Il diavolo in carrozza insegue Jole per tutta la Bassa (XIX)

Pubblicato da Redazione il 13 agosto 2009 in La fatwa della torta fritta, Racconti, Satira |

19-Notte d'amore alla periferia dell'ovunque

 

di Valentino Crepa – illustrazioni di Tito Ponzi

«Sono già stato qui».

«E chi non c’è stato? Mi raccontava mio padre che negli anni Settanta era meta di pellegrinaggio di cinefili e curiosi. Tutti quelli che avevano fatto la comparsa nel film di Bertolucci e pure quelli che ne erano stati esclusi portavano altri amici o le morose a fare un giro sul set di Novecento. Ma ora è tutto cambiato».

«Lo so, ma io sono stato qui ieri e non puoi nemmeno immaginare per quale strano motivo».

Jole non si mostrò curiosa e ignorò le ultime parole.

«Vedrai che oggi è cambiata non solo rispetto a trent’anni fa ma anche rispetto a ieri».

Dadomo parcheggiò extra moenias, come dicono i latinisti dell’Asl, poi i due e varcarono a piedi l’imponente portale ad arco delle Piacentine. Quando aveva imboccato la strada bianca che portava alla cascina, l’occhio indagatore dell’investigatore aveva colto al volo un cartello che lo aveva fatto sobbalzare: «Festa del Dio». Non era riuscito a leggere di quale divinità si trattasse. Aveva pensato a baccanali, bagordi pagani, riti della fertilità resuscitati da chissà quale setta strampalata e si teneva pronto a una fuga precipitosa, con o senza Jole. Gli invasati di religione gli davano il voltastomaco ancor più degli invasati d’altro.

Ora, leggendo le lettere gialle che spiccavano su uno striscione verde tirato da un lato all’altro dell’aia si rese conto che la fretta, il subconscio e una vista che se ne stava andando, lo avevano fatto incespicare in un lapsus oculi. Non si festeggiavano dei falsi e bugiardi ma la dea Cerere, la madre terra, la mamma dei raccolti. Era  la «festa del bio», del cibo biologico e naturale.

La scoperta dell’errore non lo rassicurò. Quella non era una festa contadina, ma qualcosa di più cervellotico. La conosceva quella gente e dalle prime facce che vide in giro e dai profumi che captò nell’aria capì che erano i seguaci tetragoni di un biologico venerato come un dio minore, che  loro consideravano maggiore, anzi il massimo. 

L’aia era disseminata di ombrelloni da spiaggia al riparo dei quali erano stati sistemati tavoli e sedie. Altri tavoli erano all’ombra dei freschi portici e del bersò. Nella vecchia  stalla erano state sistemate la cucina e gli stand dei venditori di prodotti bio. Gli avventori, ammesso che a loro piacesse quel titolo, non erano più di una trentina. Altrettanti gli addetti ai lavori che si aggiravano tra i tavoli con aria indaffarata. Questi ultimi, per non essere confusi con i primi avevano la fronte avvolta da una bandana verde e gialla. Se il verde era di una tonalità più cupa, voleva dire che quello che la portava stava sudando. L’atmosfera era nel complesso rilassata. Dai diversi gruppi si alzavano chiacchiere e risate leggere, i decibel non erano superiori a quelli che si sarebbero potuti registrare sul sagrato di una chiesa di paese all’uscita della messa solenne della domenica. Jole indicò un tavolo a Dadomo.

«Ci mettiamo qui?»

«Per me va bene».

Doveva andare bene. Era l’unico tavolo libero all’ombra del portico. Sulla tovaglia di carta a quadretti rossi e bianchi tenuta ferma da quattro ganci a molla nonostante non soffiasse un alito di vento, c’era un pezzo di carta paglia, quella usata un tempo dai macellai per avvolgere le carni. Sopra, una mano dalla grafia studiatamente primitiva aveva scritto il menu del giorno. Scavalcati i succhi delle più svariate verdure e dei più esotici frutti equo-solidali, ignorata la zuppa di farro alla maniera etrusca, l’attenzione di Dadomo fu attratta dai cavedani al tosone, dall’anatra alla limaccia e dalla faraona nutrita a calliptamus italicus.

«Beh, non sono solo vegetariani».

«Credevi ti avessi portato a un raduno di vegani? Ma per chi mi hai presa?».

Già, che stupido che era. Non avrebbe mai potuto mantenere quelle forme e quelle carni mangiando legumi e vestendosi di derivati del petrolio. Dadomo cercò goffamente di giustificarsi. 

