C’è un dottor sottile, un gesuita dalla penna d’oca e con la testa da gallina, un azzeccagarbugli malriuscito, lassù all’ultimo piano di Palazzo Porcellini dove ha sede l’ufficio tecnico comunale, che scrive motivazioni arzigogolate per far approvare verdetti arroganti tanto nella forma quanto nella sostanza. Uno che si barrica dietro frasi ispide come un roveto per tenere alla larga noi villici ammucchiati quaggiù nella piazza, rintronati dallo scroscio inutile del fontanone ispirato alle abbeverate delle mucche di Giovanni di Segantini, ma non abbastanza buoi da sopportare tutto ciò che discende dall’alto senza essere Spirito Santo.
Questa volta l’avvocato delle cause prepotenti ha perso. Il buon senso, oltre che le regole della sana concorrenza, l’ha spuntata su chi pretende di darcela a bere con paroloni altisonanti e frasi ingarbugliati da avvocaticchi della Magna Grecia.
Questo Signor Nonsochì per giustificare la privilegiata presenza di una ditta di onoranze funebri all’interno dell’ospedale, anziché al di fuori, come tutte le altre, aveva scritto, sentite un po’, che i locali dove veniva esercitata la lugubre attività «ancorché facenti parte dell’unità ospedale, godono di propria autonomia funzionale e sono accessibili a chiunque, senza che sia necessario entrare nei locali adibiti alle attività sanitarie». Come dire: se non siete interessati all’articolo, non fateci caso. Laddove, l’altra faccia della medaglia lasciava intendere: ma se ne avete bisogno, eccovi serviti. Pronta cassa!
L’autorità comunale, che in materia funeraria è sorda, cieca, muta e parecchio tonta, e che asseconda certi suoi tecnici come divinità capricciose, aveva naturalmente prima sottoscritto questa arrampicata sugli specchi e poi archiviato il reclamo delle ditte escluse dal proficuo recinto ospedaliero. Vale a dire le imprese Baldini Romano, Mazzola Giorgio, Bonelli Sas e Pilotti, i quali hanno fatto ricorso verso il Comune di Fidenza e l’azienda Usl di Parma accusandoli di aver favorito l’impresa concorrente Oltre. A due anni di distanza il Tribunale amministrativo regionale (Tar) ha dato loro piena ragione. Rilevando ciò che è ovvio anche a un bambino: chi vende casse da morto all’interno dell’ospedale, dove la gente ogni tanto muore nonostante le amorevoli cure, occupa una posizione di privilegio «avendo un più agevole contatto con la potenziale clientela».
Ciò in palese contrasto con le leggi del libero mercato, della concorrenza, nonché della dignità e dei diritti dei cittadini e dei pazienti dell’ospedale in un momento di particolare delicatezza per la perdita di una persona cara.
I diritti sono dunque stati ristabiliti, ma a che prezzo? Il procedimento è iniziato un paio d’anni fa, poi c’è stato il tentativo di insabbiamento, quindi il ricorso, infine la sentenza che espelle l’agenzia abusiva dal bengodi del caro estinto. La giustizia ha trionfato? A fatica e solo per l’opposizione di altri tenaci soggetti aventi interesse.
Non siamo sicuri che l’esito sarebbe stato il medesimo se a opporsi fossero stati semplici cittadini animati da una certa propensione per la giustizia. Probabilmente si sarebbero arrestati di fronte al primo ostacolo opposto dalle due amministrazioni,m sanitaria e comunale: tornate a casa, circolate, non avete nulla da guadagnare e tutto da perdere.
Questa vicenda la dice lunga sul carattere partigiano di certe decisioni del Comune e sulla loro fragilità giuridica, oltre che politica. Ma ci saranno altre occasioni per dimostrare che le costruzioni dell’amministrazione sono tutt’altro che impossibili da demolire. Benché occorrano tempo, determinazione e soldi per arrivare a un risultato.
Infine, un’annotazione che riguarda il buon gusto e il buon senso, due qualità che, se non le hai, non te le puoi dare: che effetto fa vedere un becchino in un ospedale?
Sarebbero contenti, sindaco e assessori se, in questa agonia elettorale, gli avvoltoi cominciassero a svolazzare sul municipio?
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