Jole e Dadomo si rifugiano al motel Lunadimiele (XXI)

di Valentino Crepa – illustrazioni di Tito Ponzi
«E così cavedani e barbi stravedono per il tosone?»
«Ne vanno matti».
«Lo utilizzate come pastura?»
«Anche, ma perlopiù queste raschiature di formaggio giovane che sembrano trucioli di legno le usiamo come esche».
«In che modo?»
«Si può infilzare la raschiatura facendola scorrere per tutta la sua lunghezza fino alla paletta oppure piegandola a fisarmonica prima di trapassarla con l’amo».
«Che cosa cambia?»
«Il secondo metodo è più usato nei periodi di furia alimentare del pesce per rendere di più e non perdere tempo. Però è un sistema che funziona solo con i cavedani più piccoli e inesperti».
«Le sa proprio tutte, lei».
«Sono pescatore figlio di pescatore, ho cominciato a sgambettare accanto a mio padre che non avevo neanche sette anni. Ancor prima di sapere le tabelline a memoria ero in grado di riconoscere tutti i pesci dei nostri fiumi».
«Ma che cosa ne pensano questi ecologisti della sua pesca».
«Pratico il catch and release, catturo e rilascio, sono a posto con la mia coscienza e le mie credenziali di ambientalista».
«Sarebbe contento se degli alieni atterrassero nel giardino di casa sua, la trasportassero sul loro disco volante e le infilassero qualche sonda in corpo prima di rilasciarla?»
«È un argomento che mi sono sentito rinfacciare più volte. Sono preparato. Primo perché non è corretto paragonare l’uomo all’animale…».
«Ah, no? E perché?»
«La natura, come questa festa della lotta biologica suggerisce, ha regole molto spietate».
«L’ho già sentita».
«L’ascolti ancora una volta».
«Sono tutt’orecchi».
«La razza umana si è data norme etiche, come la difesa della vita dei più deboli, di cui può essere fiera. Nel mondo animale le regole sono diverse. La selezione naturale prevede che i deboli, i malati, i vecchi siano eliminati senza pietà dai predatori».
«E noi uomini apparteniamo alla categoria dei predatori».
«Certo, donne comprese. Mia moglie, per esempio, è un’abile cacciatrice».
«Una formidabile coppia di predatori».
«Più che altro ci riteniamo dei regolatori. Quella che a lei pare crudeltà o insensibilità è un compito naturale. Avrà letto sui giornali della decisione della Provincia di abbattere un certo numero di caprioli per i danni che provocano alle coltivazioni».
«Ho letto un sacco di lettere pro e contro questa misura».
«Certo. Si sono mobilitate scolaresche, cuori teneri e vecchie zie per difendere quei Bambi dagli occhioni umidi. Tutta gente cresciuta a Walt Disney e buoni sentimenti, ma le cose non stanno così».
«Ah, no? E come stanno?»
«Il predatore naturale dei caprioli dovrebbe essere il lupo, ma ce li vede lei i lupi aggirarsi nelle nostre zone fortemente antropizzate, cioè piene di gente?»
«E così ve lo accollate voi il lavoro sporco dei lupi?»
«Sì. È crudele dirlo e sentirselo dire, ma tocca a noi eliminare i soggetti deboli, a sviluppo irregolare, i vecchi e alcuni giovani. Non abbattiamo mai un bel capo adulto, perché quello è patrimonio riproduttivo».
«Nel mondo del lavoro funziona allo stesso modo. In senso più o meno traslato. Ma se applicassimo alla lettera queste regole alla nostra razza, si potrebbe dire che siamo favorevoli all’eugenetica, la selezione dei più belli e dei più forti, la scienza preferita dai nazisti, dagli inventori dell’arianesimo».
