Esami, la maturità si vede dal tema. Ma solo se cambia

Pubblicato da Redazione il 30 giugno 2009 in Scuola |

bossi_renzo

Renzo Bossi, figlio di Umberto, è stato bocciato all’esame di maturità per ben tre volte. «Non possiamo lasciar martoriare i nostri figli da gente che non viene dal nord», tuonò a suo tempo il papà riferendosi a certi insegnanti di origine meridionale. Nessun dubbio, naturalmente, sulla preparazione e sulle capacità del delfino. 

Ogni anno, verso la fine di giugno, tra la tortellata di San Giovanni e la raccolta delle noci verdi per il nocino, i cuori dei diciottenni e delle loro mamme palpitano con insolita frequenza. Va in scena l’esame di maturità.I giornali tirano a indovinare i titoli dei temi (e puntualmente non li azzeccano); gli esperti del ministero commettono gli inevitabili svarioni; gli studenti che prima accendevano una candela a san Giuseppe da Copertino protettore degli esaminandi ora accendono il computer nella speranza che Google gli faccia una soffiata; i soliti noti raccontano quando toccò a loro e chi se ne frega. 

Quest’anno la novità: al posto degli abusati Leopardi e Manzoni, un mazzetto di foto con la vespa, il Sessantotto, i rave party, gli scrittori beat, Facebook e altra memorabilia legata ad almeno due ruggenti ondate generazionali. Una parure di poster da cameretta adolescenziale distribuita sull’arco di oltre mezzo secolo che ai diciottenni di oggi sarà parsa (Facebook a parte) non meno ostica e remota dei poeti dell’Arcadia.

È l’eterno ritorno dei sessantenni, che hanno eletto i propri vent’anni a misura di tutte le cose e periodicamente ce li propinano. A dimostrazione che il modernariato può essere più polveroso dell’antiquariato. Per ambire alla qualifica di classico ci vuol ben altro che un po’ di ricordi sostenuti dal coro greco della nostalgia.

Nel reiterato sforzo di ringiovanire quella prova principe e universale dell’esame di maturità che è il tema di italiano, finiscono in realtà per svelarne le rughe e le cicatrici da lifting.

Fra le tante tracce che si accavallano, si eludono e si rincorrono nel tentativo di tenere a galla il tema come ciambelle di salvataggio, quel che più colpisce  è l’abisso tra le prove evergreen (Leopardi e Manzoni), per vedere se il candidato ha almeno sfogliato l’antologia d’italiano, e gli ammiccamenti ad autori «moderni» come Jim Morrison e James Dean. Colpisce che nessun ponte colleghi le due isole. Sì, qualche volta una traccia su un articolo della Costituzione, ma basta riscriverlo con un maggior numero di parole per guadagnarsi la pagnotta della sufficienza e ottenere la prima spinta verso gli allori della carriera politica. Mai una traccia per sapere di che pasta è fatto il ragazzo che aspira alla maturità, intesa come iniziazione allo stadio adulto della vita, più che all’inservibile pezzo di carta.

Fossi un insegnante, sarei perfido e curioso con tracce del tipo: «Perché bisogna essere onesti? Anzi, che cos’è l’onestà?». Dallo svolgimento (ma temo non si chiami più così), capirei forse che posto hanno i valori di cui tanto si ciancia nel palinsesto giornaliero di un giovane dei giorni nostri. E se non fossi un prof morto di sonno o che finge di dormire (e perciò impossibile da destare), capirei con che tipo di società avremo a che fare tra qualche anno. Se una classe scolastica è un campione sociale significativo per un sondaggio, figuriamoci una frazione del mezzo milione di candidati che scegliesse questa traccia. Ci sarebbe da leccarsi i baffi per Ilvo Diamanti e tutti i sociologi sempre alla ricerca di nuovi indizi per spiegarci dove va l’Italia.

Se ne leggerebbero delle belle nei temi di una generazione nutrita a sms, merendine e consigli educativi del tipo: «tira fuori la grinta», «fatti sentire», «fregali, se non vuoi farti fregare», «devi volerti bene» o la sua variante frivol-femminile «coccolati», imperativo del verbo farsi le coccole.

C’è stato un tempo in cui ci coccolavano. Eravamo cocchi di mamma. Ora bisogna arrangiarsi e coccolarsi da soli. Pure da grandi. Cosa che sa di orfanotrofio e di onanismo.

E se quelli fanno i furbi raccontando balle regolate sull’aria che tira? Non la scampano. La volta successiva gli toccherebbe il tema sulla sincerità e via di questo passo fino a dar fondo a tutte le qualità utili alla convivenza civile. Scavando e scavando, prima o poi la verità sull’onestà, sulla lealtà e su molte altre virtù un po’ più evangeliche del volere bene solo a se stessi salterebbe fuori.

 (i. s.)

