Fidenza ha un gran bisogno di caffelatte

Berluddafi e Gherlusconi. Se non ti fai impressionare dalle apparenze, puoi scoprire affinità che sfuggono ai superficiali e agli sguardi superficiali.
di Barbara Lattes
Li hai visti? Dilettanti! Non sanno come muoversi. Imbranati. Pasticciavano. Figurati che al sindaco continuava a cadere la fascia. Sarà stato emozionato. Sarà stata liscia. Sintetica. L’avrà comprata dai cinesi. Sarà per risparmiare. Ah, cominciamo bene.
Nei bar, in piazza, nelle sale d’attese degli ambulatori, a bordo della piscina Guatelli, nel circolo del Cabriolo, nelle parrocchie e negli oratori dopo la messa, nei corridoi della Coop e del Conad si sprecano i commenti e si rincorrono i dubbi sul ballo dei debuttanti che si è tenuto nell’aula consigliare del municipio nel tardo pomeriggio del 9 luglio.
Gaffes, comportamenti goffi, maldestri e incauti, che per certuni sono l’inevitabile prova del nove della supposta incapacità di amministrare la città e per altri il segno tangibile della loro incontaminata innocenza, un’ingenuità che fa simpatia.
I soliti schieramenti. I soliti pregiudizi. Il solito copione. Eh, che esagerati ci verrebbe da dire ai prevenuti di entrambi le parti. E glielo diciamo di tutto cuore. Poi li scusiamo, gli uni e gli altri. Siamo in grado di capire tanto il disagio di chi fa fatica a schiodarsi da sessantaquattro anni di potere, rischiando di ferirsi con le schegge di legno e i chiodi arrugginiti delle sedie, quanto l’eccitata agitazione di chi non pensava neppure di farcela e perciò non si è preparato a dovere oppure, per quanto si sia preparato, sono mille gli ostacoli e gli imprevisti sul tracciato con l’handicap di quegli occhi puntati addosso e quei sorrisini sardonici pronti a fare da colonna sonora ogni volta che inciampi in una buca della difficile arte di governare. Ma è la politica e non puoi invocare né la clemenza del pubblico crudele né l’indulgenza della parte avversa. Pietà l’è morta, vi renderemo pan per focaccia, questo e altro si sente dire nei vestiboli lontani da orecchie indiscrete montate su teste di linguacciuti.
Questo clima da revanche va bene per i primi giorni, da qui alla ripresa dopo ferragosto, ma nuocerebbe a tutti se dovesse protrarsi al di là dei confini dei legittimi festeggiamenti.
Sì, è vero, il primo giorno di scuola tanto le matricole quanto i fagiolini e i fuoricorso sono stati educati e composti. Perché c’erano i supporter delle rispettive parti e non si poteva fare la figura dei tifosi, perché c’erano i giornalisti e persino l’occhio di una Tv, perché c’erano bouquet di fiori per le signore e non si bestemmia nei santuari della democrazia. Ma domani, quando ci saranno solo loro e quattro gatti di pubblico con le orecchie assuefatte? Ricominceranno a suonarsele di santa ragione? La prenderanno alla larga partendo dalla rivoluzione bolscevica come Berlusconi? Si rimprovereranno le colpe dei padri e dei nonni?
Ecco, pensino ai padri e ai nonni. E riflettano sul fatto che non sono più i tempi dei padri e dei nonni.
A quei tempi, il padre di Mario Cantini, Arturo, era sindaco dei rossi senza sfumature. E Giuseppe Cerri se ne stava dall’altra parte della barricata. Sono solo due episodi. Ma non minori. Che dovrebbero comunque far capire che nel consiglio comunale di una piccola città non conviene fare l’olio e l’aceto nella stessa ampolla. Si perderebbe solo tempo e non si arriverebbe da nessuna parte. Mentre ci sono parecchi problemi che richiedono di essere risolti insieme. Con la strategia del caffelatte. Chi sia il caffè e chi il latte è del tutto irrilevante. Purché non si tratti di porcheria liofilizzata da macchinetta.