«Chi ama la natura non deve disperdersi in battaglie emotive o ideologiche, ma sbagliate. Guardi che sarei il primo a sottoscrivere l’idea di ricreare l’eden originario con tutti gli animali dell’arca di Noe in libertà. Per farlo, però, dovremmo chiuderci noi in gabbia. La lotta biologica, la selezione naturale, potremmo vederla solo attraverso le sbarre o dietro un vetro. Come allo zoo, ma a ruolo invertiti. Gli zoo: pensi all’ipocrisia del politically correct che li ha ribattezzati “parchi biologici”, ma sempre di prigioni si tratta. Se la sentirebbe, lei, di passare il resto della sua vita in prigione?»
Dadomo ricordò che qualche giorno prima aveva visto un servizio del telegiornale sulla distribuzione di ghiaccioli agli orsi del «parco biologico» di Roma. Pensò che non si stava poi malaccio in prigione, all’ospedale, all’ospizio, allo zoo: serviti, riveriti e mandati in onda. Specialmente a Ferragosto, quando tutti sono caritatevoli verso tutti. E i sindaci vanno a trovare i centenari nelle case protette.
«Lei è un sofista molto abile, signor Del Fico. Ma lasciamo perdere i filosofemi. Piuttosto mi dica delle sue tecniche di pesca. Mi ha detto che sono incruente».
«Ha mai sentito parlare del carpfishing?»
«Immagino riguardi la pesca delle carpe».
«Immagina giusto. È la mia tecnica preferita. Si tratta di catturare e tirare in secco bestioni che possono pesare fino a trenta chili».
«Pensavo che solo i siluri raggiungessero simile peso?»
«Le parlo di esemplari sui 40-50 anni, dotati di una forza straordinaria, con i quali si ingaggia una lotta tremenda».
Dadomo notò che il suo interlocutore si stava infervorando e agitava le mani che ora indicavano la mole e la circonferenza di una carpa immaginaria, ora sguazzavano nell’aria a significare l’eterna lotta tra il vecchio e il mare.
«La carpa anziana è astuta e comincia ad attaccare un’esca anche dopo diverse ore che è stata deposta in acqua. Il trucco consiste nell’attirarla con un’esca grossa e durissima, inattaccabile dai pesci piccoli, che si scoraggiano e se ne vanno lasciando a lei il coriaceo boccone».
«Una gara di resistenza tra pescatore e pesce».
«Bravo! E chi la dura la vince. Lei non ci crederà, ma questo tipo di pesca ha dato origine a un’etica. La carpa gigante è rara, ha impiegato decenni per svilupparsi, perciò dopo la cattura deve essere rispettata e coccolata».
«Coccolata? Ma che cosa mi sta raccontando?»
«Non scherzo. La carpa va trattata con i guanti perché non soffra danni irreversibili o subisca mutilazioni. Per toglierle l’amo, invece che sul nudo terreno, che potrebbe procurarle abrasioni, la si adagia su di un materassino che poi viene richiuso e si trasforma in una borsa per trasportarla di nuovo in acqua».
«Ma quante geniali premure».
«Per chi non sa quel che significa pescare, l’ironia è facile. Ma pensi se la carpa cadesse a terra, pesante com’è rischierebbe di farsi molto male. Invece a noi pescatori piace ritrovarla di nuovo intatta e in salute per combattere di nuovo in astuzia. È questa la pesca evoluta e moderna».
A conclusione della sua breve conferenza, inframmezzata dalle maliziose obiezioni dell’interlocutore, Del Fico aveva guardato fissamente Dadomo stirando le labbra in quella che voleva essere la sua migliore imitazione di un sorriso. Fu allora che il giornalista-detective si accorse che, quando non sorrideva, l’erudito pescatore aveva le labbra rivolte all’ingiù, come il pescegatto sempre e Jeanne Moreau solo quando non sorride.
