L’antinucleare non è una pistola ad acqua per sparare contro Cantini

Pubblicato da Redazione il 28 luglio 2009 in Ambiente, Politica |

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Due o tre settimane fa, persone senz’arte e con molta parte, per il puro gusto della polemichetta di partito, con il revanscismo tipico dei perdenti che non sanno perdere, imbastivano uno pseudocaso su una centrale nucleare da impiantarsi in un’imprecisata zona «a nord di Fidenza», cioè a due passi dal duomo.

Costoro, in virtù di una cattiva lettura del quotidiano La Stampa, che  riportava una vecchia mappa dei siti idonei alla collocazione delle centrali, lasciavano intendere che tale sito potesse trovarsi in quella striscia di territorio comunale, «a forte antropizzazione» per dirla alla Bernazzoli, che sta tra la linea ferroviaria Milano-Bologna e gli avamposti di Castione Marchesi, Bastelli e Chiusa Ferranda. È quello il nord di Fidenza, secondo queste persone di larghe vedute.

Sulla scorta di quell’allarmismo creato per pure ragioni strumentali, un paio di personaggi pubblici locali sono accorsi a dare man forte ai mestatori in difesa del perimetro della provincia di cui sono presidenti (Vincenzo Bernazzoli) o del collegio elettorale di cui sono stati senatori (Albertina Soliani). I due hanno naturalmente invocato l’incompatibilità dell’atomo con il culatello e con la memoria di Giuseppe Verdi.

Per offrire ai nostri lettori un contributo di ben altro spessore, abbiamo pensato bene di riprendere l’articolo di Mario Pirani apparso sulla Repubblicadi oggi 27 luglio. Nella sua rubrica «Linea di confine», il noto editorialista spiega che, dopo la bocciatura del nucleare al referendum del 1987, «sarebbe stato necessario sopperire al venir meno dell’atomo con un nuovo piano energetico per far fronte ai futuri fabbisogni». Non è stato così. «Quasi nulla è stato fatto e ora si è riaperto il capitolo nucleare come una necessità imprescindibile, ma senza alcuna discussione seria e senza un coinvolgimento dell’opinione pubblica».

Di fronte all’iniziativa del governo che ha varato la legge e deciderà la collocazione delle centrali entro sei mesi come reagisce l’opposizione? «Non riesce ad esprimere una posizione unitaria». Esito prevedibile: «Il tutto avviene nel silenzio e alla fine sarà l’onnipresente Bertolaso a decidere per via amministrativa».

Hanno dunque fatto bene i nostri Bernazzoli e Soliani a surrogare i poteri forti della sinistra ergendosi paladini antiatomici del territorio? No, non hanno fatto bene per niente. Primo, perché non si va alla guerra del nucleare in ordine sparso, alla spicciolata, invocando per giunta motivazioni ridicole e mangerecce (culatello e affini), quasi che le radiazioni fossero una specie di ddt. Secondo, perché le reazioni locali dei vari esponenti dell’opposizione, magari in contraddizione l’uno con l’altro, non devono permettere al vertice dell’opposizione nicchiare, tirarsi indietro, abdicare e cavalcare la solita ambiguità che scontenta tutti e non risolve niente.

Sulla tremenda e apocalittica minaccia del nucleare ci vuol ben di più e ben altro che il pronunciamento di due capi locali le cui massime preoccupazioni sono il mantenimento del potere, la sua conquista o il ritorno in sella. Quel che ci interessa, su questo scabroso argomento, è come la pensi Pierluigi Bersani, come la pensi Dario Franceschini, come la pensi Ignazio Marino, come la pensi Debora Serracchiani e via via tutte le altre eccellenze del Partito democratico. Ci piacerebbe che un chiaro pronunciamento pro o contro il nucleare diventasse una discriminante per chi si candida alla segreteria.

Il nucleare deve essere una patata bollente nelle mani di chi si contende la leadership, non una grana a posteriori del segretario eletto. Per due ragioni. Prima, perché la posizione sul nucleare serve a connotare la futura identità del partito che verrà (se verrà). Secondo, perché i margini di manovra (sei mesi) sono strettissimi e quindi prima si saprà come la pensa il Pd, meglio sarà per tutti. Dunque, per il bene dei culatelli e per pararci l’ancor più pregiato culo, prima si decide la linea di condotta e come «portarla avanti» e più chiaro sarà il dibattito all’interno della sinistra tutta.

Intanto, cerchiamo di imparare qualcosa dalla lettura di questa riflessione di un grande giornalista e scrittore. 

