Erano tutti al Ridotto del teatro Magnani di Fidenza a rimirarsi nello specchio del film ottimamente girato da Luca Laurini sulla bonifica della Carbochimica quando è scoppiato l’uragano.
Tra le 18 e le 19 di venerdì 6 marzo il cielo si è fatto buio e i telefonini hanno cominciato a vibrare, squillare, pretendere di essere ascoltati. Recavano la tremenda novella: dopo quasi cinque anni di scontri in trincea e cinque mesi di combattimenti all’arma bianca per diventare sindaco di Fidenza, Paolo Antonini, il campione delle teste dure, si è ritirato.
Sono sbiancati i volti dei dirigenti del Pd presenti in sala e a malapena l’assessore provinciale Giancarlo Castellani è riuscito a terminare il suo intervento, prima che politici di prima e seconda fila si precipitassero dalle scale per accertarsi che almeno il municipio fosse ancora in piedi.
Poco prima, Antonini, significativamente assente da quella che avrebbe dovuto essere l’inaugurazione ufficiosa della campagna elettorale, aveva diramato un comunicato a tutti gli organi di stampa per dire che faceva un passo indietro. Perché? Per tutta una serie di ragioni che non è compito di noi corsari prendere per buone, cioè per veritiere.
A Fidenza si vendono abbastanza quotidiani e fogli incaricati di megafonare le «verità» ufficiali da rendere superfluo il nostro piccolo altoparlante. Come i nostri fratelli maggiori, pure a noi piacerebbe sapere che cosa c’è dietro il paravento delle parole di circostanza. E come loro, annaspiamo. Non meno degli stessi protagonisti, tutti colti alla sprovvista fuorché uno.
Chi dice che un sondaggio commissionato dal Pd alla società triestina Swg abbia rilevato il 15 per cento di gradimento per Antonini contro il 28 per cento riservato a Cerri.
Chi dice che il presidente della Regione Vasco Errani, come già aveva fatto a suo tempo il segretario regionale del Pd Salvatore Caronna, abbia tirato le orecchie ad Antonini accusandolo di avere spinto il Pd a una rottura di fatto mentre a livello nazionale Franceschini tenta l’impossibile per tenere insieme i cocci.
Chi sostiene che sia addirittura intervenuto il neo segretario nazionale per interposta persona.
Chi assicura che Cerri non avrebbe consentito ad Antonini e soci l’uso del simbolo con la bandiera tricolore: lui e i suoi sono iscritti al Pd non meno del vicesindaco e dei suoi. Gli ex Margherita non hanno né strappato né restituito la tessera, si sono soltanto dimessi dalle cariche dirigenti.
Dunque, Antonini avrebbe corso il rischio di ritrovarsi a capo di una lista senza le insegne del Pd, civica quanto quella di Cerri. Più di quarant’anni fa beghe del genere travagliavano la sparuta combriccola dei marxisti-leninisti italiani, divisi in linea rossa e linea nera, mentre la grande sinistra (di cui faceva parte il Pci, antenato di Pds, Ds e maggioranza Pd) si spanciava dal ridere alla vista di uno spettacolo tanto infantile quanto alieno, cioè incomprensibile.
Ora gli alieni sono nel Pd. Fa tristezza che la componente ex Ds debba ricorrere a un sondaggio (a pagamento) per conoscere gli umori della piazza. La sondaggite è una deriva più consona a un re chiuso in un bunker dorato che a un partito nato e alimentato dal popolo (ma lo è ancora?).
Non ci dovrebbe essere bisogno di telefonare a casa della gente ore pasti per sapere l’aria che tira. I partiti un tempo detti di massa si chiamavano così perché erano ovunque, nelle fabbriche, negli uffici come in tutti gli interstizi della società. Mentre il Pd è ormai rintanato solo nelle istituzioni, dove troppi velluti, gualdrappe, boiserie, telefoni, computer, mediatori, galoppini, lobbisti, affaristi, profittatori e altre barriere lo separano dai pensieri, dai desideri, dal malcontento e anche dalla rabbia degli elettori.
Morire di sondaggite, per uno di sinistra, è una gran brutta morte. Pretendere poi di camuffare la ritirata con il bel gesto è un’ipocrisia disarmante. Ma beato chi ci crede.
Stilato il certificato di morte per una testa dura in odore di testa di ponte, restano le domande di sempre, aggravate dalla magra figura, dall’ulteriore perdita di tempo e da una affidabilità politica ormai al lumicino.
E ora che succederà? È la domanda che si fanno tutti. Seguita da altre a essa correlate.
I due contendenti saranno adeguatamente risarciti affinché sgomberino il campo tirandosi dietro i cadaveri dei loro sostenitori più compromessi per far posto al mitico «terzo uomo» (o donna)?
La saga dei veti incrociati andrà dunque avanti fino a che non uscirà il nome di un candidato tanto scialbo e debole da piacere a entrambi gli schieramenti, che se ne disputeranno il controllo, ma del tutto insignificante per la città?
Rifaranno dunque il verso al Pd nazionale, votandosi così a sicura sconfitta?
C'è qualcuno che si candidi o sia candidabile senza che abbia ruspe e gru già parcheggiate dietro casa?
Buttiamo lì un’idea, anche se forse è troppo tardi. E se facessimo delle vere primarie, al di fuori dei controlli dei partiti, partendo dai luoghi di lavoro, dalle associazioni di volontariato, dalla scuola, dalle aggregazioni giovanili, insomma dalla società civile?
I partiti sono componenti importanti della società, ma non la esauriscono e sempre meno l’accontentano.
Le domande che avete appena lette, le abbiamo rivolte a botta calda a gran parte dei protagonisti delle battaglie di questi mesi.
Ci hanno risposto: vedremo domani, sentirò i miei, no comment, è presto per farmi un giudizio… Non pensano ad altro ventiquattr’ore su ventiquattro e poi ti rispondono come l’ultimo che passa per strada.
Chissà, se noi che dubitiamo dei partiti ci fossimo a nostra volta rivolti alla Swg perché individuasse altri soggetti politici.
Oltre ai rilevatori, le società di sondaggio dovrebbero fornire ai comuni amministratori adeguati alla bisogna, confacenti agli umori rilevati. Allora sì che il servizio sarebbe completo: diagnosi e cura. E il malumore potrebbe trasformarsi in buonumore.
Stiamo esagerando, ma non più di tanto. La politica è una cosa troppo seria per lasciarla nelle mani dei professionisti della politica.
(i. s.)
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