Caffelatte, non cappuccino, con tutta quella schiuma che sa di superfluo.

Esule a Parigi. L’autrice, nativa di Madonna dei Prati, in un caffé di Sain Germain-des-Près, dove sono soliti servirle la solita brodaglia transalpina. Nello scrivere questo sua riflessione dice di essersi ispirata al caffelatte della nonna ma ammette anche di essere rimasta suggestionata da quel suo cognome che sa di mungitura.













«A quei tempi, il padre di Mario Cantini, Arturo, era sindaco dei rossi senza sfumature. E Giuseppe Cerri se ne stava dall’altra parte della barricata. Sono solo due episodi. Ma non minori». Stai attenta, Barbara, poiché Fidenza è piena di Soloni e potrebbe darsi che ti rispondano “manderò i miei nonni al mio primo colloquio di lavoro”. E’ il nipote che risponde e c’è chi a Fidenza lo ritiene uno con “una testa così”. Sono con te, Barbara, s’intende. Pur avendo in tasca la tessera PD spero che Mario, Lina, Stefano e Giuseppe possano solo far del bene. Perchè? Ma perché ho figli, s’intende, e vorrei per loro un lavoro a Fidenza piuttosto che pendolare per 10 anni da e per Milano come io ho fatto. No, non è la filosofia del “tengo famiglia”, no. Sciocchi siete, se lo credete.
Vorrei una Fidenza piena zeppa di piccole industrie e laboratori di ricerca, ove si possa dimostrare di essere capaci di creare un chip che non si surriscaldi. Anche andando contro la seconda legge della termodinamica, se fosse necessario. E’ un paradosso, s’intende. Ma finchè la post-industria o l’industria o l’artigianato o la tecnologia sosterranno ancora come Atlanti il reddito pro capite, vorrei che la politica municipale attirasse posti di lavoro a Fidenza, duraturi e sostenibili. Anche a costo di ristrutturare l’organico comunale, poiché le industrie si attirano con sconti fiscali, cioè meno entrate. E l’ICI industriale deve rimanere bassa. Mobilità. Spostamento di forza lavoro da un luogo all’altro. Ma entro i confini comunali, s’intende. Dalla bicicletta alla moto, dalla moto all’auto e viceversa.
Vorrei che Outlet, Pittarello e Comet, Coop e Città Gustose rimanessero così come sono e si concludesse con questo pernicioso amore per i contratti sottopagati ed a termine, per servire una borghesia piccola che ha un odore più puzzolente di quella del 1922.
Vorrei che la si smettesse di caricare l’acqua di significati sacri. L’acqua è un bene necessario, s’intende. Vale per bere, per lavarsi, per cucinare, per lavare l’auto e per produrre saponi. Ma se dici che un bene come l’acqua deve essere gestito dall’entità pubblica, la carichi di sacralità. L’acqua non ha niente di sacro. Ma ha moltissimo di utile. Può essere considerata poeticamente, s’intende. “Laudato si’, mi’ Signore, per sor Aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”, ma niente più. A nessuna forza politica viene in mente di usare l’acqua come strumento di ricatto elettorale, a meno che noi non fossimo in condizione di pre-guerra civile. Così è successo a due screanzati: il governatore della Puglia ed il governatore della Basilicata in passate tornate. Popolo della Libertà contro Ulivo. Ma questa è stupidità umana. Allora togliamo, anche a Fidenza, l’acqua alla gestione municipale e diamola all’imprenditoria etica. L’ultima enciclica di Benedetto XVI sta lì a dimostrarlo. Non ditemi che questi non sono ideali.
Vorrei uno spirito culturale che soffiasse dal Nure al Taro, che organizzasse albergatori, ristoratori, agenzie ed operatori turistici affinchè il turista non si soffermasse solo nei templi del consumo vacuo. Verde, parchi, torrenti (ecco di nuovo l’acqua!), cucina, arte, rovine e monumenti. Storia di popoli e migratori (ecco di nuovo il migrante, così di moda adesso da usarlo per tornaconti di bassa Lega!).
