La ragazza che arrossiva per un nonnulla (XXII)

Pubblicato da Redazione il 16 agosto 2009 in La fatwa della torta fritta, Racconti, Satira |

22-La ragazza che arrossiva facilmente

 

di Valentino Crepa – illustrazioni di Tito Ponzi

«Dottor Dadomo, ma che cosa mi combina? L’ho sentita rientrare all’alba. Le è successo qualcosa?»

«Successo qualcosa, sì. Ancora in piedi a quell’ora?»

«Veramente mi stavo alzando per dare da mangiare ai polli».

Non sopportava che la Sceriffa facesse la parte dell’ostessa vecchio stile con i polli, il maiale, le oche, i conigli e compagnia razzolante. Da quando era lì non aveva mai avvistato un pennuto o sentito grugnire un maiale. Glielo aveva fatto notare un giorno e lei era stata vaga. Gli aveva risposto che li teneva in una vecchia casa oltre l’argine del Po e che a badarci erano suo marito e un pensionato, uno di quelli con cui faceva coppia a carte. 

Dadomo non sopportava neppure che la Sceriffa s’impicciasse dei suoi orari.

«Le hanno chiesto di me le sue galline ovaiole?»

«Quale pollastrella non vorrebbe correre dietro un galletto come lei? Anch’io ci farei un pensierino, se non fossi una vecchia gallina da brodo. Venga, che le faccio un caffé con dentro l’uovo sbattuto che la raddrizzerà del tutto. Alla fine della notte brava si sentirà duro e diritto come un matterello».

«Un matterello?»

«Dia un’occhiata al giornale di oggi. Non parla d’altro».

Il giornale, sempre lo stesso, faceva bella mostra di sé su un tavolino del bar. Dadomo non dovette neppure darsi la pena di sfogliarlo, era già aperto alla pagina giusta. Il titolo non andava per il sottile: «Da oggi, il matterello è fuorilegge in tutta la provincia di Parma». C’erano tutte le premesse per un buon articolo di colore in quel perentorio annuncio. Si sedette per leggerselo in pace e godersi anche i pezzi di contorno.

«In seguito ai ripetuti episodi di violenza verificatesi negli ultimi due giorni, il prefetto ha disposto che chiunque in provincia di Parma possegga un matterello ne denunci la detenzione alla più vicina caserma dei carabinieri o posto di polizia. Chiunque non si attenga a queste disposizioni incorrerà nelle sanzioni previste dalla legge per il possesso e il porto abusivo di arma impropria».

Era dai tempi del padre di Rosaspina che non aveva udito un simile proclama. E sebbene lui fosse stato un re, il suo assurdo bando di proibire l’uso dei fusi in tutto il reame non aveva impedito a sua figlia di pungersi e di diventare così la Bella addormentata nel bosco. Oltre a non conoscere la storia patria, questi funzionari dello Stato non avevano imparato nulla neppure dalla morale delle favole. Ma che cosa leggevano da bambini, il bignami del Testo unico di pubblica sicurezza?

Ai gazzettieri, quell’estate orfani di avvistamenti di pantere e stufi di raccontare per la centesima volta come difendesi dalla zanzara tigre e dal pidocchio elefante, non era parso vero di aver sotto mano un argomento che aveva permesso loro di riempire ben due paginoni. La popolare cannella da sfoglia era declinata in ogni maniera: storia, citazioni dai classici e dai fumetti con le tavole di Paquita che usava il domestico attrezzo per spolverare la schiena di Pedrito el Drito, un articolo di Fiorenzo Mortorio, il cantore del passato e dei trapassati, che faceva venire le lacrime agli occhi e il latte alle ginocchia. Naturalmente anche i partiti politici non avevano mancato l’occasione di infilare nuove perle in quelle collane di corbellerie che chiamavano prese di posizione.

La Lega proponeva la mazza da baseball al posto del matterello. «Non è il massimo per tirare la sfoglia, ma funziona egregiamente quando c’è da difendere la famiglia e la macchina».

Rifondazione metteva in guardia contro la demonizzazione del più proletario degli arnesi casalinghi, che le eroiche massaie dell’Oltretorrente avevano brandito nel 1922 per respingere le squadracce fasciste di Farinacci.

Il centrosinistra ne proponeva versioni più corte e conformi a un presunto standard europeo. «Non dovrebbe superare il lato più lungo della carta  formato A4».

