«È Illusorio pensare che la classe dirigente possa essere migliore del popolo che la esprime». Così conclude il suo editoriale Eugenio Scalfari, giornalista che stimo, su la Repubblica del giorno di Pasqua 12 aprile 2009.
Questa affermazione, detta così per me e per la logica che spiegherò, è inaccettabile perchè vuol dire che la responsabilità politica della classe dirigente italiana è del popolo.
Per la serie «cornuti e mazziati» e come se non ci fossero modi diversi di esprimere cioè di scegliere la classe dirigente e come se gli amministrati fossero responsabili dei criteri di scelta.
Il popolo italiano è «adulto» visto che per essere adulti occorre essere liberi e per essere liberi occorre essere anche responsabili?
Il popolo italiano ha certamente contribuito a costruire questo «demenziale» sistema politico in quanto è ingenuamente andato a votare, ma ha potuto scegliere ed esprimere liberamente la classe dirigente?
È colpa del popolo se la cultura politica italiana ha trascinato per oltre mezzo secolo il paese in una bagarre partitocratica che non ha eguali nel mondo con il primato (tra gli altri) di sessantun governi in sessant'anni e tutte le conseguenze del caso?
È colpa del popolo italiano se, in barba alla Costituzione, la Partitocrazia ha vietato in questi sessant'anni la Candidatura Individuale e il Voto Personale per cui è impossibile scegliere ed esprimere liberamente i politici e la classe dirigente?
Ricordo a Scalfari che in base all'Art. 49 (Cost.) «associarsi per far politica è un diritto» e quindi per definizione non ci può essere alcun obbligo di lista. Inoltre in base all'art. 48 (Cost.) il voto è «personale» e quindi la persona vota la persona in quanto (da Vocabolario) il voto «appartiene alla Persona». Se quelli che stanno sopra, la classe dirigente, bloccano la libertà a quelli che stanno sotto, il popolo, come si può metterli sullo stesso piano di responsabilità? Mi sembra ovvio che Eugenio Scalfari ci debba una spiegazione.
Saluti
Carlo Fetonti
Nota redazionale. Non è la prima volta che Carlo Fetonti, interlocutore che abbiamo avuto modo di incontrare e ascoltare in diversi interventi pubblici, ci scrive a proposito del «tradimento» della Costituzione sulla questione del voto. Noi non abbiamo le competenze necessarie per rispondergli. I lettori hanno finora evitato il cimento. Che dirgli? Forse siamo un megafono troppo modesto per arrivare sia alle orecchie dei costituzionalisti sia a quelle del Parlamento. Se questa volta non riusciamo a fargli rispondere neppure da Eugenio Scalfari, che Fetonti suppone sia un nostro lettore, proponiamo di dichiarare chiusa la questione. Per quel che ci riguarda, naturalmente. Dovessimo ricevere risposta sarebbe nostra cura darle tutta l’evidenza che merita.
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