VERSO LE ELEZIONI


Sventata la truffa delle primarie

 

Una convivenza difficile. Giuseppe Cerri e Paolo Antonini: da padre e figlio a fratelli coltelli. Nella foto, i due in un manifesto elettorale del 2004

 

 

«La macchina del capo ha un buco nella gomma…». Mi torna alla memoria il ritornello di questa canzoncina da oratorio alla vista di quel che sta accadendo nel Partito democratico di Fidenza devastato da una guerra civile, prima strisciante e ora sotto gli occhi di tutti.
Quanto è accaduto negli ultimi mesi rivela l’inganno delle primarie, una macchina truffaldina già in origine. È bastato poco perché si inceppasse quel meccanismo che, a detta degli ideatori, avrebbe dovuto portare in lista il miglior candidato a furor di popolo. Quel poco si chiama Giuseppe Cerri, sindaco uscente di Fidenza, Pd in quota Margherita. 
Avevamo osservato, fin dalla loro strombazzata istituzione, che le primarie erano pura demagogia: una masnada docile di iscritti al partito o di simpatizzanti, avrebbe portato sugli scudi il designato della segreteria, contrastato (si fa per dire) da uno o due avversari messi lì a bella posta per fare sembrare nato dal basso il volere calato dall’alto.
È bastato essere in due seriamente interessati alla fascia tricolore per invalidare il gioco truccato e far saltare il banco.
Giuseppe Cerri, che nella primavera del 2004 sembrava essersi avviato di malavoglia verso la carica di primo cittadino di Fidenza, si è rivelato a distanza di quattro anni e mezzo il classico granellino di sabbia che ha inceppato la gioiosa macchina mangiavoti. E un osso duro.
Per disciplina e per mancanza di alternative, aveva obbedito ai dirigenti provinciali del suo partito (la Margherita), al quale, in base alla distribuzione provinciale delle cariche, spettava lo scranno di sindaco a Fidenza. «Guardate te a sessant’anni che cosa mi tocca fare!», si era lagnato in più di una circostanza. Non sembrava il tipico «cchiagne e fotte» di derivazione partenopea, destinato a confondere le acque e il nemico. Giuseppe si sentiva veramente sperso. 
L’aveva cacciato in quel pasticcio l’accordo stipulato tra l’allora segretario provinciale dei Ds Massimo Tedeschi e il suo omologo della Margherita Marino Giubellini. Il patto, negato fino all’ultimo da Tedeschi, aveva pugnalato alla schiena Paolo Antonini (all’epoca Ds), che per fare il sindaco si era pure messo in aspettativa. Ancora una volta avevano dettato legge i fedeli esecutori del manuale Cencelli: se il Ds Vincenzo Bernazzoli (ex Pds, ex Pci) governa in Provincia, bisogna che un Margherita, ex Dc, gli faccia da contrappeso al vertice della città più popolosa dopo il capoluogo. Così avevano ragionato e deciso le eminenze grigie.
Alchimie, distribuzione del potere con il bilancino, spartizione del bottino in stile banda Bassotti. Insomma, i soliti partiti che si scambiano le figurine della cosa pubblica come fosse cosa loro. Le segreterie che se ne infischiano di quel che vorrebbero iscritti ed elettori. La politica per i soliti pochi.
Nel frattempo matura la grande trovata delle primarie, la designazione del candidato sindaco delegata al popolo: decidete voi, noi ratificheremo. Un escamotage di stampo sovietico, anzi fascista, se il designato corre da solo. Niente di più di un vacuo indice di gradimento. Un’elezione fasulla dagli esiti prevedibili, raccomandata ai deboli di cuore e agli indovini da baraccone. Lo avevamo detto a tempo debito e siano stati zittiti o sbertucciati da quelli che credono a tutti i proclami di cambiamento e pentimento («non saremo più quel che siamo stati»), sostenuti da martellanti campagne massmediologiche. I quali creduli ci avevano avvertito con il ditino alzato: vedrete, quando ci sarà il partito unico della sinistra. Allora sì.
