Si sono visti in pizzeria, dicono i nostri approssimativi cronisti. Vero niente. D’altra parte l’acume popolare ci era già arrivato di suo: come si fa a parlare di politica sonante con la bocca impastata da una margherita, tenendo un trancio di quattro stagioni tra le dita? E poi come si fa a mangiare in fretta per evitare di mandarla giù fredda o mescolare la mozzarella a discorsi che fanno il filo ancora più lungo?
Sì, pizza e caccia ai voti, oltre che alla faccia perduta, sono attività incompatibili. Non c’è connection. Dunque la riunione degli antoniniani, Pd fedeli al beato Paolo, si è tenuta in una sala sguarnita dell’Hotel Astoria. Non solo non è stata consumata alcuna vivanda calda, ma neppure fredda, né un cordiale per tirarsi su, né una bibita analcolica, neppure un sorso d’acqua. Lucidi, lesti e astemi, matador e toreador sono subito scesi nell’arena ad afferrare il toro per le corna. Lo hanno infilzato, fiaccato con le picche, hanno infierito con le banderillas e poi si sono chiesti se erano riusciti a ucciderlo. Se non lo sanno loro!
Peccato che quella del formidabile Miura fosse una presenza solo spirituale (virtuale, si dice oggi). Il tema del simposio era: che fare di lui e del Garbi che ce lo vuol propinare a tutti i costi? Come difendersi dalla sua implacabile tenacia, dai suoi feroci sorrisi? Dalla sua forza tranquilla, per dirla alla Mitterrand.
Erano una quarantina i campioni della tauromachia. C’era Antonini, bello carico, tutt’altro che mogio, più che mai in arcione e combattivo. I lavori li ha diretti però Adriano Fava. Dei dioscuri c’era solo Davide Vanicelli, non Andrea Massari che è in Cina a frequentare un corso per la presa del potere in dieci lezioni più uno stage. C’erano il fulvo Roberto Bacchini, Luigi Toscani sempre meno super partes, l’ex popolare (nel senso del partito) Francesco Ghisoni e la di lui moglie Nicoletta Fanzini, i giovani al gran completo meno Canepari junior.
Mancavano naturalmente tutti gli autosospesi: Claudio Ianelli da Castione, Fratta padre e figlia, Romualdo Borreri, Sergio Varani, Cristian Zalaffi («quello lì si è venduto, esplicitando così le sue vere ambizioni», ha chiosato il maligno di turno).
L’altra metà del cielo era egregiamente rappresentata da Rita Sartori, Martina Canella, Enrica Tedeschi e altre signore meno note. Vuota la nicchia della Sora Lella Bussandri.
Non c’era ovviamente Roberto Garbi. Pure lui sospetto per la semplice ragione di essere l’agente dell’impiccione di Toccalmatto. «È spalleggiato da quel geniaccio di Bernazzoli, cui auguro ogni sfortuna e che non voterò di certo», si è sentito in dovere di aggiungere un altro del partito dov’era una volta in uso chiamarsi compagni, cioè poco meno che fratelli. «Ma lascia stare», lo ha corretto un altro, «anche Garbi diffida di Cerri». Qualcuno ha detto che avrebbe mandato giù il boccone amaro, altri no. Chi voleva provare a trovare il terzo uomo per la centesima volta e chi diceva di avere la macchina del tempo, ma non trovava le chiavi.
A parte Antonini che gliel’ha giurata, i presenti sono stati variamente possibilisti sull’opportunità (politica, beninteso) di riaccogliere Cerri in seno al Pd per farne, obtorto collo, il loro portacolori. Le condizioni dettate sono draconiane. Facendo di tutte le erbe un fascio, il diktat è questo: il programma c’è già e Cerri non deve metterci becco («lo stesso di Antonini, più che mai valido: non si possono perdere due mesi a farne un altro»); nella lista devono essere rappresentati tutti e chi siano i candidati e poi gli assessori lo decide il partito, mica Cerri; non dovranno esserci liste nere che prevedano la proscrizione di chi si è maggiormente compromesso con Antonini, tipo Massari e Vanicelli; non potranno essere candidati destrorsi notori come Paolo Mario Calza e Nino Secchi.
A qualcuno non bastano neppure queste misure restrittive. «Ianelli e Zalaffi, che Cerri ricompenserà lautamente per i servigi resi facendoli assessori, per non parlare di Varani, come possono sedere in giunta insieme a Benvenuto Uni con il quale si sono accapigliati per cinque anni?». Un altro rilancia: «E dovrebbero restare fuori persone che si sono rivelate valide come Massari e Vanicelli?». Domande poco politiche, ma legittime che testimoniano di come stessero insieme con lo sputo le due anime del Pd e le due ali di una stessa anima, quella ex Ds.
Ma c’è anche parecchia ipocrisia in queste contestazioni. Si rimprovera a Cerri di avere imbarcato Calza (accusa tutta da provare), quando di certo c’è solo che a riesumare l’ex guardia del corpo di Giorgio Almirante è stato incontestabilmente Massimo Tedeschi, padrone di Salsomaggiore e padre politico di Paolo Antonini. Ma tutto fa brodo quando c’è da intorbidare l’acqua per colpire sotto il pelo della medesima. Uno sport, questo della tifoseria cieca, praticato tanto dai giovani quanto dai vecchi. Con Bacchini che fa lo zio brontolone e invita i cuccioli a non imboccare una strada troppo rischiosa, che potrebbe rivelarsi un vicolo cieco. «Siete così giovani e inesperti». Insomma, cerca di far capire loro che non c’è avvenire nell’appoggio a oltranza ad Antonini. Il quale reagisce ai suoi errori come belva non doma. Con scomposte reazioni da manuale. Per esempio dà ad altri la colpa delle sue disgrazie. Spiega che lui il passo indietro l’ha fatto solo su espressa richiesta del presidente della Regione Vasco Errani e del segretario regionale Salvatore Caronna, i quali gli avevano garantito che Cerri avrebbe fatto altrettanto ritirando le dimissioni da sindaco. Ma così non è stato. Il tormento dell’’improvvida ritirata, il sospetto di essere stato ancora una volta gabbato, gli trapana il cervello e lo induce a dire cose poco sagge.
Se Cerri è stato tanto scaltro da evitare la trappola di Errani e Caronna, dovrebbe essere tanto incauto da cadere nel trabocchetto delle inaccettabili condizioni messe a punto dagli strateghi dell’Astoria?
Quando sono venuti via, gli astoriani erano certi di una cosa sola, di avere la gola secca. Chi aveva messo a loro disposizione la sala (gratis?), probabilmente un amico, un fan o un sostenitore di Antonini, non aveva avuto però l’accortezza e il buon gusto di offrire loro, che so, un bicchiere di spuma.
Morale della tavola: i ristoratori che puntellano il programma di Antonini non sono necessariamente sostenitori del Pd.
Passavo di lì per caso e ho sentito un giovane che diceva concitato a un coetaneo: «Ma ti rendi conto che siamo entrati nel partito con degli ideali e ci ritroveremo con una giunta di sessantacinquenni decisa altrove, maledetto sia…». Seguiva il nome di un noto presidente di Provincia.
L’altro non credo si rendesse conto. Aveva solo sete. Di acqua chiara e fresca. In certi casi, l’ideale è solo un bel bicchier d’acqua pulita.
(i. s.)
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