Il debosciato che voleva darsi una regolata (XX)

Pubblicato da Redazione il 14 agosto 2009 in La fatwa della torta fritta, Racconti, Satira |

20-L'attaccabrighe decide di darsi una regolata


Di Valentino Crepa – illustrazioni di Tito Ponzi

Si alzò dal letto su cui aveva ronfato come un bombardino, disteso a pancia in giù, a braccia aperta e a gambe larghe, con la testa messa  di sghembo sul cuscino. Una sorta di parodia o citazione blasfema dell’Uomo di Vitruvio visto di spalle. A parte le scarpe che erano finite a un paio di metri di distanza l’una dall’altra e della giacca ridotta al ruolo di scendiletto, era vestito esattamente come il giorno prima. Cercò di mettersi in piedi ma le gambe non erano ancora in grado di sostenerlo e la testa gli pesava come una damigiana colma fino all’orlo. A diverse ore di distanza dalla sua scorribanda, si sentiva come se lo avessero costretto a ingurgitare una bottiglia di whisky con l’imbuto e poi gli avessero spaccato la bottiglia vuota in testa. Una bottiglia di vetro spesso, che non si era rotta al primo cozzo. Si rimise a sedere sul letto, con il busto piegato in avanti e la testa tra le mani.

Sentiva rumori e voci provenire dall’esterno. Non i soliti, rituali suoni della campagna, ai quali era abituato fin da bambino, ma una specie di baraonda dai toni smorzati, un chiasso sotto controllo, un crepitio di mitragliatrici con il silenziatore. Che cosa stava accadendo là fuori, sotto le sue finestre, in casa sua? Perché qualsiasi finestra della camera del giovane Fasolari si affacciava sul suo. Sulla sua aia, sui suoi campi, sulla sua stalla. Il suo pensiero non andava tanto per il sottile. Non stava a distinguere che tutto quel presunto suo in realtà doveva condividerlo con un padre, una madre e una sorella. In quel momento stavano calpestando e disturbando il suo habitat. Il brusio circostante era un trapano in azione puntato contro quell’alveare in subbuglio che era la sua testa. Perciò pensò bene di affacciarsi per dare un’occhiata, spalancare le imposte che oscuravano la stanza e mandare al diavolo i disturbatori della sua sacrosanta quiete. Restò solo un’intenzione perché le gambe e tutto il resto lo tradirono.

Ricadde sul letto. Si rialzò. Si iniettò un immaginario ricostituente, tipo il suo amore proprietario ferito, e riprovò. Questa volta funzionò. Arrancando, si accostò alla finestra e guardò giù. Non riconobbe come sua l’aia punteggiata di ombrelloni, costellata di crocchi di persone disposte in cerchio alla maniera dei covoni dopo la mietitura. Si chiese da dove fossero spuntati tutti quegli individui a lui sconosciuti. Per un attimo dubitò che quella fosse veramente la sua casa. Per accertarsene, fece scorrere lo sguardo in lungo e in largo per la stanza. Riconobbe i mobili e il suo disordine. Lo specchiò del vecchio comò gli rimandò con crudele fedeltà un’istantanea della sua figura allampanata e disfatta.

Sconfortato e al tempo stesso rincuorato dalla certezza di ritrovarsi al sicuro tra le pareti domestiche, disgustato dal suo aspetto e curioso di sapere che cosa stesse accadendo dabbasso cominciò a gridare: mamma… mamma… Fulvia… mamma… Fulvia… Un briciolo di amor proprio e un residuo di sacro terrore per gli indimenticabili ricordi della cinghia paterna lo indussero a lasciar perdere papà. Né la sorella né la mamma gli risposero. Era certo colpa del cicaleccio degli invasori se i suoi richiami non andavano a segno. In realtà, quelle che a lui sembravano grida di aiuto emesse con voce stentorea erano uscite dalla sua bocca come sbuffi d’aria compressa, singulti di un bambino spaesato, guaiti di cane abbandonato.

Tornò al proposito primigenio di spalancare le imposte per dire a quei proci che avevano occupato la sua proprietà di andarsene a quel paese se non volevano che li prendesse a schioppettate.

