«La recente indagine Luiss sulla classe dirigente, guidata da Carlo Carboni, aveva aggiunto un bel mattone all’edificio critico: la politica manda in parlamento sistematicamente figure di scarsa qualità e alta lealtà che tendono a mantenere lo status della leadership che li ha cooptati. Il merito resta fuori perché nel contesto politico italiano appare minaccioso: segreterie deboli, di sinistra, di destra e di centro, grazie a una legge elettorale costruita ad hoc, adottano schiere gregarie per non impensierire leader fragili. E i “leali” in esubero vengono sistemati in aziende regionali, comunali e simili, dovunque possibile, con un progressivo abbassamento della qualità manageriale».
Non vi pare che queste parole, scritte da Giancarlo Bosetti su la Repubblica del 20 novembre («Perché il potere è nelle mani dei vecchi», il titolo dell’articolo ), si adattino alla perfezione anche a Fidenza? Mal comune non è però mezzo gaudio. Non è questione di giovani che premono e di vecchi che si attardano, dunque, ma di immanicati e no. Del perverso meccanismo della cooptazione, una sorta di meritocrazia a rovescio: meglio fedeli (non «leali», neppure tra virgolette) che bravi. Cioè di una inarrestabile tendenza alla mediocrità. Il potere della mediocrità porta al potere persone sempre più mediocri.
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