Quando la campagna elettorale decollerà ufficialmente, i partiti affiggeranno i manifesti nelle plance pubbliche loro riservate. Ognuno nel suo rettangolo. Per chi sgarra, le sanzioni sono severe. Da codice penale. Ma prima che tutto sia puntigliosamente regolamentato vige la legge del Far West: il più veloce spara per primo. Ed è più veloce, dunque più forte, chi possiede bacheche proprie di cui dispone in cambio del pagamento del plateatico (supponiamo) per esporre manifesti di feste e comizi, per esprimere opinioni e far grancassa alla propria parte. È vero che è un’arma che a volte può spararti su un piede, come’è successo con il prematuro manifesto inneggiante ad Antonini sindaco, ma è pur sempre un’arma.
Da almeno cinque anni, Forza Italia-Pdl, per bocca del suo past consigliere Benvenuto Uni, chiede di poter installare bacheche fisse alla stregua del Pd, che ne ha disseminate un po’ ovunque in città. Inutilmente.
In nome del «decoro urbano» e di un vessatorio labirinto burocratico che li ha inevitabilmente condotto i postulanti a un vicolo cieco, la richiesta è stata respinta. Al confronto, l’accesso al Castello di Kafka è uno scherzo.
In definitiva, nonostante le ripetute lagnanze e rimostranze, alla principale forza di opposizione non è mai stato concesso di esprime ed esporre il proprio punto di vista in un luogo pubblico.
Non condividiamo al 99 per cento le idee di Forza Italia-Pdl, ma sosteniamo con forza il diritto a esprimerle ed esporle. Non, sia chiaro, in nome della tolleranza, abusato concetto che sa di spazientita concessione, di permesso accordato malvolentieri, ma del principio della libera concorrenza, che andrebbe rispettato ed esaltato più nell’ambito delle idee che in quello delle imprese e della circolazione delle merci.
Quello cui assistiamo a Fidenza, con qualcuno che le bacheche le ha e gli altri che non le hanno, con quelli che chiedono l’esercizio di un diritto e quelli che glielo negano con arroganza, ha un nome solo: concorrenza sleale. Nel campo delle opinioni politiche è un reato che va punito con il massimo della pena dagli elettori: la negazione del voto.
(i. s.)
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