La Chiesa invitava a deporre le armi. «Dal divorzio nel 1974 a oggi assistiamo alla deriva della famiglia, il provvedimento della prefettura dovrebbe indurre le donne a riflettere sul proprio ruolo, ci auguriamo che il simbolo stesso della sovranità domestica torni presto nelle loro mani». Due colonne si affiancavano in prima pagina: una paternale del vescovo intitolata «Lo scettro scippato» e un editoriale del direttore del giornale, «Sangue sugli anolini». 

Le associazioni dei cacciatori coglievano l’occasione per sottolineare che c’erano in circolazioni armi ben più letali e diseducative delle doppiette. Un regista teatrale proponeva un rogo di matterelli in piazza Garibaldi come rito di espiazione collettiva. L’Unione industriale si meravigliava che nelle case parmigiane si trovassero ancora simili reperti di antiquariato dopo tutto quello che aveva fatto l’industria locale per inondare la Food Valley e il mondo intero di macchinette per fare la pasta, sia manuali sia motorizzate.

Uno scultore in cerca di facile celebrità proponeva un monumento al venerabile bastone da pasta. Ma il bozzetto era così imbarazzante che le associazioni per la difesa del comune senso del pudore avevano già fatto sapere a chi di dovere che si sarebbero battute strenuamente per impedirne l’erezione. Dicevano proprio così, erezione.

Le forze dell’ordine invitavano i cittadini a denunciare persone dai comportamenti sospetti anche con telefonate anonime.

Le associazioni dei partigiani invitavano i propri militanti alla vigilanza e a tenere la bocca chiusa se fossero stati colti con le mani in pasta.

Per gli anarchici si trattava di mera repressione poliziesca. «Adesso saranno messi fuori legge anche i manici da zappa in vendita nei Brico center?» chiedevano con la loro abituale faccia tosta.

L’imam della moschea di Casalbarbato sosteneva che era uno dei tanti segnali del declino della corrotta civiltà occidentale. Se nelle famiglie italiane fosse stata in vigore la sharia, ovvero la legge coranica, simili problemi non sarebbero mai insorti.

La Sceriffa aggiunse la sua voce dal vivo al coro delle proteste stampate.

«Anche i matterelli ci vengono a contare adesso».

«Andrà a finire che quelli adibiti a uso pubblico, come i suoi, li tasseranno».

«Lei dice? Certo che le inventano tutte pur di spillarci soldi».

«Ma quanti matterelli possiede, anzi detiene?»

«Minimo una decina».

«Caspita!»

«Cambiano a seconda del tipo di pasta. E poi a volte siamo anche quattro o cinque a lavorare insieme».

«Segua il consiglio degli industriali, si meccanizzi».

«Già fatto, ma la tradizione è la tradizione. Lo sa che vengono anche da Milano per assaggiare la mia pasta tirata a mano?»

«I milanesi mangiano di tutto e ancor di più se le bevono».

«Credo di non aver capito».

«Mi spiegherò meglio un’altra volta. Ora devo fare una telefonata. Permette?»

Estenuato dalla conversazione e reo di un’insinuazione che avrebbe potuto costargli una dose di gialappa, cioè di purgante, negli anolini di mezzogiorno, Dadomo  guadagnò l’uscita e si attaccò al cellulare. Niente. Nessuna risposta. L’apparecchio risultava scollegato. Lo vado a stanare dal suo buco e vediamo come se la cava stavolta, disse a se stesso, preso da improvvisa collera.

«Signora, oggi non mi aspetti a pranzo perché mi si prospetta una giornataccia che non so come andrà a finire. E poi mi prepari il conto che levo le tende. Passerò nel primo pomeriggio a prendere la valigia, regolare le pendenze, a salutare lei e la sua cara mamma».

Colta alla sprovvista e investita da tante irruenti dichiarazioni, la Sceriffa non riuscì a rivolgergli niente di più di un cenno di saluto. Nel richiudere la portiera, l’investigatore infuriato cantilenò a mezza voce il suo grido di battaglia.

«Principe dei miei stivali, a noi due». 

Accese l’autoradio. Il professor Luca Pelagatti spiegava i fattacci del giorno dal punto di vista psico-sociale.

«È tutta colpa di questo caldo afoso, che fa spuntare tanto i funghi quanto i mattacchioni. È un fenomeno che conosciamo bene, che si ripete ogni estate, ma che ogni volta si rinnova. Quest’anno sembra che i pazzerelloni prediligano il matterello della mamma e della nonna. Ma sbaglieremmo a considerare queste aggressioni una moda. Credo si tratti piuttosto di sintomi di un diffuso malessere per l’abbandono delle sane tradizioni familiari. Questi poveri figli chiedono a modo loro che le mamme tornino a fare le mamme, che le nonne tornino a fare le nonne e che tutte insieme tornino a tirare la sfoglia come tradizione comanda. Sapete, a volte sono proprio i disturbati le spie più lucide delle crisi epocali e delle turbe generazionali. Li chiamiamo disadattati proprio perché non si adattano ai tempi che evolvono troppo in fretta per le loro capacità di adattamento».

