di Lara Sanpaoli
Ci sono maestri e maestre non meno suggestionabili dei bambini affidati alle loro cure. Di fronte alle mode e alle leggi delle maggioranze, silenziose o tumultuanti che siano, si piegano come canne al vento.
Legioni di insegnanti delle primarie che non hanno saputo difendere le differenze spicciole dei loro allievi sono oggi in testa al corteo di chi si è fatto travolgere e plagiare dagli usi e costumi dei figli degli emigranti di cui hanno piene le aule.
Maestre e maestri per anni ciechi e sordi di fronte alle diversità di bambini imbranati, imbarazzati, introversi, dislessici, balbuzienti o semplicemente timidi, insegnanti subdolamente discriminatori verso i non battezzati, che hanno permesso il sorgere di apartheid e cacce al diverso, cavalcano ora le rivendicazioni più disparate: no alle classi miste, no alla carne di maiale in mensa, no al presepe, no al crocifisso e via elencando da un tabù all’altro in nome di quella bomba a orologeria che è il politically correct tradotto e gestito, prontuario alla mano, da una congrega di cretini.
Il capolavoro sublime di questi intolleranti, convertiti a una falsa tolleranza che è solo moda, è stata la proposta di cambiare il nome di una scuola di Roma. Non più «Carlo Pisacane», rivoluzionario anarchico, martire del Risorgimento, morto a 39 anni nel tentativo di unificare l’Italia e sbarazzare Roma del papa, ma Tsunesaburo Makiguchi, teorico della pedagogia creativa. Classi piene di bambini cinesi in una scuola in cui si rende omaggio a un pedagogista nipponico. Bella mossa! Che denota profonda conoscenza della storia e delle secolari ruggini che dividono i giapponesi dai cinesi. Ma si sa, per gli insegnanti cresciuti nel mito di United colors of Benetton, i due popoli sono tutt’uno perché hanno «gli occhi a mandorla». Una sorta di razzismo alla rovescia.
Qui non di discute tanto dell’arrendevolezza di una classe professionale, più di ogni altra fatta bersaglio dall’alto (il ministro Gelmini) come dal basso (bulli e genitori dei bulli), ma di una sua minoranza attiva che dai quartieri alti del ministero o di qualche altro autorevole avamposto dell’Istruzione un tempo pubblica risponde alle offensive della scuola privata vaticana e ai suoi manutengoli nello Stato con misure di pura facciata, cambiando i nomi e i simboli anziché i contenuti. Reazioni tanto ridicole quanto suicide. Tant’è che il provvedimento è stato ritirato in tutta fretta tra gli schiamazzi e gli sbeffeggiamenti generali. Una rivoluzione lessicale e figuraccia simili all’I care e allo Yes, we can di Veltroni. Leader che ha fatto scuola nel ramo delle sciocchezze creative.
Chi pensava che compito primario di maestri e maestre fosse quello di tirare su piccoli uomini e donne sicuri di sé e consapevoli dei propri diritti, si è sbagliato. Oggi è più importante la creatività. Obiettivo condivisibile, ma per arrivare a quel traguardo supremo, che coincide più o meno con la libertà, bisogna passare attraverso l’apprendimento. E non ci sono altre strade che quelle di imparare a leggere e scrivere e fare di conto per affrancarsi da chi vuol fare di te un pinocchietto davanti al teleschermo. Di creatività sono pieni gli studi televisivi, bene che vada (e con quali risultati è sotto gli occhi di tutti), e gli uffici di collocamento (che forse non si chiamano più così, ma ci siamo capiti, perché la sostanza non cambia).
Fare le michette di pane in classe per i terremotati, come abbiamo appreso dalla Gazzetta di Parma in questi giorni, è un gran bel gesto (simbolico!) di solidarietà e molto educativo. Ma è anche una scappatoia. La scuola non è scuola, come l’intendeva don Lorenzo Milani, se non ti aiuta a salire uno dopo l’altro i gradini dell’istruzione che ti rende cittadino libero. Tra i più importanti, checché ne dicano quelli delle tre «I» e i maniaci del computer, della fantasia al potere, ci sono l’aritmetica, l’italiano e la Costituzione. Solo partendo da quei primi tre gradini aumenteranno le probabilità di avere in futuro un ingegnere in più e istillare in quell’ingegnere la morale laica dell’onestà aumentando così la probabilità che quell’ingegnere non usi sabbia di mare nell’impasto del calcestruzzo.
