LAMENTO FUNEBRE

I beoti costruttori di periferie

 

di Paolo Frambati

Sto morendo male. Vivo in quella città, anzi cittadina, della provincia di Parma, che per numero di abitanti è seconda solo al capoluogo. E di ciò mena vanto. E da ciò vuol trarre profitto e gloria.
Il numero dei suoi abitanti è da decenni sostanzialmente invariato, ma a ciò non fa seguire le debite conclusioni. Sulle oscillazioni di poche centinaia di unità, dovute perlopiù a incrementi extracomunitari, cerca di edificare la sua metamorfosi.
Non accetta l’invecchiamento, non accetta i suoi modesti confini, si inventa ambizioni assurde, tipo tener testa al capoluogo.
Si è gonfiata i fianchi, come altre si ingrossano i seni. Si è arricchita di periferie fatte di case in gran parte inutili e inutilizzate: 1500 abitazioni vuote, che saranno il doppio tra un paio d’anni. 
Gli amministratori dicono che i soldi versati in cambio al Comune dai costruttori serviranno a mandare avanti la città rimasta senza i proventi dell’Ici.
Vuol dire che lo sviluppo edilizio non terminerà mai? Che continuerà a inghiottire lotti di terreno per incassare quattrini? Ma la città che si allarga farà spendere sempre di più per il suo mantenimento. Più strade, più fogne, più condutture di acqua e gas, più parcheggi, più aree verdi e più spese per la loro manutenzione.
Quando si arresterà questo circolo vizioso che continua a distruggere suolo produttivo?
Gli amministratori giustificano la febbre edilizia dicendo che c’è domanda di case giacché non è il numero degli abitanti che conta, ma quello delle famiglie. E ora i nuclei familiari sarebbero costituiti da due persone e un po’.
Poi ci diranno che la famiglia potrà essere fatta anche da una sola persona. Se no, sarebbe discriminazione dei single. Non sia mai.
E quando le case saranno due o tre per abitante? Ci diranno che non si possono mortificare i romagnoli che, stanchi di mare, verranno in villeggiatura nel nostro cemento. Non tutti possono permettersi il lussuoso béton milanese.
Ma non è questo l’epicentro del terremoto edilizio. È qualcosa dentro di me. Dentro quelli che hanno la mia età e che non vogliono illudersi di non averla rincorrendo ventenni e quarantenni.
È che stiamo morendo e non ci lasciano morire in santa pace.
Morire è una storia lunga, un’azione che si protrae nel tempo, un cancro pietoso che ti morde e mordicchia. Traumi personali, familiari, sociali.
Si muore molto quando ti muoiono i genitori lasciandoti in prima linea, indipendentemente dagli anni che ti ritrovi.
Si muore, quando ti muore un figlio. In maniera irreparabile
Ci sono le morti devastanti dei congiunti e degli amici, dei conoscenti e dei vicini. «Non gli ho mai parlato, ma lo vedevo tutti i giorni». Anche la sua morte ti ha lasciato un segno.
E poi ci sono le piccole morti fatte di separazioni, divorzi, licenziamenti, mobbing, pensionamenti.
E c’è la morte della tua città, nella quale sei cresciuto e in cui hai imparato a orientarti. L’avevi messa in conto, ma non che pensavi che sarebbe stata così rapida.
La stanno radendo al suolo i beoti costruttori di periferie che pensano di salvarsi l’anima e salvare le apparenze imbalsamando il centro storico: una cattedrale, una piazza, un trancio di via, un ponte romano inutilmente disseppellito dalla sua urna di terra fresca per farlo marcire ingloriosamente sotto gli occhi distratti dei passanti che gettano cartacce e mozziconi di sigarette nella sua bara lasciata impudicamente aperta.
Piccole archeologie domestiche, reliquie ossessivamente venerate, foglie di fico sulle nostre vergogne, mentre ci rimbombano nelle orecchie i rumori delle ruspe che scorticano la campagna, ci assordano i colpi secchi delle palificazioni che deflorano il sottosuolo e i rombi delle betoniere che seppelliscono il terreno vivo.
Sto morendo insieme ad altri in un posto che si chiama Fidenza, cittadina di cento gru e nessuna cicogna, senza il conforto dei luoghi un tempo familiari.
Stiamo morendo in una città che assomiglia sempre di più a tutte le altre salme urbane imbalsamate dai beoti costruttori.
Stiamo morendo prematuramente. Irrisi dai ventenni. Tenuti d’occhio dai quarantenni. Ci venisse mai in mente di reclamare le nostre anime imprigionate nei piloni di cemento che sorreggono i loro palazzi. Le loro ambizioni. Segni tangibili, e non facilmente estirpabili, della loro smisurata corruzione etica ed estetica.
Loro pietre tombali. Perché, mentre noi si muore disturbati, costoro sono già morti. E non c’è peggior morto di chi non si rende conto di esserlo.  E amministra la città in nome della vita che continua.

 

Pubblicato  il 26 ottobre  2008

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