Vorrei una Fidenza che si vestisse ancora dei festival che erano iniziati così bene, che attiravano celebrità culturali e teste pensanti e, poi, più niente s’ è fatto.
Vorrei una Fidenza ove si osasse. Ove si andasse contro corrente. Ove vivacità culturale, sperimentazioni d’avanguardia, reddito e benessere potessero ridare orgoglio ad una popolazione che fino agli anni ottanta era considerata un vanto per la sinistra. Anche i nostri migranti ne sarebbero coinvolti. Ma il sogno si ruppe. Poi venne Berlusconi sostenuto dalla maggioranza del popolo deluso.
«Che dovrebbero comunque far capire che nel consiglio comunale di una piccola città non conviene fare l’olio e l’aceto nella stessa ampolla. Si perderebbe solo tempo e non si arriverebbe da nessuna parte. Mentre ci sono parecchi problemi che richiedono di essere risolti insieme. Con la strategia del caffelatte», conclude Barbara.
Che la coscienza dei nuovi ti ascolti, Barbara.
Che la sberla della sconfitta rinsavisca i perdenti.
A risentirci.
Paolo Sirocchi.
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Errori miei a parte, voglio ritornare su un intervento di Rita C., mi pare, la quale sosteneva, più o meno, una cosa come questa: “Siete sicuri, voi di Nave Corsara, che i vostri sfoghi interessino a qualcuno?”.
Lì per lì, mi sentii punzecchiato e, infastidito, risposi a Rita C. per le rime. Ma poi…..sapevo che nel pensiero di Rita si nascondeva una verità.
Il commento di Rita è interessante, poichè si presta a varie interpretazioni, tutte importanti.
Da una parte si potrebbe supporre che un certo elettorato di sinistra abbia pensato come Rita. Quelli di NC sono i soliti intellettuali criticoni, forti delle loro lauree filosofiche o letterarie, caratterizzati da puzzetta sotto il naso per tutti coloro che non possono vantare un tale livello d’istruzione. Criticano e non propongono e, talvolta, si difendono tramite pseudonimi. Pensano così tutti gli orfani del PCI che non è più ed è difficile(e li comprendo) per loro convincersene. Ammutoliti dalle perdite elettorali e disorientati dalle faide interne (le correnti, infatti, erano roba da PSI, politica di seconda qualità), ora soffrono dello stesso male dei fratelli socialisti. Abbiamo fatto dell’Emilia Romagna un modello; Modena negli anni ottanta superò Milano quanto a reddito; rimaniamo ancora i più forti; questi di NC sono dei sobillatori al servizio della parte avversaria; sono i commenti che turbinano nella mente del militante PCI ex PCI.
Da qui lo sfogo di Rita.
Può essere.
Dall’altra parte, si può interpretare il commento di Rita esattamente come l’esclamazione di una operaia dell’allora Star di Corcagnano (PR). Ero sindacalista, tanti anni fa, degli alimentaristi della Cisl. Triplice sindacato unito, organizzammo uno sciopero alla Star parmense contro la politica manageriale che portò, di lì a poco, alla chiusura dello stabilimento o, non ricordo bene, ad una pesante ristrutturazione. Lo sciopero fallì e ci trovammo in quattro gatti davanti ai cancelli chiusi. Pioveva e faceva freddo. Una signora, operaia, che aveva terminato il turno, inforcò la bicicletta e ci salutò dicendoci “Andì a cà, ragas, l’è andeda axì!”. Una materna compassione che mi colpì. E’ la filosofia molto popolare dell’accettazione delle sconfitte, dell’elaborazione del lutto. E’ la saggezza popolare della “ruota che gira così e sempre così girerà”. Siete sicuri che i vostri sfoghi scalfiscano il potere? Lo stato delle cose? E’ sempre stato così: patrizi e plebei, feudatari e servi della gleba, proletari ed industriali. Oggi a me, domani a te. E la solidarietà fatica ad insinuarsi. E l’idea di un comune progresso, condiviso, fatica a proporsi.
Da qui, la filosofia di Rita.
Può essere.
La terza interpretazione cui può essere soggetto il pensiero di Rita è il seguente.
