di Matteo Bottura
Ho sognato pupazzi di neve che cadevano dal cielo come gli uomini in nero di Magritte. Ho guardato fuori. Nevica. Mi erano rimaste sullo stomaco le previsioni del tempo.
Nevica e guardo dalla finestra. Nevica, devo far finta di essere dispiaciuto come tutti gli adulti copia conforme, mentre sono contento. Che disagio, dico.
Nevica. Oggi non si va a scuola. Non si va a lavorare. Si torna a letto. O si resta alla finestra a guardare che nevica.
Nevica e la gente guarda alla televisione la neve che cade. Guarda quanta neve! Emergenza. Protezione civile. Stato di allerta. Disastri. Tamponamenti. Ingorghi. Alberi che cadono sulle macchine. Che disagio, dico.
Nevica com’è sempre nevicato. Ma quelli che fanno i telegiornali non lo sanno. L’ultima grande nevicata è stata nel 1984 e loro erano troppo piccoli per ricordarsene. Forse non se ne erano neppure accorti. Oppure se lo ricordano benissimo. A quell’epoca si guardava già la televisione tutto il giorno. E figurati se non avranno detto che era stata una nevicata eccezionale. Perciò quelli che oggi fanno il telegiornale si ricordano di quando era nevicato tanto quella volta che avevano dai cinque ai dieci anni ed erano stati a casa da scuola. Nevica come quando erano bambini. Hanno poco più di trent’anni e dicono già: però le nevi di una volta! I giovani hanno fretta di diventare vecchi e si pentono di avere preso la rincorsa quando già stanno volando dal precipizio dell’anagrafe.
Ma stavamo dicendo che nevica. Non vado a lavorare anche se avrei potuto andarci. Mi sono preso una giornata che fa comodo sia a me sia all’azienda. Sono rimasto a casa per guardare dalla finestra che nevica.
Nevica e c’è più silenzio. Le strade hanno il silenziatore. Solo i Suv non rallentano. Quelli che guidano i Suv passano veloci perché sono sicuri di non sbandare. Sollevano alti schizzi di neve sporca. Sono quelli dei Suv che sporcano la neve. Odio quelli dei Suv. Ma quando scendono dai Suv vedo che sono come noi. Hanno le stesse facce di tutti. Quelli dei Suv si confondono con la gente comune. Chiunque potrebbe avere un Suv. Non puoi parlare male in pubblico di quelli dei Suv perché anche la persona meno sospettabile potrebbe avere un Suv. E meglio non parlare male di quelli dei Suv, se no quando piove o quando nevica ti passano accanto veloci sollevando schizzi di pioggia o di neve sporca. Sono cattivi quelli dei Suv. Soprattutto perché non lo danno a vedere. Sono infidi.
Nevica e nella mia via non è passato neanche un Suv. Ma neppure uno spartineve. E ieri sera non hanno messo il sale. Anche se tutti dicevano che sarebbe nevicato. Non solo quelli del meteo. Anche al bar. Anche sul pullman che prendo per tornare a casa. Anche sul treno che prendo dopo il pullman. Anche mia moglie che mi ha ritirato dal treno. C’è un freddo da neve, mi ha detto. Lei non sa cos’è il freddo da neve. Però era sicura che sarebbe nevicato. Circolava la voce. Ormai non nevica più di punto in bianco. È tutto programmato. Perlomeno da un certo punto in poi. Non voglio dire che sia neve ogm però poco ci cala. Dicono che faranno la neve onlus. Ecosostenibile o ecocompatibile, non so. Si farà vedere senza farsi sentire. Ma la neve non è la neve e basta, mi dico io?
Nevica e passano persone in macchina. Poche a piedi con l’ombrello. Le macchine vanno quasi tutte piano. Andranno a farsi cambiare le gomme. Mi metta le gomme da neve, diranno al gommista. La neve provoca dei cambiamenti. Torneranno che le strade saranno già sgombre. Ma con le gomme da neve, che è sempre meglio averle se devi andare alla pizzeria del Gisolo, su a Costa Ferrari, alla Primula di Tabiano o addirittura a Salso.
Nevica e non ci sono bambini per strada. Saranno a scuola. Parleranno della neve a scuola? Con le tre maestre? Con due? Con una sola? Con nessuna? Faranno il pupazzo di neve nel cortile? O lo faranno in classe col polistirolo espanso? Faranno le palle di neve? No, quelle no perché ci saranno i genitori, che li portano e che li prelevano e che non gliela lasciano neppure toccare la neve. Neppure assaggiare perché è tutta piena di polveri sottili, così sottili che neanche si vedono. Forse le faranno gli scolari degli scuolabus, le palle di neve. Vengono da fuori, non sono sorvegliati. Sì, ma l’autista li sgriderà. Non vuole che salgano sul suo pulmino con la neve nei capelli, sul berretto, nelle pieghe della sciarpa, sul cappotto o giù per il copino. Ma i bambini intraprendenti tireranno ancora le palle di neve alle bambine carine e smorfiose?
Nevica, ma dalla finestra non vedo nessuno che ci faccia qualcosa con tutta questa spuma di cielo che s’infrange sull’asfalto producendo il suono sconcertante del silenzio. Nessuno la raccoglie, l’accumula, la mette da parte, ci fa il gelato, la granita o la ghiacciaia. Nessuno usa più la neve e mi chiedo che cosa cada a fare. È in montagna che deve cadere, non qui da noi, diceva ieri sera uno in treno. Infatti ne cade sempre meno. Ma ogni tanto ce n’è un po’ anche per noi che non l’apprezziamo più. Che non la pressiamo e non l’appallottoliamo più per lanciarla contro un nostro simile per dirgli che ci siamo e che ci siamo accorti di lui. Per giocarci. La neve è diventata inutile, imbarazzante, obsoleta, indifendibile. Su Internet non ci sono foto di bambini che si tirano palle di neve. Neanche in altre lingue.
Nevica e qualcuno che passa per strada si chiederà perché me ne sto alla finestra a guardare la neve che cade. Vai tu a spiegargli che mi godo un miracolo che potrebbe finire da un momento all’altro. Vagli a spiegare il miracolo della neve che cade. Vagli a spiegare che c’è ancora qualcuno che regala qualcosa.
Nevica e sento mia moglie dire che prima o poi bisognerà uscire a spalarla. Non appena il miracolo termina usciamo tutti a spalarlo come se fosse solo inutile neve. Le strade si rianimano. Le macchine passano schizzando neve sporca. E quella sempre pulita? Esiste nelle settimane bianche e negli occhi dei bambini. Ma non è la stessa neve. A ciascuno la sua.
Prendo la pala. A capo chino e a passi felpati esco tra la neve morta. Vado a seppellirla.
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