Un altro tipo di formazione scolastica nasce invece dalle lacrime davanti ai televisori ed è destinato a produrre professionisti per produrre lacrime davanti ai televisori. E chi piange davanti alla televisione è un bue che può essere condotto per la cavezza ovunque decida chi comanda in televisione.
Ma per tanti nostri insegnanti, vittime come tutti dei riti televisivi che ti dettano tempi e metodi, è più politicamente corretto andare a scuola in un edificio che inalbera un incomprensibile nome giapponese a impastare michette di pane per i terremotati. È più esotico. Ecco. E finisce che ti mettono sul giornale. Perché, se non sei sul giornale, non esisti.
Siamo tanto demoralizzati dalla stupidità di certi insegnanti che una volta tanto ci viene di dare ragione persino a Ernesto Galli Della Loggia. Di cui vi consigliamo di leggere l’editoriale qui a rimorchio, pubblicato dal Corriere della Sera.
SCUOLA, DA PISACANE A MAKIGUCHI
L’integrazione non si fa così
Spesso sono i piccoli episodi che rivelano i grandi fatti. Che cosa sia diventata ad esempio, per tanta parte, la scuola italiana, quale sia il senso comune che vi regna, quale sia anzi il senso comune che probabilmente ha già messo abbondanti radici in tutto il Paese, ce lo dice quanto è appena accaduto a Roma, alla scuola materna ed elementare Carlo Pisacane. La cui preside, con l'accordo unanime del consiglio d'istituto, ha deciso che il nome di Pisacane non è proprio il più adatto per una scuola che accoglie tanti alunni non italiani, appartenenti, come c'informano i giornali, a ben 24 etnie diverse, con prevalenza di bengalesi, romeni e cinesi. Pisacane: avete presente? Un mazziniano, con la testa piena di idee confuse sulla patria e sul socialismo, che si era fissato di fare una rivoluzione con i contadini del Mezzogiorno e che fu capace, invece, solo di andare incontro alla propria rovina lasciandoci la vita. Un italiano poi, figuriamoci!, a chi volete che interessi? Chi volete che lo conosca questo Pisacane? Molto meglio intitolare la scuola, hanno pensato i docenti romani, a un personaggio di ben altro calibro e notorietà, per esempio a Tsunesaburo Makiguchi. Ma certo, Makiguchi! Sappiamo tutti chi è: pensatore e pedagogista celeberrimo, teorizzatore della ormai diffusissima (anche troppo!) «educazione creativa». E che poi sia giapponese non può che fare sicuramente piacere ai tanti alunni asiatici, in specie a quelli cinesi che, come si sa, conservano del Paese del Sol Levante un così simpatico ricordo. In realtà c' è poco da ironizzare su questa Italia di oggi, di cui i poveri insegnanti della ex Pisacane, alla fine, appaiono più che altro delle vittime. Vittime di un Paese che ha una venerazione idolatrica verso tutto ciò che sa di «territorio» e di «decisione dal basso» e permette che denominazioni così simbolicamente cruciali (la cui importanza ci ricorda un aureo libretto di Alberto ed Elisa Benzoni in uscita proprio in questi giorni da Bietti, Le vie d' Italia) come i nomi delle cose che sono di tutti, adoperate da tutti, quali sono per l'appunto i nomi delle scuole, siano a disposizione del primo consiglio d'istituto che vuole cambiarli. Un Paese così ipnotizzato dalle mitologie internazional-mondialiste, e insieme così abituato a vedersi secondo l'immagine negativa che gli fabbricano ogni giorno i suoi tanti moralisti di professione, da credere che ormai la propria storia, la propria identità, non vogliano dire più nulla per nessuno, non abbiano più alcun valore. E dunque un Paese che di fronte all'immigrazione si trova nell'incapacità di fare la sola cosa utile che c'è da fare. Cioè cercare d'integrare, far diventare italiani gli stranieri legalmente in Italia, concedendogli dunque con larghezza la cittadinanza (con larghezza! Lo si capisca una buona volta) e facendoli partecipi della nostra lingua, della nostra storia, della nostra cultura: principalmente nella scuola, che di tutto ciò deve, o meglio dovrebbe, essere il simbolo operante. Invece preferiamo strizzare l'occhio alle mode e farci belli gingillandoci con un multiculturalismo suicida che ha il solo effetto di ghettizzare gli stranieri e di alzare una barriera tra noi e loro.
Ernesto Galli Della Loggia
(Corriere della Sera, 20 maggio 2009, editoriale di prima pagina)
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