Ci sono persone che si fanno i caspita loro, dove soffia il vento loro vanno.
Ci sono persone che, io sbigottito quando lo seppi, si commuovono ancora alla vista di bandiere rosse appese sventolanti ai pioppi in Romagna, durante le celebrazioni del Primo Maggio.
Le prime sono gli attuali vincenti, non i vincitori.
Il pensiero di Rita, inconsapevolmente, li sostiene.
Le seconde…..non amo le seconde, le comprendo ma continuano a perdere. Un pò mi irritano.
Perché frenano l’evoluzione del pensiero e della speranza.
La terza via che polverizza la riflessione di Rita è il caffelatte di Barbara. Molto lavoro, molte notti insonni, realizzazioni. Pragmatismo insomma, condito da un pizzico di ideologia.
Parallela alla terza via è il governo ombra. Okkio che implica notti insonni! e molto lavoro. Parallelo.
E soddisfazione della popolazione.
Poi si andrà ad un’altra elezione.
A risentirci.
Paolo Sirocchi.
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Paolo, secondo me sei abitato da troppi fantasmi del passato: i socialisti, i komunisti, tuo padre, il padre di massari… non esiste più quel mondo lì…!!! cancellalo dalla tua mente… guarda il mondo nuovo che è diverso, peggiore se vuoi, ma esige u altro approccio… non pensi??
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Concordo con Mutangolo , Paolo ci annoi, nel primo post sembravi ” in sogno” mentre nel secondo eri in pieno incubo.
E poi ………. apri le discusiioni, spesso, e non vi partecipi…..lanci il sasso e te ne vai?
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Sì, Mutangolo, lo penso. E’ quel “peggiore se vuoi” che non mi fa dormire. E non so quale “approccio” scegliere per capire.
Mi viene in mente una scena di un teleromanzo di tempo fa.
Sergio Castellitto interpreta un giudice, piuttosto riservato ed umile nel comportamento, altrettanto caparbio e convinto delle proprie idee. E pugnala a tradimento. Durante una conversazione con una collega, credo, le parla del libero convincimento del giudice. Più in particolare, del processo mentale che un giudice articola per convincersi, secondo gli indizi e le prove raccolte, del suo giudizio, quello che richiederà al tribunale.
C’è una frase interessante: quando sei convinto, quando tutto ti appare armonico così come ad un matematico appare luminoso il coerente dispiegarsi di un teorema dimostrato, allora sei vicino alla verità.
Ci credo, Mutangolo, nelle cose che scrivo. Ci credo alle mie idee, perché so osservare (anche se quest’ultima osservazione sa di immodesta modestia).
Che tu non ne sia convinto, appartiene alla tua formazione, alla tua cultura, alla tua esperienza. Legittime. Ma stimolanti.
Una cosa so e la vedo. Lucente come un diamante. E la osservo, come tu suggerisci.
Farsi gli affari propri ti fa vincitore. E, forse, Rita C. ha ragione.
C’è del marcio, Mutangolo, che affiora. C’è puzza, Mutangolo, che soffoca. E ti posso assicurare che non si fermano qui.
Pertanto mi chiedo se sono io ad essere un illuso od è la realtà che è brutta come la paura.
Grazie del tuo intervento.
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Paolo, io sono vecchio, ma d’un vecchio, che tu non te ne rendi conto; se tu sei dell’Era Terziaria, come vorrebbero fare e farti credere i Mutangoli e i Pike, io sono di quella Secondaria, classe 1945. Anch’io purtroppo ricado spesso nell’errore che i succitati ti contestano, implacabili. “You and me, Paul, we have a dream!” o ce lo avevamo. Ma da parecchio tempo ce lo hanno ammainato al suono triste di una tromba o di una trombata, in senso traslato, fosse invece in senso proprio e concreto…Paolo, sono con te, anche se tristemente e rassegnatamente; morirò sulla mia nave dei sogni, come un capitano coraggioso ed eroico, ascoltando, per un’estrema volta, il canto ammaliante delle Sirene degli anni ’60 e ’70!