«Hai ragione, però quando c’è di mezzo il biologico so quel che mi aspetta, bene che vada un piatto di tortelli d’erbetta senza burro o un soufflè agli asparagi».

«Oh, non qui, qui le giornate sono a tema e oggi i piatti sono quasi tutti improntati alla lotta biologica, cioè cucinati con carni di animali che si sono nutriti di altri animali nocivi o in eccesso».

«Poi arriviamo noi che ci nutriamo di questi predatori. Insomma, più che a pranzo mi hai portato a un festino per la vittoria di una battaglia nella guerra per l’evoluzione della specie. Un banchetto darwiniano, nonostante tutte queste bandiere della pace». 

Dapprima Jole parve imbarazzata da quella battuta, poi stoppò con la sua solita risata che aveva il suono di un’inarrestabile cascata di monetine da una slot machine. Si ricreò l’incanto. Il cielo le fece eco. Ripassò il diavolo in carrozza. Stavolta non mostrò di avere paura.

«Il temporale ci sta inseguendo».

«Il diavolo è sulle tue tracce, si infuria non appena ti sente ridere. Che cosa gli hai combinato?».

La Venere delle Poste di Zibello arrossì come se fosse stata colta in fallo.

«Allora non riderò più».

«Non essere sciocca, parteciperei al festino di una battaglia biologica tutti i giorni pur di sentirti ridere o vederti sorridere. Insomma, per stare con te».

Per evitargli di impantanarsi in romanticismi da lume di candela totalmente inadatti all’ambiente e all’ora, lei aumentò il volume della risata, che si arrestò a un pelo dalla tacca della sguaiataggine.

Il cielo brontolò con maggior dispetto. Tra i nuvoloni neri che coprivano l’orizzonte a oriente, una persona dotata di una fantasia un po’ sfasata, come quella di chi vide il volto di Bin Laden nelle colonne di fumo che si innalzarono dalle Twin Towers l’11 settembre, avrebbe potuto credere di intravedere due occhi minacciosi e inquisitori. «Dove sei stata, è tutto il giorno che ti sto cercando?», chiedeva il diavolo a Jole. Che, se pure se ne accorse, fece finta di nulla. Sia perché era in compagnia di altri. Sia perché lui conosceva benissimo i suoi orari d’ufficio e comunque nel loro patto non era stabilito con chi dovesse accompagnarsi. Il suo status di femme fatale se l’era guadagnato e quindi che la lasciasse in pace.

Povero Dadomo che credeva che le favole fossero frottole. Cìera veramente un auriga folle d’amore alla guida del suo cocchio che scorrazzava per i cieli della Bassa alla ricerca della sua bella. Che non era ovviamente l’unica e non sarebbe stata neppure l’ultima. Perché il diavolo è come certi capi di governo insaziabili e disinvolti. Un piccolo uomo capace di vendicarsi con un grandinata che ti ammacca l’auto ed estirpa qualche ettaro di coltivazioni. Questo perlomeno è quel che succede alla bassa dove il diavoilo ha molte amanti, altrove è peggio, perché altrove le donne sono anche più belle e le passioni più folli. Ecco perché da certi punti di vista è meglio non litigarsi le donne con il diavolo ai carabi o nel Sudest asiatico. Lì gli affronti si pagano cari.

Una donna alta dalle lunghe gambe nascoste da uno di quei sottanoni a fiori che Dadomo pensava si fossero estinti con gli anni Settanta, si avvicinò al loro tavolo. Sorrise a entrambi, si rivolse a Jole.

«Ciao, Jole. Ma come stai? Ma che piacere vederti».

Dadomo assistette con irritazione a un campione di quelle tipiche carinerie che le donne erano solite scambiarsi quando si incontravano e che accompagnavano spesso con reciproci massaggi delle braccia come se cercassero di riattivarsi la circolazione. Una moda in vigore da pochi anni, chissà dov’era nata e in quale contesto?

«Ehi, Fulvia, stai bene? Non pensavo di trovarti qui dopo quel che è successo stanotte».

Continuavano a chiedersi se stavano bene, ma nessuna ascoltava veramente l’altra. Facevano tutte così. Se qualcuna avesse risposto, nessuno glielo avrebbe più chiesto.

«Cosa vuoi, l’hanno rilasciato questa mattina, adesso è di sopra che dorme. Hanno sporto denuncia, ma per cose minime che non prevedono la detenzione. Penso che gli ritireranno la patente per guida in stato di ubriachezza. E forse è un bene. Ha combinato troppi guai in giro. Non mi presenti il tuo amico?»

