Il killer che non voleva uccidere (XVIII)

Pubblicato da Redazione il 11 agosto 2009 in La fatwa della torta fritta, Racconti, Satira |

18-Il gigante e il nanerottolo dietro la porta a vetri

 

di Valentino Crepa – illustrazioni di Tito Ponzi

L’uomo con tutte le dita meno il pollice lunghe uguali stringeva il volante come se potesse sfuggirgli dalla morsa delle mani a forma di pale. Non gli piaceva quel che stava andando a fare e per questo il volante era viscido come se lo avesse appena percorso una colonna di lumaconi. Più che sudore quel che sgorgava dai pori delle sue palme era una sorta di muco.

Si pentì di non avere portato con sé un paio di mezzi guanti da autista professionista, quelli di pelle sforacchiati che lui non usava mai perché gli sembravano accessori antiquati da Mille Miglia, anzi da femminucce. Si chiese perché Dio non avesse dotato l’uomo di peli anche nella superficie interna delle mani. Almeno una rada peluria. Forse perché non pensava che la sua creatura si sarebbe lasciata scivolare di mano così tante cose? Considerò quell’eccesso di sudorazione come una via di mezzo tra il segno premonitore e l’avvertimento divino. Perciò prese in considerazione la possibilità di invertire la rotta.

Se ci fosse stato un autogrill o un distributore con la rivendita di autoaccessori si sarebbe fermato a comprare almeno una foderina di finta pelle per il volante o una busta di borotalco per le sue mani che si lubrificavano al solo pensiero di quel che avrebbero combinato di lì a poco. Ma quella era una strada provinciale, non l’Autosole e poi gli ordini erano stati chiari e imperiosi: non ti fermare mai, non dare nell’occhio, non devi neanche fare benzina, il serbatoio è pieno non hai bisogno di nulla, devi solo fare in fretta.

Più volte aveva avuto la tentazione di fare retromarcia, ma qualcosa glielo aveva sempre impedito. La mancanza di una piazzola o di una strada laterale per girare l’auto, il traffico che lo tampinava, il divieto di inversione a U. Si ricordò della rotonda alla fine del ponte. Le giro intorno e torno indietro, pensò. Per confortarsi nella decisione guardò con la coda dell’occhio il sedile posteriore su cui giaceva l’ingombrante custodia nascosta da un plaid.

Prima di avvistare la rotatoria, gli comparve davanti agli occhi la faccia bella e altera di quella donna che non amava né le mezze misure né i mezzi uomini. Si fece coraggio al ricordo di quel che gli aveva detto. «Sembrerà una disgrazia, nessuno sospetterà niente, non sanno neanche che è al mondo uno così, nessuno lo rimpiangerà o vendicherà».

Lui aveva principiato a obiettare, ma lei era stata dura e tranciante. «Credi che vincano i buoni come in quei filmacci che guardi di notte? Pensa invece a quel che ci guadagnerai con me? Tu fai la tua parte, che io farò la mia». Lo aveva quindi messo alla porta senza dargli possibilità di replica. Il piano se lo erano raccontato e ripetuto più volte. Non avevano altro da dirsi. Ora lui doveva solo agire. Senza tante esitazioni. Fu così che al rondò tirò dritto. Ormai era in territorio cremonese e c’era dentro fino al collo. Non posso tirarmi indietro proprio ora, concluse con logica davvero poco stringente. Si sfogò sull’acceleratore. Doveva fare presto.

Lasciò la macchina in un parcheggio semideserto poco lontano dalla casa di cui aveva memorizzato l’indirizzo. Estrasse il lungo astuccio e se lo mise sulla spalla destra. Erano le due del pomeriggio, nessuno in giro. Neanche gli ausiliari del traffico, ma per non correre rischi, introdusse un paio di euro nel parcometro e si pagò la sosta più lunga consentita. Si era vestito nel modo più anonimo possibile, una maglietta, un paio di jeans, un berretto in testa, di quelli che i calvi più o meno incipienti portano anche quando vanno a letto e un paio di impenetrabili occhiali da sole del tipo che i maleducati e i timidi portano anche di notte. Così mascherato chi mai avrebbe potuto riconoscerlo in un posto per giunta dove nessuno lo conosceva?

Solo la custodia da pescatore sulla spalla stonava un po’. È vero che il fiume era lì a due passi ma forse non erano né l’ora né il luogo giusti per andare a pesca. Se quella fosse stata una gaffe, il primo vero pescatore di passaggio lo avrebbe notato e se ne sarebbe ricordato. Ma il necessaire da pesca faceva parte della messinscena.