Ora però il pesce di Del Fico, per quanto fonte di curiosità e stupore, cominciava a puzzare e ancora non si era principiato a pranzare. Jole non si decideva a tornare e pure Fulvia era scomparsa dalla circolazione. Forse le due amiche stavano confabulando in qualche angolo della corte che nel frattempo si era arricchita di una comitiva accaldata e vociferante arrivata in bicicletta.
Il cielo approfittò di quella pausa della conversazione per far sentire di nuovo la sua voce adirata. Il diavolo sgommò un paio di volte lanciando ripetute occhiatacce fulminanti. Il pescatore e la sua preda smisero di parlare per guardare il cielo. Dopo la scarica di botti, il primo a riattaccar bottone fu Del Fico.
«Non dovrei essere qui».
«Se è per questo neppure io. Ma lei perché? Non si sente a suo agio? Non le piace la compagnia?»
«Ma che dice? Vorrei essere con la mia canna lungo qualche turbinoso torrente di montagna. I temporali rappresentano un’occasione d’oro per il pescatore di trote».
Con quell’incauta domanda Dadomo si era tirato addosso un’altra conferenza. Tale valeva dare lenza.
«Vuol dire che questo è un momento ideale?»
«Ottimale. Il brusco calo di pressione mette in movimento un sacco di insetti acquatici, le acque si intorbidano, le trote escono in caccia e colpiscono nel mucchio, senza starci a pensare su tanto se il begatino che stanno per inghiottire contiene o no la sorpresa. La trota è un pesce irruente, poco riflessivo, dunque facile da catturare nelle situazioni di stress».
«Acqua alta fino all’inguine, secchiate d’acqua dal cielo e lei trova tutto questo divertente?»
«Altro che. Sono continue scariche di adrenalina. Ti senti sfrigolare la schiena e ti viene la pelle d’oca. Non sa i rischi che si corrono a sfidare i fulmini con una canna di carbonio tra le mani. Ci si può restare secchi».
Dadomo capì di avere di fronte a lui l’ultima incarnazione dell’eroe romantico, non la versione zuccherosa e fraintesa, ma quello originale, sturm und drang, che sfida lo scatenarsi degli elementi facendo sentire il grido della sua voce nella tempesta, eccitandosi allo schianto del tuono e al bagliore delle saette. Cavolo, ne aveva di fegato l’uomo-lenza.
«Pensavo che questo non fosse un periodo congeniale alla pesca».
«Ha ragione, agosto è un mese avaro, ma quando un temporale scuote l’aria, c’è da riempire i cesti. Ah, poter essere lassù!»
Dadomo capì che lo stava perdendo. L’istinto del pescatore aveva ormai preso il sopravvento su tutto il resto. Non c’era più verso di riportare in pianura il lontano compagno di liceo mentalmente partito per la montagna. Per fortuna stava tornando Jole.
«Bene, signore e signora, scusatemi per le mie ampollose digressioni, ma l’interesse del signore mi è parso così sincero che mi sono lasciato andare. Allora va bene se faccio portare due cavedani, con delle belle lische di tosone abbrustolito come contorno?»
Dadomo non si era mai sognato di ordinargli i cavedani, ma gli bastò scambiare un’occhiata con Jole per capire che per lei andava bene.
«Vada per i cavedani».
«Bene. Prima ne sentirete il profumo e poi ne apprezzerete le carni».
Andandosene, Del Fico aveva un’aria ancora più svagata e assente di quando li aveva raggiunti. Sentiva il richiamo della foresta e dei fiumi che scendevano a oriente. Prima si diresse in cucina, subito dopo ne uscì per puntare sulla squadra di ciclisti che stava guardandosi attorno per raccapezzarsi. Perso dietro le sue trote di montagna, c’era da aspettarsi che chiedesse loro se si erano imbattuti in banchi di merluzzi lungo la strada. Il tuono coprì le loro voci, Dadomo e Jole non riuscirono a capire quel che i ciclisti e Del Fico si dissero. Forse passavano per caso e cercavano solo un rifugio per mettersi al riparo dall’imminente temporale. Notarono che il pescatore aveva ripreso a gesticolare. Dai movimenti guizzanti sembrava che mimasse il movimento delle anguille. Sì, stavano sicuramente parlando di anguille. Ma non erano in menu.