«Oh, certo, scusami tanto, Fulvia, chissà dove avevo la testa. Fulvia, lui è Dino Dadomo, scrittore, giornalista, curioso e misterioso come un agente segretoi, e lei, Dino, è la mia amica Fulvia Fasolari, padrona di casa e sorella di quello scavezzacollo di Gianluca, il più rinomato rubacuori della Bassa».

«Hai sempre voglia di scherzare, Jole».

«Adesso lo chiamano sdrammatizzare».

Mentre si alzava per stringere la mano alla figlia della signora indisponente che lo aveva accolto or non era molto, Dadomo si chiese se tutto ciò che stava accadendo era frutto del caso o di una studiata regia. E chi fosse il regista o la regista. La battuta sei servizi segreti sembrava preconfezionata, fatta apposta per essere tirata fuori al momento opportuno. Decise di stare al gioco. Sperando che il giovinastro del matterello non si svegliasse prima che lui fosse riuscito a tagliare la corda. Visto che era stato tirato dentro, millantò.

«Ero anch’io all’osteria della Sceriffa, stanotte, e posso assicurarle che suo fratello non ha fatto nulla di male. Ha solo alzato un po’ il gomito e sfasciato la sua macchina. Si è trovato tra due fuochi, nel posto sbagliato e al momento sbagliato. Ha corso un bel rischio. Conti pure su di me come testimone a discarico se lo dovessero convocare in questura». 

 

Mentre recitava la parte del buon samaritano e Fulvia lo ringraziava, si chiese se lei e Jole sapessero già che era stato proprio lui l’involontaria miccia del falò notturno. Probabile che tra le due ci fossero state telefonate e avessero confezionato congetture. Giunse alla conclusione che sapevano. Perciò sterzò bruscamente per cambiare argomento.

«Complimenti per la festa, Fulvia, l’idea è originale e la cornice stupenda».

«È la prima edizione. Da quando sono tornata da Milano ho deciso di radicarmi di nuovo nella mia terra per svilupparne tutte le potenzialità e rinverdirne le tradizioni».

Dopo quel pistolotto, pensò bene di non chiederle altro. Anche se la curiosità su quel che faceva a Milano e perché ne fosse venuta via gli pungeva la punta della lingua. Fulvia doveva trovarsi tra i trenta e i quaranta, non era perciò una ragazzina ambiziosa e traviata che tornava all’ovile dopo gli studi universitari. A Milano aveva lasciato probabilmente un marito, un pezzo di vita o qualcosa del genere. La voce di un bambino interruppe il corso dei suoi pensieri e confermò all’istante le sue supposizioni.

«Mamma, mamma, hanno bisogno di te in cucina, vieni».

Fulvia si girò di scatto verso la fonte della voce e fece un gesto con la mano in quella direzione.

«Digli che arrivo subito, Lupo. Jole, signor Dadomo, vi prego di scusarmi, vi manderò qualcuno a spiegarvi i piatti di oggi. Ci vediamo dopo?»

Jole fu la più lesta a rispondere.

«Certo, Fulvia. Vai pure senza problemi».

Poi sorrise a Dadomo affinché  sottoscrivesse l’impegno. E lui sottoscrisse.

«Certo Fulvia, ci troverà qui. Buon lavoro».

Si sentì intrappolato ma non lo diede a vedere. Si chiese chi fossero i cani e chi fosse la volpe in quel gioco. Di sicuro non avrebbe mai chiamato una donna «cagna», un epiteto che considerava tra i più infamanti.

Dadomo e Jole stavano fingendo di trovare appassionante la lettura del menu per prendere tempo, riflettere sulle rispettive strategie o trovare semplicemente qualcosa da dirsi, quando si parò davanti a loro un ragazzo alto e dinoccolato di insolito pallore con un cespuglio di capelli ricci che lo faceva somigliare a un ginepro. Dadomo lo battezzò mentalmente Fra’ Ginepro. L’aspetto ascetico non aveva alcuna parentela con la voce caramellosa che li apostrofò.

«E allora amici, quale delle nostre specialità volete assaggiare? Mi chiamo Stefano, sono qui per servirvi, ma soprattutto spiegarvi».

Dadomo non chiedeva di meglio. C’erano certi lati oscuri in quella lista di vivande che abbisognavano di lumi, a scanso di equivoci e rimorsi postumi. Nonostante la presenza di carni da cortile nel menu, non erano propriamente profumi da aia di una volta quelli che ristagnavano nell’aria. Ignorando le regole del galateo, Dadomo si precipitò a placare l’arsura della sua curiosità.

