La situazione sociopolitica in cui milioni di italiani stagnano da parecchi, troppi anni, mi ha richiamato alla mente i temi di letture giovanili di Sartre, di Camus e di Moravia, del teatro di Ionesco e di Beckett, nella loro critica lucida e pungente del conformismo e dell'ipocrisia proprii della classe borghese, trasformatisi, di recente, in virus subdoli e penetranti, trasversali ad ogni ceto e censo. Coccolata nel grembo materno di un partito di centrodestra, la nostra neo-borghesia continua, beatamente e beotamente, ad operare lo sfacelo morale, la dissoluzione dei valori, l'attuazione di menzogne, tipici di un'epoca di decadenza morale e civile. Ed all'orizzonte, quel che è peggio, non si scorgono alternative.
Anche coloro che realizzano, essendo portatori di coscienza, la negatività del momento, come i vari e variegati partiti della cosiddetta «sinistra», non riescono a stabilire un rapporto con la realtà degli oppositori, ad agire concretamente, a vivere sentimenti autentici di rivolta, che sia poi di matrice cristiana o marxista; anch'essi si perdono nella palude dell'indifferenza e del conformismo.
Si sogna, a sinistra, di un mitico mondo passato, che va dall'epoca della Resistenza al '68 e ai suoi strascichi negativi. L'indifferenza e l'impotenza portano l'opposizione a sfociare, se non in un'integrazione al sistema, in un adattamento ai rituali più beceri e all'idolatria dei due grandi pilastri della fede borghese, il sesso e il denaro, cui s'aggiunge, a completare questa Antitrinità, il successo, come collante dei primi due componenti. Da questa crisi etica, sociale e politica, non si intravedono vie di fuga e di salvezza. Anche chi rifiuta tali situazioni, non riesce poi ad assimilarsi né al proletariato, che non esiste più se non negli slogan dell'ultrasinistra, né a vivere con convinzione, una fede religiosa, troppo spesso complice e affiancatrice, come ai tempi della Santa Alleanza trono-altare, dell'operato dei nostri attuali governanti.
In questo stato di esclusione e di sospensione, ai pochi puri e duri sostenitori della possibilità di mondi migliori, come quelli che sognava il filosofo Pangloss del «Candido» di Voltaire, di fronte al baratro dell'infimo odierno, anche all'opposizione che sente la necessità di un cambiamento di rotta, non resta che sognare limbi ovattati e Iperuranii immuni dalla realtà borghese, incapaci di possibili alternative storiche, rifugiandosi in fumose utopìe di innocenze, rigori morali, fratellanze, uguaglianze e libertà da pamphlet pseudopolitico. Al culto del denaro e della proprietà, dell'Avere e dell'Apparire al posto dell'Essere, l'opposizione non offre che regressioni al grembo marxista-leninista di un secolo fa, tra concessioni ai violenti sprangatori da Centro sociale modello black-block, e timide strizzatine d'occhio ai laici più arrabbiati, mentre al cristiano convinto e fervente non sembra aprirsi che la strada solitaria del cenobio e del monachesimo.
Di contro all'avvento di una società post-moderna, tecnologica, all'esasperazione della reificazione dell'essere umano, alla sua spersonalizzazione, alla riduzione dei rapporti umani a quelli tra possessori di cose, come liberarsi dal peccato originale della classe borghese? Come discostarsi dal gregge e dalle mandrie di yuppies e VIPs incravattati, dalle bolse «folle oceaniche» in estasi mistica di fronte al loro guru che gira le piazze italiche, europee e mondiali, lasciandosi dietro scie indecorose di ridicolo e di volgarità da bettole di altri tempi e di battute da caserma anni '50? Anche le fioche soluzioni che certa sinistra strimpella, per ogni dove e a ogni occasione, sono puramente velleitarie e si risolvono nell'accettare le profferte, da canto delle Sirene, del centrodestra, lasciandosi invischiare nel sistema che a parole vorrebbe combattere.
Molti, come il Michele de «Gli indifferenti» di Alberto Moravia, sentono una nostalgìa disperata di altre epoche della storia, in cui «la vita non era, come ora, ridicola, ma tragica, e si moriva veramente, e si uccideva e si odiava e si amava sul serio», un'età «tragica e sincera». Anche la migliore sinistra italiana, come il suo ex leader Walter Veltroni, soffre dell'impotenza dell'intellettuale, lucidissimo nel giudicare la realtà, ma impossibilitato ad agire su di essa, paralizzato dalla sua stessa consapevolezza. Il berlusconismo ha eretto a sistema la contrapposizione neoclassista di censo, più che di ceto, dove contano solo il possesso e la proprietà, la cultura è, al massimo, ridotta ad “instrumentum regni” e le persone sono catalogate per la quantità di capitale accumulato e non per le qualità umane. Alle apparenze esteriori, alla verniciatura fasulla e caduca di cumuli di miseria umana, alla mancanza di interiorità, alla falsità dei culti e dei rituali neoborghesi, pare non esserci salvezza. Dinnanzi alla marea montante di surrogati di esseri umani, muniti di i-Pod e SUV, non pare esistere diga che riesca a tenerli al di fuori della stanza dei bottoni. Oltre a sforzi volontaristici, ad astratti furori, alla riduzione a dialoghi o monologhi con un'Entità Suprema il cui Regno non è di questo mondo, altro non rimane, a chi si rifiuta, ostinatamente ed eroicamente, di essere integrato nel sistema. Tanti stanno ancora aspettando il loro Godot, circondati dai canti, dalle lusinghe e dagli assalti dei rinoceronti borghesi alla Ionesco. Già due secoli or sono, il conte Giacomo Leopardi, annotava, ne «Lo Zibaldone», che ci sono tre diversi modi di vedere e valutare il mondo: quello dei primitivi e dei fanciulli, illusorio, fantastico, poetico, anteriore alla cognizione della realtà, felice, ma effimero. C'è poi quello degli adulti, che accettano la mediocrità, la miseria, la prosa dell'esistenza quotidiana ed in essa si appagano. Esso è però adatto solo agli esseri volgari. Il terzo infine, folle e funesto, di chi percepisce il vuoto ed il nulla della società e, da uomo sensibile e di genio, la rifiuta e la disprezza e non si adagia nel filisteismo borghese.
Franco Bifani
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