I cavedani arrivarono in tavola prima di quel che Jole e Dadomo avessero potuto supporre. Non erano male. E le strisce di tosone, croccanti al punto giusto, si rivelarono un abbinamento congeniale.
Tra un boccone e un sorso di vino bianco che non ebbe bisogno di tante delucidazioni dal vivo perché era tutto scritto sull’etichetta, Dadomo gettò qualche scandaglio.
«Simpatica la sorella del Fasolari, vi conoscete da tanto?»
«Eravamo compagne di classe alle elementari e alle medie, ci siamo perse di vista quando lei è andata a studiare a Parma e io a Piacenza. Poi Fulvia si è sposata ed è andata a vivere a Milano, finché qualche mese fa non me la sono trovata davanti in Posta. Mi disse che era tornata per sempre».
«Le cose non avevano girato per il verso giusto a Milano?»
«Ma sei ben curioso, veh. Scherzo. Penso che sì, lo studio da avvocato cui si era aggregata non le abbia consentito la carriera che si aspettava… poi la rottura con il marito. Dato che a casa l’attendevano a braccia aperte lei è stata felice di tornare. I suoi cominciano a essere anziani e c’è bisogno di qualcuno che mandi avanti l’azienda».
«Non è una cosa da maschi mandare avanti un’azienda agricola?»
«Eh, come sei antiquato. L’hai visto il fratello? È un bravo ragazzo, ma non molto affidabile. Deve crescere. Ha bisogno di qualcuno che gli metta le briglie, lo selli e gli faccia sentire il morso».
«Vai a cavallo?»
«Non ti piacciono le mie metafore?»
«Non sono un po’ fuori moda, un po’ femministe?»
«Scherzi? Le nostre rezdore fanno così da sempre con i loro uomini e ben prima che si parlasse di femminismo».
«Quindi il giovane Fasolari ha bisogno di qualcuno che lo domi. Giusto?»
Jole fu inaspettatamente laconica.
«Già».
Il modo in cui Jole pronunciò quel «già», con un filo di rassegnazione nelle voce e uno sguardo di redenzione negli occhi, fece male a Dadomo. Si sentì come se lo avessero punto con uno spillone dalle parti del cuore.
Neppure i nocini che i due si scolarono a fine pasto abbisognarono di particolari apologie o di solenni descrizioni propedeutiche. Solo gli arcigni tutori della sicurezza stradale, indifferenti alla tradizione e alle culture del territorio, non avrebbero avuto rispetto per un alito che odorasse di giovani noci messe a macerare sotto spirito il giorno di san Pietro e Paolo. La prova del palloncino poneva sullo stesso piano gli alcol industriali e i gloriosi liquori fatti in casa. Un’ingiustizia, un livellamento culturale contro il quale prima o poi si sarebbe dovuto insorgere. E quel giorno Enzo Vernazzoli, presidente della Provincia nonché paladino istituzionale di tutte le eccellenze prodotte nel territorio, sarebbe stato al fianco dei rivoltosi.
«Diamo un’occhiata agli stand? Vuoi?»
Dadomo fu, come si dice oggi, carinissimo. Sapeva di certe teorie da ebdomadari femminili che mettono in guardia sulla sincerità o la virilità degli uomini facilmente accondiscendenti verso i tour delle vetrine e le prove davanti agli specchi con gli imbarazzanti dilemmi Mi sta meglio questo o quello? Mi preferisci così o così? Mi smagrisce di più questo colore o quest’altro? Non trovi che mi imbruttisca? Sapeva ma non si sottrasse.
