Sono due, in questo momento, gli italiani che non mollano: Riccardo Villari, detto Vinavillari, e Paolo Antonini detto in tanti modi. Il primo non intende schiodarsi dalla poltrona di presidente della commissione di vigilanza sulla Rai. Il secondo non vuol togliersi un chiodo che gli si è conficcato in testa cinque anni or sono: diventare il decimo sindaco di Fidenza.
Diversi per origini, trascorsi politici e appannaggio, i due ostinati hanno in comune lo stesso brodo di coltura, quel minestrone annacquato del centro sinistra che è dominato dalla legge del più furbo e nel quale la spunta sempre chi tiene duro un secondo in più dell’avversario. Una gara estenuante come la maratona di ballo del film Non si uccidono così anche i cavalli?
Che i due debbano rinunciare alle rispettive ambizioni (pena la spaccatura del Pd fidentino, nel caso che ci riguarda) è ormai convinzione acquisita da tutti (meno che dagli interessati).
Resta da stabilire come sarà rimborsato Antonini per il suo passo indietro. Se non ha ancora mollato la presa non è perché sia posseduto dalla smania di potere oltre i limiti dell’umana decenza, quanto per un calcolo ben preciso: più resiste più si accresce il suo valore (o almeno lui crede) e la posta in gioco aumenta. Come in tutte le contrattazioni, vedremo se riesce a capire qual è il momento esatto in cui sganciarsi intascando il massimo senza mandare a monte l’affare.
In ogni caso, persino a noi che osserviamo il dispiegarsi dei fatti standocene al di fuori e al di sopra della mischia, ci pare che l’Antonini stia rischiando la ghirba. Le sue mani sui braccioli virtuali dell’ambita poltrona hanno ormai la rigidità del rigor mortis. Ad allentare la stretta, favorita da cattivi consiglieri e supporter pronti a squagliarsi come la neve al sole in caso di malaparata, non sono riusciti persuasori e dissuasori venuti anche da lontano come i re magi, unguenti miracolosi, parole mielate e depliant con foto a colori di altre remunerative e prestigiose sedie. Pubbliche o parapubbliche. Le dita continuano a stringere come morse, mentre la testa oscilla come l’asta di un metronomo. Il tale indennizzo non gli piace. La buonuscita proposta non è allettante. Quast’altra carica puzza di giubilazione.
Prima o poi bisognerà che si decida. Le alternative non sono infinite. In base al regolamento regionale, chi è reduce da una carica amministrativa come quella di assessore per un paio d’anni non può assumere la presidenza di enti appetibili quali l’Asp, l’azienda dei servizi alla persona che ha sostituito le Ipab, o il timone di importanti fondazioni bancarie.
Vada come vada, né Villari laggiù né Antonini quassù saranno rinchiuso in un lebbrosario politico a meditare sulla loro smodata superbia. Saranno anzi scortati a una poltrona sostitutiva con salvacondotto, congruo risarcimento e promesse di riabilitazione mediatica previo pentimento dei giornalisti maldicenti (abbiamo già messo da parte il sale per cospargerci il capo).
Da un momento all’altro potremmo apprendere che davanti ai piedi di Antonini sarà srotolato il tappeto rosso che lui percorrerà per accedere a un soddisfacente assessorato provinciale sedendo alla destra di Vincenzo Bernazzoli oppure alla presidenza di una società compatibile come l’Acer (Azienda autonoma case Emilia Romagna, il soggetto che ha sostituito lo Iacp nell’assegnazione e gestione delle case popolari). Fantasie, naturalmente.
Quanto a Villari, per dirla alla maniera di Veltroni, we care than less (non ce ne po’ frega’ de meno). Il suo penoso braccio di ferro è servito però a dimostrare che Fidenza non è sola al mondo e che la nostra cittadina è meno provinciale di quel che credessimo. L’autoinvestitura, l’inamovibilità, la faccia di bronzo e altre spudoratezze non sono peculiarità romane o campane. Per orientarsi, il Pd fidentino guarda a Roma e a Napoli come a fari nella tempesta. E anche di questa epocale sprovincializzazione nel modo di fare politica dobbiamo essere grati a Paolo Antonini.
Paolino, dai che ce la fai a sputtanarci sulla grande stampa nazionale per avere creato a Fidenza una spaccatura nel Pd che, imitata altrove, ci renderà fieri del diritto di primogenitura. (i. s.)
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