Quel tempo è venuto: il Pd ha inglobato Democratici di sinistra e Margherita, Cerri e Antonini. Mai più sangue fratricida? Lo svogliato Cerri potrà dunque tornarsene al piacere domestico delle sue pantofole (magari consolato con un incarico onorifico in qualche ente) e l’ambizioso Antonini potrà iniziare la scalata al potere con quei suoi ramponi acquistati cinque anni fa e che non si toglie neppure per andare a letto?
Macchè. Com’è come non è, vuoi perché ci ha preso gusto, vuoi perché gli è passato lo spavento del neofita, vuoi perché l’ala ex democristiana che non si è amalgamata bene con l’ala ex comunista gli impone l’ennesima corvée, vuoi perché ritiene di non aver dato il meglio e tutto di sé, vuoi perché l’elezione del neoneroniano Antonini lo spaventa un po’, Cerri ha un sussulto d’orgoglio. Gioca d’anticipo, dribbla tutti e a sorpresa annuncia la sua intenzione di ricandidarsi. Spiazzata, la segreteria del Pd balbetta frasi di circostanza. Mentre Cerri se la ride, un brivido percorre il partito unificato ma non ben impastato: che fare? Come reagire?
Antonini, da par suo, attacca a testa bassa come un torello infuriato: non vuole intendere ragioni, disobbedisce ai dirigenti regionali del partito, alza la voce, dice che non può stare in lista d’attesa per un altro lustro, raccoglie attorno a sé un esercito privato di fedelissimi (molti gli imprenditori con le mani in pasta nello «sviluppo» della città) e accetta la sfida. È sicuro di vincere grazie a quel che resta del vecchio fideismo Pci-Pds travasato nei Ds. Per legittimare la guerra intestina rilascia dichiarazioni reboanti del tipo: «Il mondo sta cambiando e le condizioni economiche generali ci impongono di cambiare le modalità di amministrare». Vaneggia e vagheggia una città ricca «perché solo una città ricca può essere davvero solidale con chi ne ha bisogno». In altre parole vuol darci a bere che con i soldi che incassa dai costruttori di case dà da sedere agli stanchi (panchine milionarie) e da bere agli assetati (abbeveratoio di piazza Garibaldi). Si definisce «uomo di partito» e come tale dice che rispetterà la volontà del partito. Affermazioni incaute, rilasciate all’astuto Gianluigi Negri della Gazzetta di Parma il 17 dicembre, prima che il suo partito, nella figura del segretario regionale Caronna, gli imponesse un passo indietro e congelasse le primarie.
Come finirà? Non siamo indovini. Per ora possiamo solo constatare i danni compiuti dall’improvvida manovra dello scalpitante Antonini.
Ha la responsabilità di aver strappato il sipario dietro cui di nascondevano le beghe interne e di avere disorientato un elettorato reso fragile dai ricorrenti scandali nazionali e da vicende locali poco trasparenti. Per smania di potere ha rotto con la disciplina di partito che i Ds avevano ereditato dal Partito comunista. Se qualcosa di questa tradizione è sopravvissuto nelle istanze superiori del Pd, può darsi che l’indocile Antonini venga punito con cinque anni di confino. Per esempio, come assessore provinciale alla corte di Sua Pacatezza Vincenzo Bernazzoli.
         E qui a Fidenza continuerà a governare la Margherita. O lo stesso Cerri o l’ex cislino e assessore provinciale Giancarlo Castellani. Nel qual caso, al sindaco uscente toccherebbe una lauta ricompensa. Un Pd che voglia lenire il dolore della propria costola ex democristiana non può che agire in questo modo. Se no, nelle istituzioni sarebbe presente un Pd di soli ex Ds e al momento delle elezioni (quelle vere non le primarie), gli ex democristiani gliela farebbero pagare cara a un Antonini che uscisse vincitore dallo scontro in corso.
E un sensibile calo di quel 60 per cento dei consensi con cui Ds e Margherita conquistarono insieme il comune nel 2004  sarebbe da imputare principalmente all’ostinato sfidante di Cerri. Comunque vada, Antonini è già un’anatra zoppa.
«La macchina del capo ha un buco nella gomma, ripariamola con il chewingum».
Chi sarà il chewingum destinato a riparare il foro prodotto nella maggioranza da Paolino «Paperino» Antonini?

(is)

 

 

 

Pubblicato il 5 dicembre 2008

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