La tristezza regna sovrana. Il Pd attende impietrito il commissario dopo la stagione effimera e autarchica dell’armata Brancaleone. Tira un’aria rancida e appiccicosa di impotenza, a malapena si respira. È elevato il rischio che si diffonda il contagio dell’abulia.
Nelle acque limacciose dei sommersi e sordidi giochi di potere, si tirano stoccate, si parano colpi, si fanno sgambetti purchessia. Nelle stanze vuote di via XX Settembre risuona il grido di battaglia «muoia Sansone Antonini con tutti i filistei». Dopo i sadici, tocca ai masochisti.
Fuori del perimetro del sagrato non va meglio. Mentre ai Signori della Cadrega, occupanti agli sgoccioli e pretendenti con la bava alla bocca, si obnubilano i sensi, ai fidentini annoiati dalle beghe di partito si aprono gli occhi e si sturano le orecchie. Solo le bocche, per antico vezzo borghigiano, restano cucite con refe da salami. Vedremo il coordinamento tra cervello e mani il 6 e il 7 giugno.
Tutti temono il ribaltamento del regime, anche chi lo ha auspicato. Doppiare il capo di oltre sessant’anni di amministrazione prima rosso papà e poi rosa mamma, interrotti da un ricucito strappo socialdemocratico nei Sessanta, e venati di democrazia cristiana in questi ultimi anni, non è come girare un foglio di giornale.
La stessa opposizione, che ha acceso ceri e ha cantato in coro alle rogazioni per la fine del regime, si trova imbarazzata e impacciata alle viste dell’imminente catastrofe che non comporta ipso facto il suo ingresso trionfale nella ben imbottita stanza dei bottoni.
Teme le conseguenze del crollo, la spaventa l’onere della prova, non dispone di adeguata classe dirigente per sostituire quella moritura. Che può essere imperitura quando è dirigenza tecnica e burocratica, ivi compresi gli altri graduati dell’ufficio che pianifica l’urbanistica. Per chiunque tenga alla carriera più che alla faccia, quel voltagabbana assoluto che fu Talleyrand resta il modello da imitare. E non è detto che i nuovi padroni possano permettersi la franchezza di Napoleone, che si rivolse al servile e versatile diplomatico con parole difficili da fraintendere: «Voi, Talleyrand, non siete altro che merda in calze di seta». Classe francese, per noi inarrivabile.
Lo spoiling system non è uno spogliatoio né un guardaroba dove basta un attimo a svestirsi, rivestirsi e profumarsi. Il cambio dei cavalli dura più di una doccia. Il radicamento del potere ex Ds, ex Pds, ex Ds, con qualche accessorio vintage del defunto Psi, non è fatto solo di poltrone municipali e associate. È capillare, ramificato sotto traccia, diffuso a ogni livello: dai piccoli baratti tra amici (io do una addomesticata consulenza a te e tu dai un congruo compenso a me) all’inarrestabile giostra dalla quale né gli amministratori né gli imprenditori edili intendono scendere con le buone. Solo se i signori del cemento riceveranno strizzate d’occhi e segnali rassicuranti sulla continuità della loro opera (segnali che il governo centrale ha già inviato), faranno scendere dalla giostra gli antichi compagni di giochi esautorati dal voto.
A quel punto, la giunta Pdl dovrà però spiegare agli elettori (che non sono tutti speculatori) perché il suo cemento è migliore di quello del Pd. Dovrà giustificare l’eventuale tradimento delle promesse elettorali tra cui spicca, forte e chiaro, il grido «basta con la cementificazione!». Dopo cinque anni di strenue battaglie contro le centinaia di varianti che hanno stravolto il Prg e la fisionomia della città, con che coraggio seguiranno i loro predecessori sulla stessa strada? Gli basterà dire, per scaricare la colpa, lo consente una legge dello Stato e noi siamo in regola con la legge? Se così fosse, se fossimo costretti a riudire quanto è stato ripetuto centinaia di volte dai capigruppo Pd Rita Sartori e Cristian Zalaffi, la città sarebbe caduta dalla padella nelle braci.
Non vogliamo tuttavia fare il processo alle intenzioni né mettere il carro davanti ai buoi, però converrete con noi che, data la spinta edilizia imperante nel Paese, i timori sono più che fondati.
Questa emigrazione di ben noti personaggi della politica locale da una lista all’altra, dall’opposizione all’ex maggioranza e viceversa, e questa fluidità che non tiene conto di sigle e obsolete militanze, non possono essere liquidate come sintomi di un insopprimibile istinto di sopravvivenza dei singoli. Costoro non si accontentano certo di sentir risuonare i loro passi sul vetusto parquet dell’aula consiliare. Non è più gente in età di platonico narcisismo, questa. Hanno ben altro in testa. Fratelli, amici, parenti, clienti. La congiuntura storica è favorevole tanto alle opportunità private quante a quelle di clan o di impresa. Hanno fatto proprio il pensiero di Mao, «Non importa se i gatti sono bianchi o neri, l’importante è che prendano i topi». Tradotto in italo-fidentino: chi se ne frega se gli amministratori sono di sinistra o di destra, l’importante è che lascino lavorare le ruspe, le gru e le betoniere.
Di fronte a questa minaccia cornuta, con le mosche cocchiere (Sinistra unita, Città aperta e Italia dei valori) costrette a schierarsi, l’avvenire non si prospetta né roseo né lusinghiero.
Anche se cambiano il colore della giunta e il nome del sindaco, tutto può restare, anzi continuare, come prima.
Grazie al trasformismo in cui eccelle anche la nostra piccola casta politica locale e per giustificare il quale hanno sempre la scusa pronta (la parabola di Stefano Gandolfi, prima incendiario e poi pompiere, è illuminante).
Grazie soprattutto al potere vero, duro, pesante, cinico (e baro?) dei costruttori. Che nessuno elegge. Ma che sono sempre lì. Nell’anticamera del sindaco. A pretendere quanto gli è stato promesso in campagna elettorale. E che quasi sempre lo ottengono. Basta uscire di casa e guardarsi attorno per rendersene conto. Ma come si fa a votare contro di loro? È una domanda che giriamo ai compilatori di programmi. Nella speranza che la matita segua le dichiarazioni e che queste provengano effettivamente dalla coscienza. Ma è una filiera lunga, troppo lunga, perché qualcosa non vada storto e si perda per strada. (i. s.)
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