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3 Commenti

  • avatar giustino scrive:

    Quella prova principe e universale dell’esame di maturità che è il tema di italiano…è in realtà abbastanza cambiata.
    Da anni, infatti, alla tipologia del tema libero si accompagnano il saggio breve e l’articolo di giornale, per non dire dell’analisi del testo.
    Forse proprio perchè da anni (almeno sette o otto, direi), l’esame non è più di maturità. Ma semplicemente “esame di Stato”, poichè mira a conferire un titolo di studio alla fine di un percorso scolastico.
    Non la valutazione di una “maturità”, ma la verifica dell’acquisizione di conoscenze e competenze che consentono il passaggio all’università o al lavoro.

    Se fossi un ragazzo, d’altra parte, sarei piuttosto irritato e imbarazzato che qualcuno pretendesse di valutare “di che pasta sono fatto” sulla base dei miei valori e delle mie convinzioni etiche.
    Ma anche non essendo un ragazzo lo troverei molto pericoloso.

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  • avatar Ivano Sartori scrive:

    La scuola, anche se cambiano le tecniche d’insegnamento, le materie, i metri di valutazione (e il tema non si chiama più tema), dovrebbe mantenere inalterato il suo dovere civico di formare cittadini maturi. La «pasta» di cui parlo è costituita dal quantum di etica civile assorbita dall’allievo, non dalle sue convinzioni religiose o ideologiche che non è compito della scuola coltivare o nutrire. Perché si può credere in quel che si vuole e in mille modi diversi, ma esseri sociali, consapevoli dei diritti e dei doveri dobbiamo esserlo tutti. Dovrebbe essere questo il nucleo non scalfibile di ogni sistema educativo pubblico, il resto sono «mode» più o meno durevoli. Alla riforma Gentile del 1923, incrinata alla fine dei Sessanta, non si è sostituita alcuna altra riforma organica del sistema scolastico. Solo spezzoni, tentativi, velleità e rivoluzioni lessicali per chiamare con nuovi paroloni cose già note.

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  • avatar Franco Bifani scrive:

    Editore, sono rimasto con la scucchia rivoltata in basso e mi son venuti il groppo in gola ed i lagrimoni agli occhi, leggendo quale opinione Ella riserva ai poveri sessantenni et ultra, tra i quali ci sono pure io. E sono anche stato un prof, di Lettere, per la precisione, che Dio mi perdoni, se vuole, sennògfa lo stesso. Ma non sono mai andato a scavare nel mio vissuto e nel mio passato per poi infilarlo a mo’ di pasticca, per via orale, o come suppostina, per via anale, a nessuno, amici, conoscenti, parenti e, in ispecie, alunni. Odio Facebook, che giustamente rinominerei come Fessbook, ma non mi sento nemmeno un pezzo da modernariato. A Manzoni ed a Leopardi, come cantanti, preferisco non l’uva passa, come citava Battiato, ma Jim Morrison, i Rolling Stones, Marilyn Manson e De Andrè. Sono ancor adesso un cocco di mamma, anche se è defunta da 17 anni; le mie colleghe salsesi dicevano di ricordarsi bene di me giovincello, un enfant-gatè pieno di sè e vanitoso, quasi vanesio. Non ho mai sottoposto ai miei alunni i soliti titoli beceri, triti e ritriti, da parrocchia e da scuola privata ecclesiastica, sul modello delle mie colleghe, maestrucole dalla penna rossa; di solito, i miei erano argomenti attinenti l’attualità o la realtà esistenziale da pre-adolescenti o adolescenti pieni. Sapevo che ben pochi li avrebbero saputi svolgere, ma il meglio è sempre quantitativamente in una percentuale infima, tra la massa dei mediocri. Non ho mai dormito in cattedra, anche se tanti bravi genitori-bene di famiglie borghesoidi lo avrebbero preferito, per non far correre il pericolo ai loro infanti di mettersi a pensare troppo. Ho lottato 3 anni con una mia alunna che mi scriveva con grafia da cellulare, tipo:xkè, nn, ksa vuoi, qsta pag, qlke vlta; per farsi perdonare, alla fine del tema, mi disegnava dei cuoricini, contornati da fiorellini di campo, ed aggiungeva: Salve, prof, ho finito -ma no, avrei voluto riponderle!- TVTTB, TVTB,TVB e simili. Che brutta paracula! E’ finita male, poveretta; non potendo corrisponderle, per ovvie ragioni, il mio amore, lo è andato a cercare e a donare altrove, scappando ripetutamente di casa e combinandone di ogni sorta. Forse sarebbe stato meglio se, nei temi, avesse parlato un po’ più distesamente, senza abbreviazioni da SMS, dei suoi innumerevoli problemi da ragazzina 15enne, senza meta, senza bussola, senza una famiglia affettuosa, ma anche, di suo, senza cervello.

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