegarle meglio di me. Ne conservo comunque un ricordo doloroso, anzi dolorante».

«Signori, forse è meglio che andiamo a parlare nel mio ufficio».

Bussolotti, che non aveva neppure salutato, fece sentire la sua voce. Una voce bassa, cruda, senza accento, da pelle d’oca anche se uno non avrebbe saputo dire il perché.  «Posso andare signor capitano?»

«La prego di attendere che il maresciallo finisca di battere a macchina la sua deposizione. Dopo che l’avrà firmata potrà andarsene».

Chiusa la porta alle sue spalle, il capitano fece un commento che gelò Dadomo.

«Quello lì è uno che non parla neanche sotto tortura. È un sicario».

Violacciocca storse la bocca come se gli avessero messo sotto il naso un boccone disgustoso. Continua…

 (domani, 18 agosto, la venticinquesima puntata)

 Torta fritta

La copertina del volume, disponibile su richiesta (illustrazione di Tito Ponzi). 

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