In questi casi, aveva due o tre locuzione di circostanza, nel suo frasario pronto intervento e anche in quella imprevista circostanza vi avrebbe fatto ricorso. E poi che cosa mai ci sarebbe stato da comprare, indossare, provare in quella stalla trasformata in emporio? Cionondimeno, per qualche suo recondito scopo ritenne opportuno essere carinissimo.
«Certo, I love shopping con Mrs. Postwoman».
«Stupidone».
Constatò con piacere che le sue spiritosaggine mettevano Jole a suo agio e aumentavano in maniera esponenziale il tasso di confidenza. Si stavano ormai trattando come due vecchi amici. Per il resto, bastava lavorarci e attendere di raccogliere i frutti.
Entrarono nella stalla impavesata con bandierine della pace, disegni infantili di dubbia autenticità e poster scritti in inglese. Dove un tempo stavano le vacche alla catena erano state disposte due file ordinate di tavole sorrette da cavalletti di legno. Una quarantina di stand. Qualcuno, con nessuno attorno; altri, corredati di invidiabili capannelli. Per qualche ignota legge della psicologia, della sociologia o della scienza delle greggi, chi entrava tendeva ad avvicinarsi ai banchetti già affollati. Jole e Dadomo non si discostarono dal comportamento di massa. Una frase colta al volo li calamitò verso lo stand che sembrava facesse i migliori affari.
«Torna la voglia di forno a legna».
Oddio, pensò Dadomo, di nuovo gli immancabili fratelli Bisignani, i panificatori più rinomati dell’Alta Val Stirone, i faso-tuto-mi, dal frumento di antiche varietà alla farina fino al pane, i fornai più blanditi dal movimento Slow Food. Anche qui? Oh, no!
Dadomo si sbagliava. Il ragazzone che allungava l’assaggino, concionava, imbustava micche e incassava euro non era un Bisignani. Forse un allievo. Non aveva la parlata dell’Alta Val Stirane, ma neppure della Bassa. La sua era una cadenza d’identità indefinibile che era però un piacere ascoltare.
«Questo, signore mie, non è né surgelato, né precotto, è tutta farina del mio sacco. È fatto come si deve, con il lievito madre, è pane fresco, buono, fragrante, appena sfornato… Sì appena tolto dal forno che è qui dietro, andate a vedere… Torna la voglia di forno… Abbasso il mondo del brand e la globalizzazione, viva il ritorno ai prodotti artigianali. Il pane non è un prodotto emozionale, dicevano i maghi del marketing, ma che cosa volete che ne sappiano questi fighetti con le narici erose dalla coca? A forza di sniffare non sentono più neanche la puzza da beccamorti che si portano addosso. Lo sentite il profumo? Lo sentite?»
Incredibile che un fornaio magnificasse come strabiliante rarità quella che avrebbe dovuto essere la norma: il pane preparato senza trucchi e venduto fresco. Ma Dadomo non era stupito. Da tempo aveva smesso di meravigliarsi. Che cosa ci si poteva aspettare in un Paese unico al mondo dove la gente era abituata a sentirsi magnificare la purezza dell’acqua in bottiglia senza battere ciglio? È po-ta-bi-le, scandivano gli imbonitori. Ah, però, favoloso! La compro. A me! A me! A me!
A ogni buon conto, l’aria della stalla profumava effettivamente di pane appena sfornato. I miracoli delle piccole cose erano ancora possibili. A volte.
«Prima di andarcene ne compriamo un sacchetto anche noi, vero?»
A Dadomo piacque che Jole avesse detto «noi» come se fossero una coppia stabile e affiata e quella sera avessero in programma una scorpacciata di pane buono e culatello. La particella pronominale gli sfilò lo spillone della gelosia dal cuore.
«Forse sarà meglio farcene mettere da parte una busta».
«Ma che bravo massaio saresti. Hai mai pensato di sposarti?»