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Paolo, scrivi di marcio e di puzza soffocante e rimpiangi i tempi andati dello Psi?
Hai pelo sullo stomaco , o hai bisogno di una visita da un otorino.
Con affetto sempre.
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Si sono una di quelle persone che si commuovono quando vedono le bandiere rosse sventolanti sui pioppi della Romagna il primo maggio.
Le guardo con l’orgoglio di quello che rappresentano, mi commuovo per il ricordo di quello che sono state e per la rabbia di quello che non sono. In quei posti i lavoratori (contadini, minatori, operai che fossero) hanno sempre, nel corso degli anni, anche sotto il fascismo e durante la guerra, quando farlo significava rischiare veramente molto (olio di ricino, galera, botte), appeso le bandiere rosse agli alberi dei loro paesi la notte tra il 30 aprile ed il 1 maggio a testimonianza della loro dignità e del loro impegno solidale nelle battaglie, nelle lotte di liberazione dal bisogno, dall’ignoranza, dalla sudditanza e dalla subalternità.
Si mi commuove pensare alle vite di tanti uomini e donne che nella fatica di tirare su una giornata per campare hanno voluto e saputo diventare “classe”.
Mi scuso per queste righe dove ho usato vocaboli in disuso che richiamano una realtà e una vicenda storica che sembrano lontani anni luce a chi non sa guardare quanto attuale invece sia (anche se in un contesto diverso, con nomi e specificità diverse esistono sempre gli oppressi e gli oppressori in un ingranaggio perverso, ancorché più mimetizzato di un tempo, di cui che ci piaccia o meno tutti noi facciamo parte).
Mi spiace per il sig. Sirocchi che non ci ama, non sa cosa perde negandosi l’emozione di commuoversi per una storia che ci riguarda tutti e che tanto ci ha insegnato attraverso le vite di chi l’ha vissuta, come i nostri padri ed i nostri nonni (vite cui proprio il sig. Sirocchi si riferisce spesso). Nello sperare che la sua irritazione per quelli come noi passi al più presto vorrei anche dirgli che essere vincenti non è un valore per tutti, anche perché la domanda potrebbe essere: “vincenti rispetto a che cosa?” E nel caso vorrei dirgli che, forse, non si vince portando a casa un premio, o arrivando primi, dal mio punto di vista si vince quando si conserva la propria dignità e si sa andare avanti facendo tesoro della propria storia, quando in definitiva si ha il coraggio, la forza di rimanere, anche nel cambiamento, se stessi. Ma si sa, come ho detto, io mi commuovo . . .
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Rosa, io non sono mai stato fascista, anche perchè, nato nel ’45, avrei potutto esserlo solo per pochi giorni ed iscritto dai miei genitori, alla nascita, come facevano invece i veterocomunisti alla Peppone. E non sono mai riuscito nemmeno a decidere di iscrivermi al vecchio PCI stalinista.Tu ti commuovi, giustamente, davanti allo sventolare delle bandiere rosse. Non so che età hai raggiunto, se poi me lo vuoi dire, ti può inquadrare meglio storicamente e politicamente. Ti ricordo però che, come per i gagliardetti fascisti di ogni genere, molta gente ha ricordi negativi, provati sulla pelle propria o tramandati da familiari, amici e conoscenti, così anche parecchie persone, in Italia e nel mondo, gradisce poco vedere garrire al vento bandiere rosse. Sono tutti coloro che, nella vecchia Russia poi divenuta URSS, in Cina, a Cuba, in Vietnam, nella Corea del Nord, nei Paesi oltrecortina, hanno conosciuto i Gulag, le numerose Lubianke, i morti ammazzati in varii modi, torturati, esiliati, prevaricati, secondo le stesse modalità dei nazifascisti, dal ’17 della gloriosa Rivoluzione d’Ottobre fino ai primi anni ’90. E numerosi erano comunisti con i fiocchi, della prim’ora. O erano coloro che avevano salutato come liberatori i graziosi soldatini dell’Armata Rossa, che cacciavano i consimili della Wehrmacht, e poi aiutavano i politici locali ad imporre una dittatura bestiale durata quasi 50 anni, in tutto simile, se non peggio, a quella nazista. E sono anche i parecchi che non erano fascisti, ma solo non-comunisti, dal ’43 al ’49, fatti sparire dalle squadre delle varie Volanti Rosse, quelli uccisi dai partigiani titini che volevano svendere il Friuli e la Venzia Giulia al compagno Tito, come l’eroe di Porzùs, Mario Toffanin- Capitan Giacca. Prova magari ogni tanto a vedere ed a considerare i fatti anche dal rovescio della medaglia, senza però arrivare agli accanimenti di Pansa.
