Poletti usa i disperati come crumiri

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti all'Assemblea congressuale dell'Associazione delle Cooperative di produzione e lavoro, Bologna 20 marzo 2014. ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Tempa Rossa, la protesta dei lavoratori italiani: 
«Noi cacciati e stranieri assunti: costano meno»

Nel centro del Potentino sotto inchiesta per la lobby del petrolio, chi ha vinto i subappalti si affida
alle agenzie interinali: operai dell’Est a 4 euro all’ora contro i 9 previsti. Picchetto Cgil: «Ora basta»

Festival del Lavoro, Poletti: «L’Italia sia Paese delle opportunità». Il focus sugli stranieri
Parte il Festival del Lavoro, tre giorni di incontri e dibattiti con famiglia e futuro al centro dell’attenzione

 

D’Alema, il re dei fiaschi riscopre la coscienza

D'Alema

di Sergio Caroli
Non sono certo originale se dico che non mi è mai piaciuto Massimo d’Alema. Non certo per ragioni umorali, ma perché tutta la sua carriera si è svolta sotto le insegne di quel trasformismo e camaleontismo all’italiana che contrassegna il cosiddetto «vissuto» di non pochi degli antichi dirigenti del Pci, che li ha indotti a riciclarsi e adeguarsi ai «valori» dell’Occidente solo dopo che le «democrazie popolari» sono cadute come birilli (quasi che nulla fosse successo). Ma soprattutto perché, dal 1989 ad oggi, ha collezionato fiaschi in numero tale da far impallidire la sua ben fornita cantina privata. Continua la lettura

Tutto il mondo è Chinatown

Il Dalai Lama con Lady Gaga

L’urlo di Xi Jinping terrorizza anche l’Occidente. Chiunque osi parlare con il Dalai Lama ne subirà le dolorose conseguenze. Tacciato di essere il fautore della secessione del Tibet dalla Cina, il leader religioso mette nei guai tutti quelli con cui si mette in contatto. Per questo molti capi di Stato e di governo, dalla regina Elisabetta II in giù, si rifiutano di incontrarlo, si girano dall’altra parte se lo adocchiano in lontananza, non si fanno trovare o disdicono l’appuntamento. Continua la lettura

Brexit, rassegnatevi: il voto dei poveri e degli «ignoranti» conta quanto il vostro

Serra

Stavo apprestandomi con le mie modeste risorse e chiavi inglesi, forse unfit, a smontare le baggianate filo globaliste di Serra e coro piagnucolante, quando arriva Enrico Letta che mi dice: lascia fare a me, ce l’ho io la chiave giusta. E ha fatto benissimo. Con la chiave giusta ha smontato tutto. Continua la lettura

Lettera di Maryan Ismail a Matteo Renzi: «Lascio il Pd, ha scelto l’Islam oscurantista»

Maryan Ismail

Maryan Ismail (nella foto), candidata alle ultime elezioni di Milano, non entrerà in Consiglio comunale. Di origini somale, musulmana laica e moderata, ha ottenuto poco più di 300 voti. Troppo pochi per poter rappresentare la comunità islamica milanese, maggiormente attratta evidentemente dalla più oltranzista Sumaya Abdel Qader (foto qui sotto) che ha ottenuto oltre 1000 voti ed è entrata in Consiglio comunale.

Un risultato deludente per Maryan Ismail, ferita però principalmente dall’ostilità mostratale dal suo stesso partito: il Pd, che ha preferito e ritenuto maggiormente spendibile Sumaya. Proprio per questo, Maryan Ismail ha deciso di dimettersi da tutti i suoi incarichi e restituire la tessera del Pd. L’ha annunciato in una lettera aperta pubblicata su facebook, destinata al segretario Matteo Renzi, che contiene alcuni spunti di riflessione assai interessanti.
La pubblichiamo integralmente. Continua la lettura

Lo stile di Renzi

Renzi e Merkel
di Sergio Caroli
Credo che fra le ragioni della sconfitta di Renzi rientri anche il fattore psicologico. Mi riferisco al suo stile, ossia, al modo con cui egli è stato percepito da milioni di italiani. L’immagine che ha offerto di sé tutto esprime tranne che modestia e umiltà, doti primarie che ogni leader deve, quanto, meno mostrar di possedere. Continua la lettura

Pd, perché non cambierà un bel niente

Trofeidi Sergio Caroli
Sicuro di sé e con sorridente indifferenza Matteo Renzi ha affrontato il «day after», presentando la vittoria del M5s «come voto di cambiamento e non di protesta», frase generica (abbastanza cretina) che ricorda in certo modo quella di Saragat, allorché, il 7 guigno 1953, di fronte alla sconfitta della «legge truffa», parlò di «voto protestatario». Che cosa è la protesta se non l’ingiunzione – essendo i numeri a parlare – che sale dalla Penisola a non raccontar frottole e ad esigere un mutamento di rotta politica? Continua la lettura