La scena cui i due assistettero mentre ballavano sull’orlo del precipizio, esonerò il sedicente giornalista dall’obbligo di rispondere alla domanda che lo aveva colto a bruciapelo e lo trattenne dal rischio di precipitare nell’abisso. Videro ragazzi e ragazze che si avvicinavano a Fra’ Ginepro per affondare le mani nella sua crespa e ricciuta capigliatura. Poi le ritraevano, si sfregavano le dita come se volessero ripulirle di qualche traccia d’unto, accompagnando l’intera oscura manovra con cenni di assenso ed espressioni compiaciute. Accanto a Fra’ Ginepro, impalato e silenzioso come un totem, una giovane esponente dell’ambientalismo più estremo teneva un piccolo comizio.
«Sono sei settimane che Fabrizio non si lava i capelli, eppure non avete trovato una traccia di sporco o di unto nella sua chioma. Questo vuol dire che bisogna lasciar fare alla natura. La natura è in grado di provvedere a se stessa. Dopo sei settimane, i capelli cominciano a pulirsi da soli grazie ai ricchi oli che di solito estirpiamo dalla cute con l’uso di shampoo e balsami».
Quella donna non stava vendendo nulla, o meglio stava vendendo un’idea, una delle tante in circolazione per salvare il mondo dalla catastrofe ambientale.
«Ma lo sapete quante sostanze inquinanti si riversano nei fiumi e in mare attraverso i tubi di scarico dei nostri bagni? Pensate che un comune gel per doccia impiega ottocento anni per essere smaltito».
Poco meno di quanto occorra allo smaltimento delle scorie nucleari, pensò Dadomo.
Jole inarco le sopracciglia e si passò meccanicamente una mano tra i capelli. Dopo aver fatto paura agli astanti, l’ecologista aveva naturalmente un rimedio da suggerire per fare la pace con la natura e la nostra coscienza, se proprio non siamo così maturi e coraggiosi da smetterla una volta per tutte di lavarci i capelli.
«Seguiamo l’esempio delle nostre nonne, facciamoci lo shampoo da soli sfregando sulla cute un po’ di rosso d’uovo da risciacquare poi con abbondante succo di limone o con aceto di mele in modo da riequilibrare il pH della pelle».
Jole fu la prima a reagire.
«Questa qui avrà presto una rubrica su Donna Moderna, se non ce l’ha già. Ne leggo tutti i giorni di queste ricette».
Dadomo non trovò di meglio che buttarla sul faceto.
«Uovo, aceto, limone… ma non odorerà di insalata russa alla fine del trattamento?»
L’unione della coppia Dadomo-Jole si rafforzò insieme al loro scetticismo a mano a mano che i due si soffermavano davanti ai vari stand e ascoltavano con aria compita i decantatori dei prodotti e delle pratiche igieniche più mirabolanti e salvifiche. Tutti gli oratori e i venditori esortavano gli astanti a tornare allo stato di natura prima che il pianeta, ormai arcistufo dei parassiti umani, si ribellasse grattandoseli alla stregua dei pidocchi.
Ascoltarono i freegan, cioè l’ala più estrema dei vegani, a loro volta ala sinistra dei vegetariani. I freegan non rispettavano le date di scadenza dei prodotti alimentari. Le consideravano solo un trucco per fare comprare e consumare più del necessario.
Ascoltarono un neoconvertito al vegetalianesimo, variante del vegetarianesimo, che aveva smesso di mangiare carne il giorno in cui aveva trovato un dito umano dentro una tavoletta di cioccolato proveniente dalla Sicilia. Lo aveva considerato un monito inviatogli direttamente dal Cielo.
Ascoltarono un tizio che aveva un piano segreto per debellare la zanzara tigre, ma prima dovevano eleggerlo in consiglio comunale a Parma.
Ascoltarono uno che raccoglieva firme per una petizione contro i pesci rossi in premio al luna park. Firmarono.