Il Pelagatti sapeva di che parlava perché era uno di loro. Solo che non lo avevano ancora sorpreso con il matterello in mano. Se avesse continuato su quella strada in discesa, lo avrebbero pizzicato presto.  Uno storico del cinema rivelò che il matterello sequestrato al Fasolari era un cimelio proveniente dal set di Novecento ancora impregnato delle impronte digitali di Stefania Sandrelli e forse della stessa Dominique Sanda, che ora purtroppo erano andate perdute per sempre. Lo scapestrato giovane lo aveva sottratto da una vetrinetta della sua casa museo. Il carabiniere che glielo aveva strappato di mano aveva rilevato che recava l’autografo di Burt Lancaster con qualche sbavatura dell’inchiostro provocata da un eccesso di sudorazione  del Fasolari nella notte degli equivoci.

Almeno questa è una notizia, commentò tra sé e sé Dadomo. Ma la ridda delle dichiarazioni, interpretazioni e rivelazioni non era terminata.

Un sociologo avvertì che da un momento all’altro sarebbe potuta scoppiare la rivolta delle cinghie, con i figli che assalivano i padri per esigere la restaurazione della patria potestà ormai in disuso da più di quarant’anni. Dadomo spense quella sequela di opinioni troppo avanti per le sue meningi. Si chiese che cosa avrebbero fatto i prefetti in quelle circostanze. Avrebbero sequestrato le cinture dei calzoni e reso obbligatorio l’uso delle bretelle?

A Fontanellato parcheggiò in una piazzola all’ombra della bicocca principesca. Prima di affrontare il suo cliente, s’infilò nel negozio dei genitori della pluridesiderata  Ornella. L’ascolto della radio aveva avuto l’effetto benefico di fargli parzialmente sbollire la furia, anzi di metterlo quasi di buonumore. Fu dunque con le migliori intenzioni e con il sorriso a fior di labbra che entrò nella bottega di Attila e Orestina.  

Attraverso la vetrina aveva visto che i coniugi facevano le belle statuine dietro il banco. Come il cambiavalute e la moglie nel dipinto di Quentin Metsys sembravano impietriti davanti a una specie di registro che tenevano squadernato sotto gli occhi. Si rimisero in moto nel momento preciso in cui Dadomo posò il piede sulla soglia della bottega. Il cambio di scena durò un battito di ciglia. Lei fece sparire il registro in un cassetto. Lui prese a sistemare cose che non avevano bisogno di essere sistemate. Dovevano aver interpretato quella recita più volte per essere così affiatati. Che cosa temevano? La guardia di finanza? Che cosa avevano da nascondere?

Il tempo di un altro battito di ciglia e i volti dei due si illuminarono di sorrisi falsi come quelli dei politici sotto elezione. Il loro saluto fu un coretto scolastico.

«Ma guarda chi si rivede, il caro dottor Dadomo. Pensavamo proprio a lei, ma pensa la combinazione. Abbiamo saputo, sa, di quanto ha fatto per nostra figlia. Avremmo voluto ringraziarla ma non avevamo idea di dove cercarla».

«Eccomi qua, non mi faccio trovare perché di solito sono io che cerco?»

«Un talent scout?»

«Diciamo così. Però non vado a caccia di veline e non credo che sculettare in tv sia tra le aspirazioni precipue di vostra figlia».

«Già, nostra figlia è una ragazza seria. Lo sa che l’hanno subito messa alla prova? È di sopra che sta scrivendo il suo primo articolo».

«Ottimo. Posso parlarle?»

Il papà e la mamma esitarono un istante, ma non abbastanza a lungo da sembrare scortesi. Rispose la mamma.

«Certo salga pure, Ornella le farà un caffè, fa un caffè di un buono la nostra Ornella! Venga che le mostro la scala per salire nell’appartamento».

«Non si disturbi, signora, le chieda per favore se può staccare cinque minuti, il caffè lo prendiamo al bar».

Seguirono i prevedibili scambi di convenevoli e complimenti finché la fornaia non si decise a imboccare la scala che aveva invano offerto a Dadomo.