«Sarei attratto dall’anatra, caro Stefano, ma che cosa sono le limacce di cui si sono nutrite?»

«Lumaconi senza guscio, quei bei gasteropodi che si cibano di foglie di insalate e sono ghiotti di more e ribes. Se le piacciono i molluschi ne avvertirà un leggero sentore nelle nostre tenere anatrelle».

Dadomo si sforzò di sorridere per dissimulare un conato di vomito.

«Devono essere una squisitezza, però mi intrigano pure le faraone che hanno mangiato quelle cose lì con il nome latino…»

«Oh, ma lei è un buongustaio d’istinto»..

«Ma che cosa hanno mangiato precisamente per rendersi utili all’agricoltura partecipando alle battaglie della guerra biologica?»

«Oh, ha detto giusto. Le faraone costituiscono un esercito di eroine mandato a fermare una biblica invasione…».

«Non mi dica, proprio non me lo dica… so già dove sta andando a parare».

«E invece deve sapere, devo dirglielo, il mio compito è dirglielo e poi forse la signora non sa».

«E allora, se proprio deve, vuoti il sacco». 

«Quei battaglieri gallinacei hanno battuto le campagne per scovare le grillare e fare scorpacciate di migliaia di esemplari di calliptamus italicus…»

«Cioè di cavallette».

«Sì, ma cavallette dalle ali rosa».

«Romantico, ma questo non rende più appetibili le vostre pietanze a base di carne».

Dadomo fu felice di constatare che anche sul volto di Jole si era dipinta un’espressione di disgusto. Pure il cameriere, se vogliamo chiamarlo in questa maniera convenzionale, se ne era accorto. Perciò li soccorse come meglio poteva. 

«Volete che vi mandi lo specialista del pesce? Forse risulterà più convincente e appetitoso di me».

Dadomo, a quel punto più attratto dagli enigmi del menu che dalla gola, si mostrò accondiscendente.

«Jole, vuoi che consultiamo l’ittiologo?»

Glielo chiese con delicatezza, come se si trattasse di una consulenza matrimoniale dopo una cupa crisi di coppia. 

«Come no, dopo quel che ho appena appreso, mai come ora desidero mangiare informata».

«Bene, allora dica pure al suo amico di venire a illustrarci la sua specialità, il cavedano al tosone. Sappia comunque che non abbiamo nulla contro le faraone che razzolano e che abbiamo apprezzato le sue delucidazioni. Magari fossero così chiari anche sulle etichette dei prodotti in vendita nei supermercati».

Fra’ Ginepro, che non aveva l’aria di essersela presa,  colse l’occasione al balzo per lanciare una freccia contro il vituperato cibo industriale..

«Oh, quelli sono pieni di ogm. Tutta robaccia».

Pronunciata la sentenza, si allontanò a passo spedito. Sparì nel buio della cucina che era stata una stalla.

Mentre la sfiatata coppia attendeva il nuovo seduttore dei loro schizzinosi palati, gli occhi indagatori dell’investigatore cominciarono a vagare per l’aia esplorando pigramente i volti dei presenti. Tra visini anemici da suorine laiche e faccioni irsuti, ne individuò uno che gli sembrò di aver già visto in anni migliori e lontani. Stava al sommo di un corpo minuto, da ragazzino che non si adegua all’avanzata degli anni. Cercò di immaginarsi i capelli corvini al posto di quelli grigi, la barba dello stesso colore al posto della leggera peluria biancastra. Il resto gli era più familiare, a principiare dal fisico asciutto con le articolazioni snodate che il loro proprietario muoveva animatamente mentre spiegava qualcosa a un crocchio di ascoltatori attenti e ridanciani. Gli occhiali poi pareva non li avesse mai sostituiti. La stessa montatura nera e pesante, con le lenti spesse tipo vetri antiproiettili, che fin da adolescente gli conferivano l’aria da topo di biblioteca. Ma sì, era lui Raimondo Del Fico, giovane liberale ai tempi del liceo, fervente seguace di Giovanni Malagodi, transfuga dal partito ai tempi del liberal Valerio Zanone. L’unico della generazione in cui tutti parlavano come volantini ciclostilati, a esprimersi come un libro stampato. Stampato bene. Se non proprio un incunabolo, una cinquecentina per quel vezzo che aveva di infilare vocaboli forbiti e congiunzioni impolverate per il disuso nei suoi discorsi alle assemblee scolastiche. Che cosa ci faceva quel fiore raro in quell’orto dei semplici? Tanto più, pensò Dadomo, che ha un paio d’anni più di me. In altre parole, un pezzo da museo più che un esemplare da serra.