Videro una donna che era la versione femminile di Primo Carnera. Dadomo le piantò gli occhi addosso e non li ritrasse abbastanza alla svelta. Jole si era accorta del suo morboso interesse.
«Ti piace?»
«C’è carne in quella creatura.
«E liquidi. Sai chi è?»
«Dovrei saperlo?»
«È una gloria locale, ne ha parlato anche la Gazetta. È Provvidenza Sansone, una campionessa. Qualche giorno fa, al campionato mondiale dei mangiatori d’anguria che si disputa ogni anno a Parma, ne ha divorati sei etti e 68 grammi in un minuto».
«È verde e ha la scorza dura».
Quando uscirono da quella sarabanda di salvatori e redentori, pioveva che Dio la mandava. Sentirono rimbombare i cerchioni di ferro della carrozza del diavolo che si allontanava. Adesso che si era sfogato, l’inesausto cocchiere andava a bonificare altre campagne.
Jole e Dadomo alutarono Fulvia Fasolari, salutarono Del Fico, salutarono chi capitava. Si allontanarono correndo verso la macchina. Mano nella mano. Da una finestra al primo piano li osservavano due occhi dolenti. Chi avesse guardato in quella direzione avrebbe potuto capire quello che continuava a ripetere l’uomo cui appartenevano, anche senza essere esperto di lettura labiale.
In macchina, Jole si guardò nello specchietto di cortesia.
«Guarda come si sono conciati i miei capelli».
«Avrebbero bisogno di uno shampoo all’uovo, aceto e limone».
«E io avrei bisogno di una doccia, mi sento addosso un certo odore di cavedano».
«Conosco un posto».
«Beh, che aspetti a portarmi?»
Dadomo non si fece ripetere l’invito. Ingranò la marcia e si diresse verso una meta pericolosa. O la va o la spacca, pensò, come dicevano, nell’ora delle decisioni supreme, i personaggi dei mai dimenticati fumetti della sua infanzia. Il Monello in primis.
Il motel Lunadimiele si trovava alla periferia della cittadina più manomessa della provincia, un garbuglio di capannoni, supermercati e rotonde che avrebbe potuto trovarsi in qualsiasi altra parte d’Italia o del mondo. Lì tutto era anonimo e irriconoscibile. Perciò nessuno fece caso alla vettura che varcò il cancello d’ingresso e si fermò in una piazzola al riparo dell’alta e impenetrabile siepe di cupressus cuparis laylandi. In quel fortino di amanti più o meno regolari nessuno chiedeva niente a nessuno. Nulla fu chiesto alla coppia che si avviò verso la reception mano nella mano. In quella libera lui stringeva un sacchetto che emanava profumo di pane appena sfornato. Lei portava delicatamente un involto con il logo di una nota salumeria.
Quel che avvenne dietro la porta della loro camera, anche un bambino di cinque anni che abbia in casa un televisore è in grado di immaginarlo.
Possiamo solo aggiungere che alla fine di quel che accadde trovarono delizioso il pane e il culatello. Poi lui fece una telefonata senza ottenere una risposta. Ci riprovò con lo stesso risultato.
Quando ritennero di non avere più nulla da fare là dentro, si rivestirono e uscirono.
Il sole aveva appena cominciato a tramontare. Era l’ora della nostalgia e dei rimpianti che ai naviganti intenerisce il cuore.
«Ti riaccompagno a casa?»
«Ma va, accompagnami a ballare».
Ballarono per l’intera notte e alla fine si sentirono come se avessero ballato tutta l’estate.
Quando lui la lasciò sulla porta di casa, capì che non si sarebbero più rivisti. O perlomeno non avrebbero più rivissuto una giornata uguale. Il bacio che si scambiarono sapeva di addio, di è stato bello, ma tutto finisce qui. Continua…
(domani, 15 agosto, la ventiduesima puntata)

La copertina del volume, disponibile su richiesta (illustrazione di Tito Ponzi).












