di Ivano Sartori
L’intolleranza è contagiosa. Un divieto tira l’altro. Come la pandemia dei polli, la fatwa dello yoga dall’Asia è arrivata nella Città del Vaticano. Emessa dalla Malaysia attecchisce in Indonesia e incrocia i divieti del pontefice romano. Non è collisione ma collusione, forse convergenza parallela: lo yoga nuoce tanto alla salute spirituale del buon musulmano quanto a quella del buon cristiano, perlomeno nella sua versione cattolica.
Tutto ha inizio in Malaysia qualche mese fa, quando il Consiglio nazionale delle fatwe proibisce alle donne di adottare comportamenti maschili e portare i pantaloni affinché non siano risucchiate dai gorghi dell’omosessualità. Le interdette protestano timidamente e ubbidiscono moderatamente. Un mese dopo, il veto si abbatte sulla dilagante moda dello yoga. Stavolta insorgono gruppi di difesa dei diritti dell’uomo e degli yogi. A scatenare il putiferio è un docente bigotto dell’università Kebangsaan Malaysia. Secondo lui i precetti indù e buddisti contenuti nello yoga contrastano con quelli islamici. Segue sentenza. Se, prima di emetterla, gli ulema si fossero presi la briga di visitare i centri yoga di Kuala Lumpur avrebbero visto uomini e donne di elevata condizione sociale assumere la posizione del loto e portarsi le gambe dietro la testa senza salmodiare né pronunciare sconvenienti «om». Né più né meno di tecniche di rilassamento in laiche palestre. Il Primo ministro Abdullah Badawi dichiara infatti che, se non si salmodia, la pratica è accettabile. Uno a zero per i sostenitori di uno yoga halal, cioè lecito, che non metta in imbarazzo i fedeli più osservanti.
Le cose si complicano quando lo yoga traversa lo stretto di Malacca, approda a Giacarta e si estende in Indonesia, Paese che, con 240 milioni di abitanti di cui l’85 per cento musulmani, ospita la più forte concentrazione islamica del mondo. Anche qui il Consiglio nazionale delle fatwe è risoluto: sempre per quel suo odore di induismo, lo yoga è haram (proibito). Un Paese tradizionalmente aperto e di solida tradizione tollerante è messo a dura prova dagli intransigenti difensori dell’islam più radicale, da anni impegnati in una guerra contro la corruzione occidentale. Dalla pornografia propriamente detta al bikini in spiaggia fino ai concorsi di bellezza, sono legnate, arresti e condanne fino a dieci anni per chi si macchia di tali reati. Molte province a maggioranza cristiana o induista si sollevano. Il governatore di Bali fa sapere che si rifiuta di applicare le drastiche misure sulla sua isola. C’è di mezzo il turismo.
Lo scrittore Goenawan Mohamed, uno degli artefici della caduta di Suharto nel 1998, non si fa impressionare dall’escalation dei fondamentalisti. «L’islam conservatore, o piuttosto settario, è in crescita, ma anche l’islam liberale. È troppo presto per dire chi la spunterà». Ne ha però un’idea Guntur Romli, bastonato nel giugno scorso dagli scagnozzi del Fronte nazionale che gli hanno fracassato il naso e messo fuori uso un occhio: «Il problema dell’islam liberale, è che la maggioranza silenziosa resta silenziosa».
Anis Matta, l’affabile leader del Pks, il partito della giustizia e della prosperità, una formazione islamica radicale, titolare di tre mogli, tra cui una giovane ungherese convertita, alle quali non permette di stringere le mani agli uomini, mentre lui si prende questa libertà con quelle scostumate delle occidentali, spiega che il problema dell’Indonesia è «l’esplosione della democrazia», che ha concesso «troppa libertà ai media», soprattutto alla televisione, la quale se ne serve «per diffondere la pornografia».
Mentre nell’Asia profonda si vuole ricondurre gli indisciplinati indonesiani e malesi nel solco della vera fede a suon di minacciosi divieti e sonore randellate, a Roma si preferisce il più felpato guanto di velluto. È di pochi giorni fa l’ennesima manifestazione di insofferenza di papa Benedetto XVI per il sincretismo tra spiritualità cristiana e meditazione orientale che affascina molti religiosi e penetra in monasteri e conventi, parrocchie e comunità. Già vent’anni fa, quando era ancora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), il cardinale Ratzinger aveva dato ordine perentorio a religiosi e suore di smetterla di pregare come santoni indù o come monaci tibetani. Il fine della meditazione, anche la più mistica, non è annullarsi nel nirvana o farsi assorbire dal divino. Il cristiano deve starsene con i piedi ben saldi sulla terra, anche se guarda al cielo. In altre parole: non pretendete di mettervi in contatto direttamente con Dio senza passare da quel centralino di smistamento che è la Chiesa. Il cristiano non può pretendere di ricevere da solo l’illuminazione di Dio come un san Giovanni della Croce o una santa Teresa d’Avila. «Lo yoga è ginnastica, non preghiera» tagliò corto Ratzinger che temeva sbandate new-age.
In tutti questi anni sono sopravissute sacche di resistenza al divieto prima dottrinale e poi papale. Padre Davide Magni del Centro San Fedele di Milano, dove si tiene anche un corso di tai-chi, ha pubblicato un articolo su Popoli, rivista dei gesuiti, che sa di provocazione: «Esiste uno yoga cristiano? Ovviamente no, sarebbe come dire che esiste un football cristiano solo perché in ogni oratorio c’è un campo di calcio. Ma certo esiste uno yoga per cristiani». È una distinzione, molto gesuitica, che sembra tagliare la testa al toro accontentando tutti. Sempre che la paura della Chiesa non sia di natura teologica bensì di gestione delle anime. «Se tutti riuscissero a trovare la via per l’unione con l’Assoluto, ai mediatori terreni resterebbe poco da fare», dice Cristina Nobile dell’Himalayan Yoga Institute di Firenze. Una sortita che rasenta l’eresia.
È scontro di piazza tra Islam liberale e islam integralista in Oriente. È lotta di corridoio e di dottrina tra cattolicesimo postconciliare e ritorno alla tradizione nell’ombelico del cattolicesimo romano. Se le pratiche dello yoga non sono state ancora messe fuorilegge è grazie a un libro, Yoga per i cristiani, del monaco francese Jean-Marie Déchanet, scritto in quell’epoca preconciliare tanto cara a papa Ratzinger e munito dell’imprimatur pontificio rilasciato nel 1956. Fino a quando quel testo non sarà messo all’Indice, suore e monaci, sacerdoti e laici devoti potranno pregare assumendo le posizioni che «poossono costituire un mezzo adatto per aiutare l’orante a stare davanti a Dio interiormente disteso». E queste sono parole del documento vaticano Orationis formas. Scritto proprio dal cardinale Ratzinger nel 1989, all’alba della pandemia asiatica.
(da Il Secolo XIX del 21 gennaio 2009)
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