Quando la città si spogliò davanti a me, sentivo il peso. Il peso di un nostro possibile incontro. Il peso dipendeva dall’impatto col reale. Non sapevo se ti avrei riconosciuta, non sapevo dove ti avrei incontrata ma, soprattutto, ignoravo l’entità dell’emozione. Entità che si divideva fra l’essere me stesso, il frequentarsi, come tu dici, e la conseguenza. Dove mi avrebbe portato tutto ciò? Ero preparato? Ero sicuro? No, non lo ero. Ma il turbinio emotivo, quasi si chiamasse incoscienza, dispiegava tutta la sua potenza.
«Interessante» fu l'incipit del tuo messaggio di risposta al mio «Sono a Troia». Mi colpì. Forse che anche lei sente esattamente quello che sento io, mi chiesi. Dov'è l'esatta differenza fra essere uomo e donna? Ne esiste una?
Scendevo, scendevo continuamente. Motorette sguscianti da tutte le parti, macchine in doppia fila. Gente diversa, una dopo l'altra, al volante. Scendevo. La precisa conoscenza della situazione era dettata dalla fantasia di rapirti condivisa con l’opprimente.
La tua città, pensavo. E via, come un torrente in piena, il rimando poetico «La tua città ch’è si piena d'invidia che già trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena. Voi cittadini mi chiamaste Ciacco». Era una compagnia.
Poi, al pomeriggio, un'altra discesa, verso via o viale San Troilo. Sempre si scende, a Troia. O si sale. E si entra ed esce sempre a ovest. Qui la tua richiesta di parlarti. Qui la mia bugia. Sono già verso Scamandro. No, non era vero. Una giornata di lavoro accompagnato da te. «Mi piacerebbe tanto sentire la tua voce», esprimesti. No, volevi vedere le mie mani. Volevi rapirtele. Tutte per te. Qui mi negai. Non me la sono sentita. Non ero preparato. Non era ancora venuto il momento di affrontare come io affronto: buttarsi. Poi avvenne ma è storia che conosci già. Meno oppressione però.
Se frequentare se stessi significa diventare adulti, allora, Cassandra, stai attenta: non sono ancora cresciuto abbastanza.
Ieri sera, guardando Paride che si confessava ad una trasmissione, Andromaca mi chiese: «Ti sei mai comportato così?». Paride raccontava come al ritorno dal lavoro, a casa, era ansioso di essere abbracciato da sua figlia. Non mi ha mai amato così nessuna donna, diceva. Divertente e tenera osservazione. No, sempre preso da nubi cupe, a volte grigio chiaro, a volte qualche raggio di sole, non sono stato come lui. Mi concedevo poco tempo e poco di me ai miei figli. La vita, il lavoro, le speranze, le preoccupazioni, la responsabilità. Così fui educato dai miei. Ma, quando mi concedevo, quando li volevo, allora osservavo la felicità attraverso la finestra della sua abitazione.
Mi sono frequentato poco. A sprazzi, me ne rendo conto adesso. Sprazzi che arrivano quando loro decidono. Come dovessi reinventarmi un nuovo modo di vivere. Ma, in quei momenti, mi sento bene.
Che fatica vivere, Cassandra, per me.
Erano cose che dovevo dirti.
Ettore
Edited by Paolo Sirocchi
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