Imbevuto di simili domande, non si accorse dell’uomo che si era accostato al tavolo. Un ragazzo dall’aria simpatica e dalla casacca hawaiana, più giovane di quel che lasciava supporre la sua calvizie galoppante maldestramente occultata dai capelli rapati a zero. Ma non abbastanza a zero da riuscire a confondere la zona glabra e lucida del cranio con la stoppia nera dove i capelli tagliati alla radice avrebbero volentieri buttato di nuovo. O sono calvi prematuri o sono capelloni a vita, concluse Dadomo. Lui veniva da un’epoca in cui la calvizie cominciava a quarant’anni o mai, non a venti come ora. Devono essere gli shampoo, gli scarichi industriali o quel che mangiano o quel che vedono in televisione, fu la risposta che diede silenziosamente a se stesso. Escludeva potesse trattarsi di stress, termine vago di un male indefinibile. Ma era ormai giunto tempo di prestare ascolto al nuovo venuto, lo specialista del pesce, che aveva in verità iniziato a parlare prima che le orecchie fossero predisposte a ricevere.

«Si chiama tosone la rifilatura del parmigiano quando è ancora fresco, un tempo era uno scarto, quel che debordava dalle forme,  i casari lo regalavano, i bambini ne erano ghiotti. Ora viene prodotto appositamente, confezionato e venduto a caro prezzo. Ormai è una rarità».

Jole ascoltava compiaciuta qualcosa che sapeva già.

«Hai sentito, Dino?»

«Mmmh, interessante, veramente molto interessante. Dunque, lei mi vuol dire che ci sono pesci, come i cavedani, allevati con una simile rara squisitezza negata persino al genere umano?»

«No, no. Come le dicevo prima, il tosone serve solo da esca. Si deduce che il pesce abboccando a una simile leccornia sia esso stesso di gusti raffinati. Vige anche in questo caso il principio generale dell’omeopatia la legge dei simili: similia similibus curantur…».

Dadomo, Jole e il ragazzo calvo con l’hawaiana non si erano accorti che era arrivato il terzo uomo. Però sentirono la sua voce fuori campo.

«In questo caso, sarebbe più appropriato dire capiuntur. Permettete, che mi presenti? Raimondo Del Fico, sono io l’autore delle catture con il tosone».

Del Fico si era staccato dal gruppetto dei suoi adoratori senza che Jole né Dino se ne fossero accorti e ora stazionava davanti a loro sorridente, visibilmente voglioso di sedurli con il racconto delle sue imprese.

L’investigatore ricordò la precoce loquela di quello smilzo cicerone liceale, il suo amore per il latino, il gusto per la provocazione, il piglio forense. Il ricordo dell’eloquio forbito tallonava la fisionomia del personaggio.

Dadomo si ritrovò involontariamente alla guida di una macchina del tempo i cui freni non rispondevano più ai comandi. Si sentì suo malgrado trascinato verso i mulinelli della memoria. Dovette compiere manovre al limite delle sue possibilità per tenerla nella carreggiata del presente. Qui e ora. Hinc et nunc. Ecco, era bastata l’apparizione di  quel secchione a fargli riaprire la grammatica di un latino che si era sempre pentito di non aver studiato come si deve a tempo debito. Avrebbe dovuto rivelargli che lo aveva riconosciuto? Che si erano incrociati una volta nella vita e che si erano pure scambiati un paio di parole? Non ce ne fu bisogno. Non gli ci volle molto a capire che il sapientone stava parlando a se stesso con la scusa di rivolgersi a loro. 

Dadomo decise di tenergli testa sul suo stesso campo. Non stai più nella pelle dal desiderio di rendermi edotto su chissà quali cose? Ebbene, te ne darò l’occasione. Ti lascerò parlare finché avrai fiato.

Nel frattempo Jole aveva sgombrato il campo chiedendo della toilette. E si sa che quando una donna si inoltra in quei quartieri le cose vanno per le lunghe. Constata la comunanza di gusti e disgusti, aveva lasciato volentieri a Dadomo l’incombenza della comanda.

«Fai tu caro», gli aveva mormorato prima di sparire nel boudoir delle Piacentine. Dove avrebbe probabilmente incontrato Fulvia e chissà che cosa si sarebbero dette.

Che quel «caro» fosse fumo negli occhi? Era autorizzato a pensarlo. Lo pensò. Continua…

  (domani, 13 agosto, la ventesima puntata)

 Torta fritta

La copertina del volume, disponibile su richiesta (illustrazione di Tito Ponzi). 

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