I retroscena della politica pullulano di scarafaggi. Anche quella locale ha i suoi scheletri che, com’è noto, non custodisce nei loculi del cimitero, ma in certi armadi privati. Mentre i partiti, sempre più spazientiti, fanno cenno ai cittadini di aspettare che si decidano a designare candidati ed esporre programmi, o al massimo si producono in qualche show a beneficio del colto e dell’inclita, dietro le quinte si svolge un forsennato carosello di incontri quasi casalinghi, sedute in pizzeria e capannelli nei crocicchi da far impallidire Catilina e i suoi sodali, von Stauffenberg e gli altri congiurati che prepararono l’attentato a Hitler.
I dietrologi ci si crogiolano in queste schermaglie segrete, in questo bailamme di rivelazioni e mezze verità, di voci messe in giro ad arte per sondare gli umori. A noi non piace ricevere telefonate di chi vuol guidarti la mano per offrirti (gratis!) quello che secondo lui, o lei, è uno scoop mentre è solo un gossip da parrucchiere. Però è impossibile non tenerne conto.
Tra tanto ciarpame, riluce a volte un brandello di verità. E sarebbe colpevole, per chi fa informazione, non raccoglierlo e osservarlo controluce per rendersi conto se brilla di suo o per illuminazione indiretta.
Fuor di metafora, che cosa è vero e che cosa non lo è nel turbine di notizie e indiscrezioni che da qui ai primi di giugno ci investirà rischiando di travolgerci?
Non lo sappiamo. Sia perché siamo ingenui e non siamo in grado di distinguere i politici bugiardi da quelli sinceri (d’altra parte loro hanno fatto di tutto per confonderci), sia perché l’uso strumentale di ogni cosa e la macchinazione non appartengono al nostro modo di pensare.
Ritenendoci però agenti non schierati dell’informazione, pensiamo sia nostro dovere registrare le voci più ricorrenti e attendibili per sottoporle al vaglio dei nostri lettori, che più di noi conoscono la realtà borghigiana e i suoi umori.
Di quel che veniamo a sapere è giusto che si parli in piazza Garibaldi e nei caffè. C’è più verità in quei luoghi che tra le boiserie della sala municipale. E poi è lì, nei bar e sulle piazze, che si formano l’opinione pubblica e la società civile. È lì, dopotutto, la fabbrica dei voti. Come all’epoca d’oro della democrazia ateniese e negli anni illuministi che precedettero la Rivoluzione francese.
Perciò da qui in avanti, se vi va, vi racconteremo quel che abbiamo sentito dire. Salvo scoprire che magari lo sapevate già. Pazienza. C’è sempre uno che non sa. Lieti di essergli utili. Meglio un «per sentito dire» che un «visto, si stampi». (i. s.)
Ps Diamo il via alla rubrica «Per sentito dire» con una piccola perla agreste: «Benvenuto in campagna». Lo accompagna Patty Pravo.
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