di Franco Bifani
Ho letto, sui quotidiani locali e su Navecorsara, che il Liceo D'Annunzio sta languendo e rischia l'estinzione, come un animale raro del tipo del panda asiatico, per mancanza di apporto nutritivo, ossigenante e rigenerante di nuovi alunni a renderne vigorosa la compagine vitale ed a proseguirne i fasti gloriosi, iniziati più di quarant’anni anni or sono, per le prossime generazioni. Io, per ragioni anagrafiche, non ho frequentato il Classico a Fidenza, ma a Parma, al Romagnosi. Però ricordo che, nel lontano 1958, fui uno dei pionieri a varcare la soglia del Ginnasio, allora accorpato alle Medie Carducci. Avevo già alle spalle tre anni di latino, martellato nella zucca da ottimi insegnanti, un amore innato per la letteratura, che mi faceva trascorrere languidi e struggenti vesperi, chiuso nella mia stanzuccia o nella sala prof delle Medie di Salso di via Pascoli, a compenetrarmi dei pensieri eroici di Alfieri e di quelli melanconici di Leopardi.
Dopo la maturità, ho continuato sulla stessa linea, laureandomi in Lettere Moderne ed ho iniziato a fare supplenze nelle scuole dal 1964, terminando di insegnare nel 2002. E sempre avevo meco la compagnia assidua e l’amicizia incondizionata dei miei autori preferiti, dal mitico Omero in poi, alla cui lettura mi avevano iniziato prima a Fidenza, poi a Parma. I grandi delle humanae litterae greche e latine ed i loro continuatori del Medioevo e del Rinascimento, su su fino ai contemporanei, mi erano sempre accanto col loro conforto, la loro sapienza e la testimonianza delle loro pene e gioie, antiche di millenni, di secoli, di decenni, eppure sempre così vive, attuali e consolanti.
Come può il Liceo glorioso di una piccola, grande cittadina, la romana Fidentia -colei che dona fiducia-, che vide il martirio dell’ufficiale romano Donnino, che ospita la perla architettonica romanica del suo duomo, che si è dotata di tanti Istituti superiori di ogni ordine, grado e tipo, morire d’inedia, di fame di alunni e di sete di cultura? Vogliamo permettere che si porti a termine l’eutanasia di un Istituto che ha visto, tra i suoi insegnanti, i prof Fiorito, Cosenza, Compatangelo, tanto per citare coloro con i quali avevo maggior dimestichezza e corrispondenza di amorosi sensi e scambi osmotici di cultura ellenica e latina?
Con una solida e vivificante cultura classica alle spalle, che ci riporta alle radici stesse della nostra identità europea, chi esce con la maturità classica dalle Superiori, non solo può accedere, senza alcuna difficoltà, a qualsiasi facoltà universitaria, ma, spesso e volentieri, brilla ed eccelle anche nelle specializzazioni di carattere scientifico e tecnologico. Il Classico di Fidenza ha sfornato non solo intellettuali che si sono dedicati alla professione del docente di Belle Lettere o Filosofia, ma fior di ingegneri, medici, avvocati, notai e commercialisti.
Ricordo sempre con una commozione che si rinnovella ogni volta che leggo e cito queste affermazioni, la magnifica, irripetibile, sublime dichiarazione di amore totale ed esclusivo per le humane litterae che, cinque secoli orsono, scrisse il grande Machiavelli, nella sua «Lettera a Francesco Vettori». Questo uomo straordinario, con mente lucida, e fervida, costretto ad un esilio forzato all'Albergaccio, si confessa e racconta, dopo aver trascorso la serata in un’osteriaccia della malora con un beccaio, un mugnaio e due fornaciai, giocando e cricca e tricchetrac, bestemmiando e urlacchiando, «venuta la sera, -egli testimonia per i secoli a venire- mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; ed in sull’uscio, mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch'io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandoli della ragione delle loro actioni, e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro». (Corsivo mio)
La meschinità avvilente dei tempi nostri, tra cellulari, blue-tooth, Tv spazzatura, programmi indecenti ed avvilenti, mercimonio e prostituzione del nostro fisico e, quel che è peggio, del nostro spirito, di degrado culturale ed intellettuale, scompaiono una volta entrati in contatto ed a colloquio con i classici, sottraendoci al tempo ed alla morte. Ci reintegrano essi in una vita superiore, a vette eccelse e pure dai miasmi del sesso, del ventre e del denaro, liberi dalle contingenze angosciose e degradanti del quotidiano. Quegli autori, forse a volte malamente presentati a scuola e odiati perciò nell'adolescenza, tra i banchi, le interrogazioni, le traduzioni di versioni impossibili, diventeranno poi, nella maturità esistenziale, esempi supremi di pensiero e di vita civile, che non devono però divenire fuga ed evasione dalla realtà. La cultura della classicità è il combustibile più raffinato da offrire al motore perfetto di un intelletto di grande valore qualitativo.
Un Liceo D’Annunzio che continui, secondo le tracce di questa linea educativa e formativa, la sua opera esemplare, a Fidenza, sarà un prezioso contributo ad un umanesimo civile, per il quale i classici greci e latini ed il loro pensiero filosofico, sociale e politico, saranno ancora stimolo e guida a una partecipazione concreta e costruttiva al vivere cittadino. La loro frequentazione aiuterà a sublimare e a fugare le caligini del becerume laido e volgare che ci opprime ogni giorno. Gli studia humanitatis che avranno trovato terreno fertile in numerosi ragazzi usciti da un quinquennio costruttivo del Liceo D'Annunzio, li aiuteranno ad acquistare consapevolezza piena della loro «humanità» più grande, piena e vera, e dell’autentica, sublime dignità della loro vita. Vogliamo allora disperdere il nostro futuro, costituito dai 14enni che il prossimo anno, a Fidenza, Salsomaggiore, Soragna, Busseto, Noceto e dintorni, si affacceranno, volto il guardo alle varcate Medie, alle soglie degli Istituti Superiori locali, negando loro l’accesso ad un Liceo «del sasso», disseminandoli in giro, a Parma, a Cremona, a Piacenza o ancor più lungi?
Io spero che ancora in un futuro prossimo venturo, tanti giovani, una volta laureati e inseriti nel mondo del lavoro, volgendosi indietro ad un passato prossimo, nel ricordo degli studi appena terminati, possano con orgoglio affermare: «Ho studiato al Liceo D’Annunzio di Fidenza, quello in piazzale Matteotti, me lo ricordo con piacere e ne vado fiero!».
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