Ma pensa te, rimuginò l’investigatore, sa fare persino il caffè come la Peppina, la signorina. Beato chi se la sposa. Rivolse la parola ad Attila rimasto a guardia della postazione.

«Ma quante varietà di pizza avete oggi e tanta».

«Ne gradisce un bel trancio?»

«No, grazie, ho appena fatto colazione. Notavo solo che ne avete una bella scorta».

«Eh, sì. Che vuole in questo periodo la gente è via, al mare e io non mi sono saputo regolare. Chissà dove ho la testa».

«E voi non andate in vacanza?»

«Ci siamo già stati in giugno, adesso che abbiamo meno clienti ne approfittiamo per mettere ordine nelle nostre cose».

Tra le loro cose doveva esserci anche la contabilità cui si stavano dedicando quando lui era arrivato. Erano così tirchi che non sapevano neppure com’era fatto un commercialista. Sul fatto che fossero andati in ferie a giugno ci avrebbe scommesso la testa che non era vero.

Sentì le ciabatte lente della signora Orestina che stavano scendendo le scale seguite da passi più sonori e svelti. Doveva essersi infilata un paio di scarpine o sandaletti con il tacco a spillo che facevano vibrare la tromba delle scale. Scarpe coi tacchi di prima mattina al posto di un paio di silenziose scarpette sportive. Gli sembrò di avere inquadrato il tipo ancora prima di averla vista: cronista di rosa più che di nera. Una di quelle che, schiumando il bel mondo, sperano di mettersi in saccoccia anche un buon partito.

Poi gli apparve e dovette rivedere tutti i suoi pregiudizi. Capì al volo l’orgoglio dei genitori e l’infatuazione del principe. Non era una bellezza tutta carne e con un filo di grasso per renderla più morbida come la Venere delle Poste di Zibello. Era una ragazza con lo shining, una luce interiore che traspariva da ogni fessura del suo corpo e si spandeva attorno per lampi e barbagli. Era la sfera fatta di mille specchietti che pendeva al soffitto dello Studio 51 e da tutte le discoteche che l’avevano imitata. Lampeggiava ogni poro della sua pelle satinata, lampeggiavano gli occhi brillanti, lampeggiavano i denti scintillanti, lampeggiavano le labbra che un rapido tocco di rossetto facevano sembrare di smalto. Dadomo cercò di mascherare la sorpresa.

«Ecco dunque la seducente Ornella di cui ho sentito tanto parlare. La futura giornalista. I suoi genitori mi hanno detto che si è messa già al lavoro».

«Ciao. Ero di sopra che scrivevo come una matta. Speriamo bene. Magari mi dai qualche consiglio».

Solo «ciao»? Ciao, come due vecchi amiconi che si fossero lasciati la sera prima? Ce n’era abbastanza in quel tono confidenziale da far sospettare chissà quale tresca ai guardinghi genitori, che reagirono però con disinvoltura. La madre per prima.

«Vi conoscete già?»

«macchè, mamma. È che tra giornalisti ci si dà del tu. È vero, Dino? Dammi pure del tu, mi ha detto subito Galilei».

Figurati se quello non gli insegnava l’abc del giornalismo cominciando da lì, pensò Dadomo.  

Era sveglia, la bambina, se aveva imparate così tante cose da un solo incontro con il caporedattore più allupato della provincia.

«Non lo ringrazi neppure per quello che ha fatto per te. La raccomandazione…».

«Segnalazione, mamma».

Dadomo accorse a gettare acqua sulle scintille tra la Signora Cerimoniosità e la Signorina Sobrietà.

«Sta solo scrivendo un articolo, signora. Non corra. La strada è lunga. Ne avrà di tempo e occasioni per ringraziare chi l’aiuta. Ora mi basta che mi offra un caffè. Andiamo Ornella?»

Lasciarono i due a rimuginare su quel concentrato di perfidia che a Ornella fece l’effetto dell’acqua fresca. La sua radiosa espressione non diminuì infatti di un volt.

«Qual è il bar più frequentato del paese?»

«Il Centrale, in piazza».

«Allora andiamo lì, così farò un figurone e tutto il paese mi invidierà».

Al bar non poteva esserci peggior pubblico per un’esibizione. Ai tavolini sotto il portico, alcuni avventori avanti con gli anni non alzarono neppure gli occhi dalla pagina dei morti della Gazzetta che stavano esplorando avidamente in cerca di qualche loro coetaneo e fare un po’ di conti sul saldo demografico. Dentro, sotto il soffio gelido dell’aria condizionata a temperatura da iglù, un paio di ragazzini sbocconcellavano ghiaccioli alla menta marca Eskimo.