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Io penso che lo sventolio delle bandiere abbia sempre sedotto i popoli per poi regolarmente disilluderli ed anche il popolo italiano ha sempre subito questo fascino
basti ripercorrere gli ultimi 70/80 anni della sua recente storia per avere facili prove
ed infatti : prima della seconda guerra mondiale le piazze si riempivano di bandiere nere con dietro milioni di persone, dopo la seconda guerra mondiale le piazze si sono riempite di bandiere rosse con dietro milioni di persone ed oggi le piazze si riempiono di bandiere verdi con dietro milioni di persone …………. ma se siamo qui a fare commenti negativi sulla attuale situazione evidentemente in 70/80 anni le bandiere non ci hanno portato da nessuna parte !!!!!!!!!!!
Io credo invece che se vogliamo un futuro diverso e sopratutto migliore occorra
qualcosa di nuovo ma come dice il vocabolario : nuovo = mai visto prima !!!!!!!!!!!
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Luigi, pensa che anche gli ignavi, secondo il padre Dante, pur essendo tali, ma anche, purtroppo o per fortuna, ITALIANI, già 7 secoli orsono, continuavano a correre appresso ad un’insegna, nonostante tenesse una velocità notevole di spostamento e non posasse mai.
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Allora è vero che ogni tanto il vecchio detto dei nostri nonni ” la storia insegna” fà cilecca………..infatti con il secolare sventolio di bandiere la storia ha sì insegnato ……….ma a sbagliare !!!!!!!!!
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Ma ca..volo! (per andare in ordine alfabetico) anche i corsari ai miei tempi avevano una bandiera. Trovo in questo molto vittimismo nascosto in una critica del vecchio e, in fondo in fondo, nella speranza che il nuovo sia altrettanto criticabile.
La nuova amministrazione? Ha detto di essere trasparente, andate e chiedete, tenetela sotto pressione. Le altre promesse elettorali? Se sono le vostre insistete perchè siano mantenute. Non comportiamoci come sempre in questi ultimi 64 anni, votiamo e poi quelli fanno quel che vogliono e al massimo andiamo al comune come questuanti, per il nostro particolare ben s’intende.
O è forse vero che i vecchi rassegnati sono i giovani e voi, non gli anziani?
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Ambrogio, speriamo che la nuova amministrazione non arrrivi ad essere tanto trasparente da divenire poi invisibile, perlomeno su certi temi.
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Franco, touchè.
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Avrei preferito se ti fossi chiamato Ambrogia, se non altro avrei touchèe; ma non si può pretendere tutto, dalla vita. Spesso ci tocca guardare e non toccare, a meno che non ce ne venga concesso il permesso, esplicitamente od implicitamente. E con una donna non è sempre facile distinguere le due cose, bisogna cogliere l’attimo. Ambrogio, grazie per il consenso, almeno tu non hai bastonato questo pover’uomo, come tanti altri commentatori. Dio te ne compenserà per cento volte tanto!
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Gent.le sig. Bifani vorrei, per simpatia, che il mio incipit potesse essere “touché” per darle soddisfazione visto che sono una donna. Ma in questo caso non posso proprio.