Si faceva troppi problemi. Gli occhi più curiosi che in quel momento avessero trafitto le tapparelle delle finestre o le vetrine dei bar lo avrebbero trascurato come materiale insignificante. Per gli allupati, gli insonni della siesta e i curiosi delle ultime tendenze della moda e del costume c’erano in circolazione sufficienti jeans a vita bassa con ombelichi e displuvi di natiche scoperti, magliette e camiciole in lotta con seni che scoppiavano, ballonzolavano, evadevano. Era estate, un’estate da spiaggia e il mare, come aveva spiegato il sociologo Giorgio Triani, più che un luogo fisico era un luogo della mente. Per questa ragione se ne andavano tutti in giro conciati come tipi da spiaggia. Anche nella caliginosa via Cavour dove i muri delle case erano impregnati da decenni di scarichi di tubi di scappamento. Polveri sottili le chiamavano ora.

L’unico a essere vestito con decenza su quell’arenile immaginario, era lui. Si chiese per l’ennesima volta se la sua tenuta eccentrica non avrebbe potuto tradirlo. Domanda oziosa, visto che ormai era arrivato a destinazione.

Non c’erano campanelli accanto all’imponente portone di legno che non veniva spalancato da quando non esistevano più le carrozze e nel quale era stata ritagliata una porticina per appiedati. Era aperta. La varcò. Si ritrovò in un cortile disadorno che puzzava di urina con ciotole di cibo per gatti allineate lungo le pareti scrostate. Alla sua destra, uno scalone dai trascorsi aristocratici, testimoniati dal marmo delle balaustre e dal legno duro e lustro del corrimano. Nessuno in giro. Alzò lo sguardo. Non ebbe l’impressione che dalle finestre che si affacciavano sul cortile qualcuno lo osservasse. Immaginò che dietro quei vetri sporchi e unti, pochi vecchi soli e dimenticati stessero morendo di sonno, di fame, di stenti, di ricordi e d’oblio, sopraffatti da uno smisurato senso di rabbia e di impotenza. Dallo stato trascurato del cortile e dal silenzio che foderava i muri che gli ricordarono quelli di un cimitero, alla vista del coperchio lattiginoso del cielo, si sentì mancare il respiro. Quel palazzo fatiscente non era stato investito e rianimato dalla ventata vivificatrice degli emigrati. Lì dentro si stava morendo all’italiana. Neanche un clandestino. Lesse una scritta su un muro che riassumeva quello stato di abbandono: no squatter, no life.

Il visitatore della controra sentì anche odore di morte. Quel palazzo era dannato, condannato alla demolizione. Immaginò quel sarebbe accaduto di lì a poco: il comune avrebbe deportato gli ultimi residenti in qualche casa popolare della periferia. Le ruspe delle imprese avrebbero attirato i pensionati del quartiere ancora autosufficienti e chiacchieroni quel che basta da commentare i lavori in corso. I certificati di morte erano sicuramente pronti già da tempo sul tavolo dell’assessore. Quelle distruzioni programmate, con tutte le carte in regola, le chiamavano riqualificazioni, una parola che a lui piaceva perché gli faceva pensare al risanamento. L’associava all’eliminazione dell’odore di piscio e della puzza di gatto.

Si infilò nello scalone dopo essersi guardato di nuovo attorno senza incontrare ostacoli visivi e visibili. I gradini erano di quelli antipatici che ti costringono a spezzare il passo. Fatti più per i cavalli che per gli umani.

Lei gli aveva detto che avrebbe dovuto salire fino alla fine della scala, fino a che non si fosse trovato di fronte a una mansarda. Piccionaie dove le pareti dei tetti di gronda erano più basse della statura di un bambino di cinque anni.

Salì fino a che non si trovò di fronte a una porta di legno dai vetri smerigliati. Facile da forzare. Ma solo a un disperato o a un matto avrebbe potuta venire un’idea così bislacca.

Riprese fiato e picchiò con le nocche sui vetri. Bussò più volte prima che dietro il vetro a buccia d’arancia si profilasse la sagoma del nanerottolo. Lui dovette apparire all’altro come un gigante e per questo vide che quello si fermò ed esitò ad aprire anche dopo avergli chiesto «chi è?» e avere ottenuto una risposta rassicurante o quasi. Continua…

 (domani, 12 agosto, la diciannovesima puntata)

 Torta fritta

 La copertina del volume, disponibile su richiesta (illustrazione di Tito Ponzi). 

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2 Commenti

  • avatar Sgionfo scrive:

    andrà avanti ancora molto? qualcuno si sta divertendo?

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  • avatar Editore scrive:

    In ordine: le puntate sono 36 più l’epilogo; giriamo la domanda ai circa trecento lettori che ogni giorno si connettono per leggere le avventure di Dadomo e compagnia. Qualcuno ha capito che, con la scusa della fiction, si sta parlando di casa nostra e di personaggi ben noti. Speriamo che il suo gonfiore non abbia nessuna relazione con la pubblicazione della Fatwa. Se no, vale il solito consiglio: la lasci perdere e ci mandi qualcosa di meglio. Ne siamo alla spasmodica ricerca.

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