«Con quale generazione ti vuoi mettere?»

Ornella fece brillare una risata che risuonò come un’armonica sequenza di mortaretti. Quella donna sembrava fatta di tante piccole cariche di dinamite che scoppiavano a tempo debito secondo un programma noto solo lei.

«Tra gli anziani del villaggio, naturalmente».

Al cospetto dei passanti, si compiacque Dadomo. Si sedettero a un tavolo scelto da Ornella. Il più lontano e il meno fresco, ma l’unico da cui si potesse scorgere uno spigolo della rocca. Su quello spigolo, una finestra, la sola aperta del maniero. Ornella stava guardando proprio in quella direzione.

«È da molto che non lo vedi?»

«Prego?»

«Il principe».

«Il principe?»

«Prima regola del buon giornalista e della buona educazione: mai rispondere a una domanda con un’altra domanda».

«Ma che cosa ti fa pensare che io conosca il principe?»

La ragazza voleva giocare al topolino Jerry contro quel gattaccio di Tom.

«Tutto il paese lo conosce. Vuoi dirmi che solo tu non lo conosci?»

«Beh, certo lo conosco come tutti, di vista, ma non al punto da essere al corrente dei suoi movimenti».

Mentre raccontava la bugia, non riuscì a trattenere il rossore, un belletto che ravvivò i suoi zigomi e aggiunse splendore a splendore. La barista li importunò chiedendo che cosa desiderassero. Se la levarono di torno ordinando due shakerati. Seguì un silenzio tattico. Dadomo capì che non si sarebbe sbottonata con lui tanto facilmente e non in quel luogo né in quel momento. A meno che lui non decidesse di metterla alle strette dicendole e brutto muso che sapeva tutto della sua tresca con il castellano inadempiente. Arrivarono i caffè shakerati, spumosi, serviti negli eleganti bicchieri da martini.

«Brindiamo allora al tuo debutto nel fantastico circo del giornalismo».

«Cin cin».

Nel momento esatto in cui i loro bicchieri si toccarono per il brindisi, Dadomo ebbe un sussulto. La sua presa sullo stelo sottile si allentò, il calice rischio di scivolargli tra le dita. Ornella brillò di nuovo, ma stavolta di luce indiretta. Era mancina e aveva sollevato il bicchiere con la sinistra. Al suo anulare sfolgorava un anello con una pietra i cui tagli perfetti riflettevano il sole, le stelle e gli occhi sbigottiti di Dadomo. L’investigatore non aveva mai visto un gioiello del genere, neppure nelle vetrine dei gioiellieri più altezzosi. Non poté trattenere le parole che gli scivolarono di bocca senza che lui quasi se ne accorgesse.

«Ma è un gioiello magnifico. Un pegno d’amore?»

Alla ragazza si imporporò di nuovo il volto. Dadomo si pentì della sua uscita. Non poteva continuare a stressare quella poveretta le cui guance si accendevano ormai a intermittenza come gli stop di un’auto in coda al casello dell’autostrada.

«Chissà. Vedremo».

Dopo quella vaga risposta che incrinò la sicurezza ostentata fino a quel momento dall’aspirante giornalista, Dadomo fu abile a sviare il discorso. Lei gli parlò dell’articolo che stava preparando. Lui le dispensò un paio di consigli e fu tutto prima di rientrare da mamma e papà che erano sicuramente in apprensione.

I caffè li pagò naturalmente lui. Lei non fece resistenza.

«La prossima volta toccherà a te. Anzi, quando ti assumeranno mi offrirai una cena».

Nel passare accanto ai pensionati ancora incollati alla pagina dei morti, Dadomo colse al volo un brandello delle loro chiacchiere.

«Stanotte ho sentito sbattere le finestre».

«Credi a quelle balle? Ma non farmi ridere».

«Vedrai».

«Vedremo».

I reduci della spedizione al caffè ritrovarono i fornai dietro il bancone, più o meno nella posizione in cui li avevano lasciati. Fermi e soprappensiero. Si chiese se anche loro avessero notato l’anello di Ornella.

«Vi ho riportato il vostro tesoro di figlia. Siatene fieri, farà strada».

Si allontanò in fretta lasciandoli tutti e tre sbalorditi. Aveva avvistato l’auto del principe davanti al portone della rocca. Voleva agguantarlo prima che gli sgusciasse ancora una volta tra le mani. Continua…

 (domani, 16 agosto, la ventitreesima puntata)

 Torta fritta

La copertina del volume, disponibile su richiesta (illustrazione di Tito Ponzi). 

 

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