IL CANDIDATO DEL PD


Antonini, il revanscista

 

Paolo Antonini, 47 anni, vicesindaco e assessore all'Urbanistica di Fidenza, candidato unico del Pd alle amministrative di giugno. Foto di Marco Gambazza

 

 

 E alla fine l’ha spuntata lui: Paolo «testadura» Antonini. Chapeau! Sarà il più giovane nonno del Borgo (47 anni) a rappresentare il Pd nella gara per accaparrarsi la poltrona di sindaco di Fidenza. Niente primarie di partito e neanche di coalizione. Dopo tanti mesi persi e l’emorragia di consensi provocata dall’impudica rissa interna, la montagna di via XX Settembre ha partorito il topolone. Il vincitore designato. L’uomo del destino. Come volevasi dimostrare. Ci voleva tanto?

La notizia del giorno è solo l’esito del primo round. Ben più duri saranno i match che attendono il campione del Pd su di un ring probabilmente affollato da avversari non meno tosti di lui e da compagni di strada che gli faranno pagare cara l’alleanza nel caso sia costretto al ballottaggio. Per ora Antonini ha messo a segno solo un colpo. Il più facile, ma per il quale ha dispiegato una forza e un’energia immani. La conclusione, la serata degli oscar, è stata la ruggente riunione del direttivo che si è tenuta nella sede del circolo Pd di via XX Settembre (già sezione del Pci) la sera di lunedì 23 febbraio.

Il bellicoso Paolo Antonini l’ha spuntata incassando 26 voti su 31 votanti. Gli hanno votato contro Giancarlo Castellani (ex Margherita, ex sindacalista Cisl, assessore provinciale in carica, il cui nome era stato fatto a più riprese come soluzione «terza» tra i litiganti Cerri e Antonini) e il giovane Alberto Canepari. Si sono astenuti lo stesso Antonini, la segretaria del circolo Pd Gabriella Bussandri per onorare il suo ruolo di super partes e la consigliera Martina Canella per solidarietà con una mozione presentata dalla Bussandri, ma accantonata su pressione dei presenti, di cui parleremo più avanti.

A questo punto va però ricordato che i membri del direttivo sono 53, all’appello ne mancavano dunque 22 e tra di loro alcuni nomi pesanti. Oltre a Giuseppe Cerri, erano assenti l’assessore Sergio Varani («dopo la vicenda del cimitero è politicamente morto», l’ha liquidato con battuta sprezzante un giovane rampante presente alla riunione), i consiglieri comunali Cristian Zalaffi e Luciano Tomasetig, l’assessore Romualdo Borreri, Adriano Fratta, Silvano Pietralunga e Amedeo Tosi che ha partecipato al dibattito ma se ne è andato prima del voto. Presenti anche alcuni notabili con diritto di parola ma non di voto, come il giovane Alessandro Stefanini, Alessandro Pelizzari e il decano Giorgio Artusi, che si è prodigato fino all’ultimo per una terza figura («vedrei bene una donna», forse un assist alla Bussandri) e Claudio Ianelli, riflessivo e combattivo consigliere comunale con alle spalle una militanza ormai quarantennale che affonda le sue radici nella Fgci e nel Pci. «Con Antonini si perde», ha detto il castionese Ianelli. «Bisogna cercare voti al centro», ha aggiunto. La sua, insieme a quella di Castellani è stata la voce più discorde. Sul fronte dei pretoriani di Antonini spiccavano i dioscuri Andrea Massari e Davide Vanicelli sempre pronti alla pugna, da una settimana si mostravano più malleabili o quantomeno più ragionevoli, disposti forse ad aprire al mitico «terzo uomo», i più posati Adriano Fava e Roberto Bacchini, anche loro di antica osservanza comunista.

Questo misto di arrendevolezza e compattezza ha dato modo ad Antonini e a Massimo Tedeschi di fare due interventi che la dubbia qualità delle nostre microspie ci ha permesso di decifrare solo in parte. I due, maestro e allievo, hanno fatto a gara a essere uno più duro dell’altro.

