«Ca’t vena un cancor», grida Doberdò al suo assassino, un attimo prima di morire. L’imprenditore Doberdò si è fatto da sé. Gelido, calcolatore, non si ferma davanti a nulla. Nemmeno a tu per tu col suo collega straziato dai debiti. «Guarda Doberdò, che se non mi dai una mano, la tua condanna ricadrà su di te, perché sei il più forte». Doberdò, nella sala di una Unione Industriali qualsiasi, presenti tutti i big, non lo degna di uno sguardo. Sigaretta alla mano, continua a leggere carte. Il collega, sguardo malinconico, lo aspetterà a casa. Pioverà a dirotto, ma lui, il condannato, lo fisserà per tutta la notte, dal cortile. Doberdò, nel caldo della sua stanza da letto, accetterà la sfida e risponderà allo sguardo, rifiutando il sonnifero che la moglie premurosa gli pone accanto. Dirà Doberdò alla moglie: «Lui mi sfida ed io accetto la sfida poiché la mia coscienza è più forte del suo ricatto». Scena immortale.
La Califfa, è operaia delle industrie di Doberdò. Stupenda, passionale, libera ed anarchica, scopre che nell’industriale cieco con la vita ma insuperabile nei bilanci e calcoli politici si nasconde un uomo che può cambiare le cose. Con lei, attraverso lei, Doberdò cambierà sé stesso e le regole del gioco e gli altri, i torvi, oscuri, bastardi, vili, spauriti altri (sempre hanno paura questi e macellano gli altri per vincerla), lo uccideranno.
Tognazzi e la Schneider, nel film, furono strepitosi. Appunto per questo né la Rai né Mediaset né Enrico Ghezzi lo ripropongono. Loro, pubblici o privati che siano, si ritengono superiori ad un film che Bevilacqua diresse negli anni ’70 e che molto, secondo me, moltissimo ha ancora da dire.
Non per Gildo Reyes. Me ne parlò una volta, trovandolo di una noia mortale. Io, che osservai il Gildo per quasi dieci anni al lavoro, vidi che imitava il Tognazzi del film più di qualsiasi altro. Tanto che fece la fine che fece. Adesso scrive libri. Peccato per quelli che rovinò ma, si sa, il potere economico ancora immola uomini e donne sull’altare della mano invisibile, la mano che Adam Smith studia per capire, forse primo tra i primi, il meccanismo del capitalismo.
Ma questa è un’altra storia.
«La Califfa» di Alberto Bevilacqua, il film, è utile per capire quanto succede nel Pd fidentino.
Nel film c’è uno spaccato che ritroviamo negli anni della prima crisi petrolifera, negli anni prima e dopo Tangentopoli e nei tempi attuali, quelli ove ancora ci si suicida per paura delle prime pagine dei giornali e dei processi. Calcoli politici, scambi di favori, ricatti sempre pronti per essere esibiti ed ottenere quello che si vuole. Imprenditori e politici e clero cattolico. Una rete inestricabile. Ma c’è anche una speranza. E’ l’amore che sboccia fra la Califfa e Doberdò. Un amore composto da passione, scoperta dell’altro, riflessioni sulla propria vita, stima, solidarietà. Oh, certo, anche di desiderio e sesso, ma qui entreremmo nell’area intima di una coppia. Qui non serve.
Chi vuole le primarie che sappiano decidere chi sarà il futuro candidato sindaco del Pd (poiché qui io non parlo delle primarie di coalizione: aspiranti coalizzandi, se le volete allora iscrivetevi al Pd. Punto! E basta!) sono la Califfa e Doberdò. Sia sufficiente leggere le emails e gli sms che arrivano al sito del Pd fidentino. Gente, uomini e donne, col cuore in mano. Che vogliono e desiderano cambiare le regole del gioco. Può darsi, può essere che il sito sia governato da una parte e non anche dall’altra. Ma, allora, ciò deve valere anche per il recente sondaggio pubblicato dalla gazzettistica parmense. Infatti, qualcuno che scrisse la sua email al Pd dice che è stato contattato dagli intervistatori del sondaggio. Ora, io fui contattato lo scorso inverno per un altro sondaggio e non per quest’ultimo. Come mai? Per puro caso probabilistico dovuto alla scelta del campione di intervistati o per puro calcolo politico visto che io non milito per Giuseppe?
Tutti gli altri e tutti i dirigenti (locali, provinciali, regionali) rappresentano invece la parte oscura del film.
Una volta, rapito dal ricordo, salii in fretta e furia la scala che conduce agli affreschi del Lorenzetti, nella sala del Consiglio dei Nove, a Siena. Sotto all’effigie del Cattivo Governo, come in una didascalia, sapevo che stava la parola latina «suspecto», assieme ad altre parole che caratterizzavano, secondo l’artista, la malvagità governativa. Volevo accertarmene. Il sospetto. Io non mi fido di te, pur militando nello stesso partito. Il calcolo. Se quello là di colore verde è là allora occorre che qui ci sia uno col colore giallo. Posto che verde e giallo siano i colori della bandiera di quel partito.
Non mi fido delle primarie. Troppo americane. Non è cultura mia. Avevamo la rappresentanza proporzionale ove potevamo scrivere le nostre preferenze. Ma Nanni Moretti, con «Il portaborse», contribuì al suo smantellamento.
Ma se la base del partito le vuole, che siano. Solo per gli iscritti, con tanto di tessera dimostrata e dimostrabile. Non partito delle tessere ma partito dei militanti.
Che siano. Con una potente macchina organizzativa a favore di Paolo.
Voglio decidere io chi sale e siede allo scranno di sindaco. E, se perdo, mi inchino alla democrazia.
Poi si vedrà.
A risentirci.
Paolo Sirocchi
PS. Vi avevo promesso un intervento sulla Asi, l’Azienda (o anche Agenzia) servizi imprescindibili. Lo farò. Qui si vedrà come un fiore primaverile sfila potere economico ad un altro frutto della natura: la ghianda. Oppure sono accordi. Pagati da noi. Si vedrà come presidenze e dirigenti sono intimamente intrecciati con liste di partito. E come, in un partito figlio del centralismo democratico, nacquero e si consolidarono le correnti. Pagate coi nostri soldi. Secondo me, Christa Wolf, col suo romanzo Cassandra, coglie nel vivo. Peccato sia una battaglia persa. Almeno per i prossimi millenni. Meglio essere Enea, allora.
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