 

Tutti zitti sull´atomo come fosse l´embrione

di Mario Pirani

Il 26 aprile 1986 avvenne il disastro di Cernobyl. Fino a quel giorno il mondo industrializzato aveva baldanzosamente percorso la via dell´energia nucleare. Dopo di allora non fu più così. La installazione di nuove centrali si arrestò quasi ovunque. In Italia avevamo tre centrali in funzione (Latina, Garigliano e Caorso) ed una in costruzione (Montalto di Castro). Cosa fare? Gli esperti, la stampa, l´opinione pubblica si divisero: andare avanti, fermarsi al punto raggiunto o, addirittura, tornare indietro? Ne discutemmo anche nel nostro giornale e pochi giorni dopo, l´8/5/86, apparve su Repubblica un editoriale intitolato kantianamente da Scalfari, che mi aveva incaricato di scriverlo, «La nube sopra di noi, il dubbio dentro di noi».

Nello scritto spiegavo che, come tanti altri, ero stato fino a pochi giorni prima un sostenitore convinto della scelta nucleare. Ora non più.


Cernobyl aveva, infatti, dimostrato che il rischio nucleare poteva assumere dimensioni non quantificabili nei suoi effetti spazio-temporali. Mentre ogni altro tipo di catastrofe (terremoto, incendio diffuso, inquinamento ecologico tipo diossina e, perfino, distruzione bellica) una volta prodottosi, provoca danni una tantum, misurabili anche negli effetti indotti, non altrettanto poteva affermarsi per la fuoruscita del nucleo di una centrale atomica. Dove si sarebbero arrestati gli effetti e per quanto tempo? Nessuno era in grado di dirlo. Di qui, persino, l´impossibilità di coprire per via assicurativa danni non quantificabili. Era, quindi opportuno sospendere il nostro programma nucleare in attesa di una nuova generazione di centrali “pulite”, la cui messa a punto era prevista in 20 o 30 anni.

La posizione di Repubblica spostò il dibattito ben oltre l´ambientalismo. Nell´87 un referendum, vinto all´80%, cancellò l´industria nucleare nel nostro paese. Sarebbe stato necessario, a questo punto, sopperire al venir meno dell´atomo, con un nuovo piano energetico per far fronte ai futuri fabbisogni. Quasi nulla è stato fatto ed ora si è riaperto il capitolo nucleare come una necessità imprescindibile ma senza alcuna discussione seria e senza alcun coinvolgimento dell´opinione pubblica.

Il Senato ha approvato la legge che consentirà la costruzione ad opera dell´Enel di 6-8 centrali nucleari che entreranno in funzione dal 2018. Il governo sceglierà i siti entro sei mesi. L´opposizione – l´atomo come l´embrione? – non riesce ad esprimere una posizione unitaria. Il tutto avviene nel silenzio e alla fine sarà l´onnipresente Bertolaso a decidere per via amministrativa. Nessuno ricorda, ad esempio, che il nucleare potrà coprire il 25% della produzione elettrica, mentre per contro il risparmio energetico peserebbe, se attuato, per il 20%.


Altrove la discussione ferve, perché, se è vero che oggi le centrali possono ripartire tecnologicamente molto più sicure di venti anni orsono, resta insoluto il problema del combustibile usato che resta attivo e spaventosamente pericoloso per migliaia di anni. Come trasportarlo? Dove stoccarlo? È lecito lasciare questa eredità irrevocabile alle generazioni future? Se riprende la produzione vi saranno presto nel mondo 250.000 tonnellate di “residui” attivi. Se ne dibatte in Usa, Francia, Canada, Inghilterra e Germania. Solo la Svezia ha per ora presentato un piano preciso per seppellire in falde di granito omogeneo a 500 metri di profondità dentro involucri di rame, le barre usate.
Dovrebbero restarvi 100mila anni, prima di diventare innocue. Anche questo progetto non è considerato abbastanza sicuro.

L´Enel è giustamente preoccupato del problema e pensa ad una soluzione provvisoria: seppellire il materiale sotto le centrali e lasciarvelo per i sessant´anni previsti della loro durata, più i 20 per lo smantellamento e la bonifica. Così non sarebbe per i prossimi 80 anni necessario trasportare per l´Italia le barre usate. Dopo si spera che l´Europa abbia deciso e costruito un “cimitero” unico per i prossimi centomila anni. Non è il caso di discuterne? 

(la Repubblica 27 luglio 2009)

 

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