Paolo Antonini si è rammaricato per l’assenza del sindaco. «Peccato, avevo preparato un intervento scritto dedicato proprio a lui». Per dare un senso alla sua fatica l’ha letto agli astanti senza farsi pregare. Ha denunciato il clima pesante che si è creato attorno a lui negli ultimi tempi. Ha detto di essere stato vittima di trucchi, inganni, fatto segno di offerte e velate minacce, di pressioni (ma non ha indicato quali e da parte di chi). «Mi hanno voltato le spalle», ha detto. Chi? Non l’ha detto. «I miei voti sono stati usati». Da chi? Non l’ha detto. Conclusione: «Oggi intendo usare i miei voti per me stesso». A questo punto è stato tutto chiaro: stava recriminando su quanto gli è accaduto cinque anni fa. La famosa congiura, ordita da Tedeschi e Giubellini, che portò al potere Cerri anziché il funzionario dell’Enel che si era messo in aspettativa per assurgere alla massima carica cittadina.

Un Antonini che non ha ancora digerito il passato ha rievocato il giorno crudele in cui ha dovuto fare un passo indietro per cedere il passo a Cerri. Ah, il passato che non passa. Ma è stata l’ultima volta. «Non accetterò mai più imposizioni dall’alto», ha scandito chiaro e tondo. È convinto di avere subito un torto e che l’onta non sia ancora stata lavata. Ha dato prova di avere memoria da elefante e di coltivare ruggini da persona poco incline alla politica, propensa semmai al regolamento di conti. Ha ricordato notti insonni e compagni in lacrime prima di proclamare con voce stentorea: «Non ho mai pensato di fermarmi, ho sfidato il sindaco e sono disposto a sfidare chiunque». Ci ha dunque presi in giro fino all’ultimo dandoci a intendere di essere disposto a trattare?

Con l’uditorio ormai in estasi, Paolo il Caldo ha concluso dicendo che ha messo in moto la sua poco gioiosa macchina da guerra per essere di esempio ai giovani. «Ho acceso una speranza e questa volta non intendo spegnere la fiamma». Puro melodramma, Verdi e Merola (Mario) in un solo show. Battiam, battiam le mani. Hip hip urrah!

Sulla scia di Antonini si è posto il sindaco borgo-salsese Massimo Tedeschi: «Sono come Berlusconi, un uomo del fare, non mi interessano le polemiche». Pure lui ha criticato l’assenza di Cerri, poi ha ostentato sicurezze d’altri tempi: Antonini ha fatto bene in questi cinque anni e prenderemo molti voti dal centro destra.

In un contesto fatto di voci così maschie, non poteva esserci spazio per il documento molto femminile redatto da Lella Bussandri, la cui sostanza era tanto genuina quanto inconsistente nel momento della decisione suprema. La preoccupazione della Bussandri per la frattura nel partito, l’angoscia per l’avvenire, l’accorato appello all’unità, la confessione di un senso di impotenza per non avere evitato il duello e la fine (solo rinviata) del partito, l’amarezza per non essere riuscita a governare la situazione e tutti gli altri suoi dispiaceri erano incompatibili con il rude argomento del giorno: sbrighiamoci, candidiamo Antonini e andiamocene a casa.

Sì, sei stata brava ma adesso lasciaci lavorare, le hanno detto in pratica i compagni del fare. Volete che mi dimetta? Lascia perdere, ne parleremo a tempo debito. L’hanno adulata, complimentata, ma sostanzialmente zittita come una qualsiasi femminuccia la Lella che forse si credeva la Finocchiaro o qualche altra gonna di ferro del partito. Il suo è stato ritenuto uno sfogo. Quando poi ha detto che quelli del centro destra sono stati più bravi di loro perché sono andati diritti al sodo senza scannarsi, qualcuno ha cominciato a stufarsi, a guardarla male e ad accusarla di essere una Cassandra.

Per come sono andate le cose, possono riesumare anche l’accusa di frazionismo. Dopo quel che è successo non crediamo che la componente ex Margherita più Varani, più Zalaffi più Ianelli, più Pietralunga rimetterà di nuovo piede in via XX Settembre. Ma probabilmente è quel che qualcuno voleva. E ha ottenuto. Il bello viene adesso. (i.s.)

 

 

Pubblicato il 1 marzo 2009

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