di Franco Bifani
Ho assistito, lunedì scorso, alla proiezione di Gran Torino, l'ultimo capolavoro di Clint Eastwood (foto sopra); ma non ho trovato, comunque, personalmente, che fosse un film pedagogico con messaggio positivo, propedeutico ad una nuova Weltanschauung a stelle e strisce né, tanto meno, struggente o commovente, come avevo letto in numerose recensioni.
È una triste e desolata elegia di morte, in cui l'inizio e la fine, entrambi introdotti da funerali, potrebbero anche mancare, senza nulla togliere alla tragicità cupa del film.
Walt Kowalski non ha un sogno, come M. L. King, non ha una speranza, come Kennedy e Obama; forse li ha avuti, ma si sono infranti nel corso del conflitto coreano, una delle numerose guerre condotte dai militaristi Usa, sempre all'insegna della difesa del mondo e delle crociate anticomuniste dei fedeli di «In God we trust» e di «Law and order».
Moderno Re Lear a Motown, Walt è compresso tra i rimorsi omicidi di una giovinezza spezzata e la fine, sempre più prossima e incombente, di una vita di apartheid sociale, scelto e voluto, discosto da una collettività stravolta e stravolgente. Ad una società estraniata ed estraniante, al «male oscuro» dell'isolamento dalla comunità, Walt reagisce da eroe alfieriano, sfidando gli uomini e gli dèi, alla Farinata degli Uberti in versione yankee, com'avesse il mondo a gran dispitto. Egli non accetta la mediocrità e la prosa del quotidiano e in esso non si appaga. Percepisce il nulla e il vuoto del vivere, rifiuta le consuetudini prosaiche dei filistei dell'american way of life. La sua fine, lentamente macerata in uno stillicidio quotidiano di rabbia prometeica e di disfida al Fato incalzante, non è tanto dettata da motivazioni di solidarietà umana, di sacrificio della vita stessa, da martire cristiano, ma dalla volontà di un'accelerazione verso la morte inevitabile, che lo avrebbe reso schiavo e dipendente di insipidi ed insipienti omuncoli, quali, ad esempio, i figli, che sono poi un doloroso incidente di percorso, il prodotto di un suo esperimento malriuscito nell'apporto alla crescita demografica del suo Paese.
Come Thao, come Sue, come tutti, nel film, è sempre più solo nel becerume borghese, perverso e pervertito dal dio Dollaro; la persona a lui più simile e vicina è forse la vecchia nonna Hmong, seduta a maledire e a disprezzare tutto e tutti sulla veranda d'ingresso. Non ho riscontrato per nulla nella vicenda un presunto messaggio antirazzista; le neoculture, asiatiche, messicane e nere, non si compenetrano e non si integrano affatto. Chi cede al melting-pot, abbandona le sue radici, come i ragazzini Hmong nella tavernetta, ad amoreggiare e a cazzeggiare tra di loro, tutti quanti scadenti fotocopie dei coetanei yankees. Gli altri, i componenti delle mini-gangs, sono dei disperati, soli come Walt, hungry boys disconnessi con il passato e non allacciati a un futuro positivo. Essi cercano di distruggere cose e persone, come Sue e Thao, che parrebbero gli unici in grado di tentare un aggancio fra la cultura d'origine e quella del paese di immigrazione. Walt pare quasi un Cristo laico, nella sua morte, caduto a terra a braccia aperte come in croce, dopo essersi fatto carico degli errori dell'umanità dolente che gli è capitata, accidentalmente, sul percorso di vita.
Non ho letto, però, nulla in cui spiccasse anche solo un commento sul ruolo del giovane sacerdote, anche lui coinvolto in questa operazione di redenzione alla rovescia, anche lui solo, in un rapporto conflittuale con la Chiesa tradizionale, circondato da fedeli tiepidi, annoiati ed indifferenti, che frequentano la Chiesa per abitudine e forza d'inerzia. Proprio lui dichiara, dal pulpito, di aver capito, da Walt, tante cose, sulla vita e sulla morte, mai conosciute nell'ambiente asettico del seminario. Il rapporto particolare tra Walt, il disadattato Thao e la fragile Sue diventano, per Kowalski, non una ragione di vita, ma il motivo ultimo per morire, simbolo dell'eutanasia di un'America delusa ed incapace di continuare a sopravvivere tra falsi idoli e valori imposti dall'alto.
Eppure, anche il finale si chiude con un motivo di positività solo apparente; a Thao sono consegnate le chiavi della Gran Torino, status-symbol di un Paese e di un'epoca morti e sepolti. Il ragazzino asiatico sfreccia, apparentemente felice, in compagnia non di un essere umano, ma di un vecchio cane, su una strada assolutamente deserta; ma che cosa abbia mai imparato da Walt, non lo si capisce affatto.
Su di un'auto Ford, lanciata verso il Nulla, siedono un asiatico disintegrato e un rassegnato e stanco animale, senza più un padrone di riferimento; niente e nessun altro. E solo quando l'auto scompare dallo schermo, ritorna sulla strada il traffico quotidiano, la quiete dopo la tempesta, «risorge il romorìo, torna il lavoro usato».
|