Si avvicinò alla finestra e cominciò ad armeggiare con la serratura. Ma per far funzionare con efficacia il complicato marchingegno, messo a punto contro i ladri che infestavano il circondario, bisognava essere nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali e padroni delle proprie mani. Mentre cercava di dare il meglio di sé nella coordinazione di psiche e abilità motoria, il giovane spilungone spiava tra i listelli delle imposte. Stava scrutando quell’insolita apparecchiata da sagra perduta, quell’incomprensibile andirivieni di uomini e donne, quando i suoi occhi si incollarono su un tavolo che non avevo subito notato poiché seminascosto nell’angolo più ombreggiato del portico. 

Attorno al tavolo c’erano l’ufficiale delle Poste di Zibello, un gran pezzo di gnocca che lui non aveva mai osato avvicinare per una sorta di timor panico; un tizio un po’ fuori taglia, con i capelli a spazzola, un po’ troppo avanti con gli anni per essere l’uomo della postina; e una donna in piedi che gli dava le spalle. La silhouette androgina di quest’ultima, che ricordava un po’ la sua, gli diede la certezza che si trattasse di sua sorella. Sì, era Fulvia. Ma che cosa le era venuto in mente di mettersi una sottana della loro madre di trent’anni prima? Il vestito che lui preferiva, di cui ricordava il profumo di appretto ogni volta che andava a nascondersi tra le sue gambe. Aveva sì e no quattro anni e per lui tuffare la testa in quella gonna gremita di spighe di grano, papaveri e fiordalisi significava la pace e la sicurezza. Era l’ala protettiva della chioccia, il paradiso di cui nessuno gli aveva ancora parlato. Era la cura di ogni bua, la consolazione di qualsiasi pianto, il rifugio da cui nessuno avrebbe potuto stanarlo. Il ritorno alla terra madre, avrebbero detto gli antropologi. Al ventre materno, avrebbero detto gli psicanalisti.

Tornò a fissare Jole che stava discorrendo con sua sorella. Si accorse, e per la prima volta da quando la conosceva, che oltre alle gambe, all’avantreno e al retrotreno, quella donna aveva pure  un volto, un’espressione, dei pensieri e due meravigliosi occhi del colore dei fiordalisi.

Avrebbe voluto vederla indosso a Jole la gonna che era stata di sua madre, quella sottana che sapeva di grano maturo e di profumi che all’improvviso lo circondarono, lo avvolsero e lo tramortirono fin quasi a farlo svenire di nuovo, questa volta asfissiato dalla nostalgia. Dovevano essere molto intensi, se i suoi occhi all’improvviso cominciarono a inumidirsi. Piangeva. Lacrime calde gli rigavano le guance poco pulite.

Si sentì spossato e tornò verso il letto da cui si era appena rialzato. Intanto, continuava a ripetere a fior di labbra una frase che ne aveva della giaculatoria.

«Devo darmi una regolata… sì, devo darmi una regolata… una regolata… una regolata… non posso andare avanti così».

Credeva che nessuno lo stesse ascoltando, ma dietro la porta della camera c’era sua madre. Silenziosa. Unica ad avere sentito le sue grida soffocate, era accorsa. Ma si era fermata e aveva teso le orecchie prima di entrare. Aveva socchiuso l’uscio senza farsi vedere né sentire. Aveva intuito quel che suo figlio aveva visto. E aveva capito. Tornò in punta di piedi da dove era venuta con qualcosa sulle labbra che sarebbe eccessivo definire sorriso, mentre quel debosciato giuggiolone di suo figlio si distendeva di nuovo sul letto. Questa volta supino.

Gianluca aveva chiuso gli occhi, ma non certo per dormire. Provava a cimentarsi con un’attività che aveva praticato sempre con estrema parsimonia e con parecchie difficoltà nel corso della sua breve e sgangherata vita. Cercava di pensare. Più pensava e più sentiva che il mal di testa si affievoliva. Si accorse che pensare non gli faceva male. Pensando e ripensando finì che si addormentò di nuovo. E fece un sogno. Continua…

 (domani, 14 agosto, la ventunesima puntata)

 

Torta fritta

La copertina del volume, disponibile su richiesta (illustrazione di Tito Ponzi). 

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