E così è venuta l’ora dell’Abruzzo. Ricordo che sul settimanale Famiglia Cristiana, Franca Zambonini riportò la storia di una madre di quattro figli, maestra elementare, che fu testimone delle speranze e dei desideri della gente di quella regione. Fu mandata in uno sperduto paese, sulle montagne, ove le strade erano ancora, e lo furono per molto tempo, di terra battuta. Ad ogni termine di anno scolastico, la maestra rispolverava una domanda di trasferimento ma, ad ogni anno, rinunciava.
Si sposò, diventò mamma, continuò ad insegnare. Vide la speranza accendersi nei cuori dei montanari quando arrivò un ingegnere, americano, che trivellò in diversi punti quella terra poiché, così si diceva, vi erano giacimenti di petrolio. Poi la bolla speculativa scoppiò e i montanari, rassegnati, presero la via dell’emigrazione.
Destino cinico, vile e baro. La notte di lunedì 6 aprile, attorno alle 3, un violento terremoto sconvolge il destino del centro della regione. I pianti delle donne, gli sguardi bassi degli uomini, una moglie avvolta in un plaid di fortuna che accompagna il marito in autoambulanza; i morti, vecchi e giovani, morti.
Vecchio serpente, nella tua accezione più malvagia già avevi riscritto nella notte dei tempi la nostra storia ingannando Eva, ed ella ti credette. Sei sgusciato stanotte nei suoni di voci che sostenevano «si poteva prevedere».
Ma quale previsione!
Prevedetelo ancora, se ci riuscite!
Così l’Italia.
Così, da Eugenio Scalfari con La Repubblica a Michele Santoro con Annozero, sempre alla ricerca dello scandalo, della vergogna sempre dell’altro, di un olocausto da offrire al motto «ma io non c’entro con loro. Io sono pulito. Io non li ho votati, io».
E bravi! Continuate così.
Bruno Vespa, sottile e preciso e solerte giornalista, subito accorre nella sua regione e si chiede come mai non sono state applicate le norme antitelluriche.
Non sono state applicate perché non si potevano applicare. Ecco perché. Ma così si muore! Certo, così si muore. Ma non puoi chiedere a un emigrato abruzzese che ritorna a casa e si costruisce la casa coi soldi del Tfr di spendere il 50% in più per costruire a norma. Lui non ti capisce, non ci sta e tu, amministratore, chiudi un occhio, perché non sai dove parare, perché sono voti, perché, dopo tutto, può essere tuo nonno. Dove lo trovi il coraggio di dirgli di no? Così le cooperative e le imprese edilizie. Anche quelle rosse? Non si puote chiedere di più a chi vuole casa, in una regione come quella. C’è un reddito, e non dei più alti e questo è un paletto che la meschina realtà ti impone.
Qui, in Italia, o si viene in aiuto o crei impalcature per danni futuri.
Ed allora concediamolo questo aiuto. Facciamo sì che le prossime costruzioni possano essere erette a norma, dilazionando nel tempo le spese. Facciamo sì che una spesa per un’opera di messa a norma sia rimborsabile subito, senza aspettare almeno cinque anni, come un Bersani qualunque ha imposto.
Mi è difficile non vedere la miope ipocrisia (k)comunista in tutto questo. E la miope ipocrisia democristiana, padrona dell’Abruzzo per anni e anni.
Brutta Italia questa.
Ma il popolo abruzzese è popolo italiano e deve risorgere dalla sua tragedia.
Ma il governo e l’opposizione italiani sono italiani e che si diano la mano in un momento come questo.
Non dev’essere poi così difficile.
Basta chinare il capo alla solidarietà. E all’intelligenza, di chi vuole bene. Al suo popolo.
A risentirci
Paolo Sirocchi
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