Gent. le signor Bifani non la conosco, ma la percepisco come uomo di spessore da ciò che, nel tempo, ho letto su Nave Corsara ed allora, ad esempio, mi chiedo può Lei prescindere nel giudicare gli eventi di Porzùs, sui quali il nostro giudizio di sintesi probabilmente converge, dalla situazione in cui combattevano i partigiani comunisti in quelle zone (pensi solo agli ostacoli posti loro dagli alleati -in quelle regioni di confine più che altrove- fino a causare la perdita, tra loro, di molte vite), o nel giudicare l’infausta esperienza delle “Volanti Rosse” può prescindere dalla discriminazione, quando non dalla feroce repressione sociale, ancora prima che politica, nel dopoguerra verso coloro che avevano partecipato, e non proprio nelle retrovie alla resistenza, e che si sono trovati persino espulsi dal lavoro se non repressi nelle strade? E’ possibile giudicare una storia così lacerante senza calarsi nella realtà di allora, giudicare oggi per allora con i nostri attuali metri di giudizio, con la nostra sensibilità verso la vita dalle comode poltrone delle nostre case, riposati, “istruiti” e sazi? Non voglio essere provocatoria, nè irrispettosa, ma credo che la storia non sia facilmente riassumibile in poche frasi, tantomeno in rapidi giudizi di sintesi. L’assicuro che mi piacerebbe confrontarmi su questi e sugli altri esempi da lei portati ma la complessità dei ragionamenti ci porterebbe lontano. Naturalmente se lei lo desidera . . .
Mi scusi gent.le sig. Banzi ma se nelle vicende umane, a volte, o sovente, seguire le bandiere ha portato ad eventi nefasti non potrà negare che ha portato anche a risultati di liberazione visto che proprio Lei si riferisce agli ultimi 70/80 anni non ritiene che se non ci fosse stata, insieme ad altre, anche qualche coraggiosa bandierina rossa qua e là forse sventolerebbero ancora quelle nere in questo Paese? Lei può obiettare che rosse o nere, per lei, pari sono. Certo sarebbe una considerazione legittima anche se offensiva della capacità di discernimento. E mi scusi ancora sa ma non ritengo affatto che seguire una bandiera equivalga a seguirne un’altra. Ogni bandiera rappresenta in se qualcosa di diverso, ed è su quello che, credo, la nostra capacità critica debba confrontarsi. Ci sono bandiere, simboli che hanno unito nella speranza di una vita diversa, accettabile, umana, dignitosa, milioni di persone in cammino per un riscatto individuale e collettivo ed altre bandiere ed altri simboli che sono nati propugnando la sopraffazione, l’arroganza, l’ingiustizia, la violenza come pratica delle relazioni umane. Si può obbiettare che anche le prime, a lungo termine, hanno fallito. Bene ma hanno fallito gli uomini e le donne che, nel tempo, non hanno voluto, o non hanno saputo esserne interpreti onesti e disinteressati, o quelli che, per pigrizia o superficialità, hanno delegato e non vigilato. Non hanno fallito i principi che quelle bandiere avevano mosso, che anzi nell’immediato del loro agire hanno effettivamente liberato milioni di esseri umani da ignoranza, fame, miseria, persecuzioni, morte, quando non schiavitù (vogliamo forse, per esempio, negare l’esistenza dei servi della gleba nella Russia zarista?).
Amo la storia e conoscerla può darsi che, come dice il sig. Banzi ci porti a “fare cilecca” ( e lì sicuramente ci sta anche la volontà, l’umiltà, di voler imparare o meno) ma non conoscerla, banalizzarla, ridurla a degli slogan, delle frasi fatte che vanno per la maggiore, sicuramente non ci fa andare da nessuna parte se non, forse, proprio dove non vorremmo andare.
Non sento contraddizione nell’essere buoni conoscitori della storia, degli avvenimenti, ad esempio, citati dal sig. Bifani, essere profondamente democratici ed essere comunisti. Nel senso di una scelta ideale, non nel senso di una pratica di occupazione istituzionale o aziendale della politica cui si riferisce spesso (credo anche a ragion veduta) il sig. Sirocchi quando parla di Komunisti.
So che non è di moda, molto più à la page, in questi nostri tempi, l’anticomunismo. Credo però che il coraggio passi anche dall’uso che si fa delle parole, dalla forza di dare loro dei contenuti e dei significati. Non mi spaventa dire che sono comunista.
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