Quando il navigatore mi ordinò di tenermi sulla sinistra perché si avvicinava lo svincolo per Grosseto, un tabellone luminoso avvertiva i passanti di fare attenzione al km 176 causa incidente. Lì per lì pensai che, forse, era stato tutto risolto e non decelerai. Ma un chilometro dopo, un operatore sbandierò vigorosamente un drappo rosso e dovetti ricredermi.
«Azz, ma cosa succede adesso?» protestai.
Come in un film degli anni ’70, si srotolò al rallenti la scena. Camion fermi come dinosauri disorientati, fisarmoniche metalliche che un attimo prima erano auto ruggenti, frammenti di acciaio e plastica dispersi, sbuffi di fumo, asfalto caldo. Silenzio e natura tutt’attorno.
La mia testa si girava lentamente, i miei occhi erano diventati cineprese a fuoco fisso, puntate sulla giovane donna a cavalcioni su un corpo opulento, intenta a farlo sobbalzare ritmicamente con energiche spinte: un disperato massaggio cardiaco.
Attorno, sguardi vacui, unghie ghermenti telefonini appiccicati alle orecchie, gocce di sangue attraverso i polsini della camicia, occhi sgomenti roteanti a più riprese verso l’alto.
Bocche aperte, smorfie.
«E adesso che faccio? Cosa bisogna fare?». Accostai, frenai, spensi il motore. Sbalzai fuori.
«È vivo ancora?» chiesi alla donna. Era un medico. Non mi preoccupai dei presenti. Mi guardò e lievemente scosse la testa. Guardai oltre. Un’anziana donna era adagiata sull’arenaria catramosa. Mi chinai su di lei e le presi le mani. «Aiamé, aiamé» sibilava.
Non mi accorsi subito di una situazione raccapricciante.
«Signora, si calmi, stia tranquilla, è tutto passato».
«Come sta mio figlio? Mio figlio, dov’è?».
Era l’uomo del massaggio?
«Sta bene, signora, sta telefonando ai soccorsi».
«Ah, bene. Dio mio, Dio mio».
Le stringo le mani, le accarezzo le guance, sussurro qualcosa che neppure io so da dove sgorga.
La dottoressa mi si para davanti, io mi ritraggo ossequiente e noto il giubbotto di renna che copre il viso dell’uomo.
La donna parla all’anziana con voce professionale, l’incoraggia a stringere più forte che può le sue mani, ad indicare dove fa male.
In piedi, realizzo: una gamba era il cuscino dell’anziana donna. No, non può essere ciò che pensi, stai vaneggiando, non può essere andata così. Ma il cervello, un organismo di più di un milione di anni, intima agli occhi di vedere quello che vuole vedere.
Passatemi le informazioni, cretini! Forza, più veloci, incapaci!
Loro, poveri organi dipendenti, i quel momento succubi, continuano a riprendere e trasmettere la realtà. Lui, il grande, la maestosa meraviglia del creato, l’orgoglio di tutte le culture monoteiste, seleziona, scarta, censura, taglia, cuce. Incessantemente. Intel Corporation sta tentando da ven’anni di uguagliarlo. Fallace impresa.
«Le ho adagiato la protesi sotto la testa». Un’altra donna, anziana anche lei, ma con maglione di pile e pantaloni della tuta che la ringiovaniscono, mi sveglia.
Il conato di vomito, a metà esofago si ricrede e, deluso, ritorna nell’antro digerente, quatto quatto come un cagnolino.
Avevo voluto vedere l’impossibile.
Sospiro di sollievo. Ma la giovane donna anziana si dispera.
«Era la mia unica speranza. Era il mio unico aiuto. Povera me, come farò adesso?».
Guardo l’uomo coperto e capisco. Erano due volontari, stavano accompagnando chi non può farcela da solo a fare quello che faceva quand’era indipendente e vigoroso.
L’abbraccio, lei singhiozza, sempre più convulsa, il viso tra le mani adagiate al mio torace.
Le accarezzo i capelli.
«Coraggio signora, qualcuno provvederà, provvede sempre».
«Mah, non so, non so». E si allontana ad osservare l’aiuto perduto.
Le Erinni erano lì. Silenziose e urlanti, erano lì. Le vedevi negli sguardi dei camionisti ammutoliti, attorno a quel signore lontano che si guardava la mano grondante di sangue e telefonava.
Assordavano la giovane donna anziana che piangeva la sua disperazione, attanagliavano l’inferma dolorante a terra, ringhiavano alla dottoressa.
«Uuuuhh, uuuuhh».
Soffiavano attorno al camionista che valutava i danni, al professionista che avvertiva del ritardo, all’uomo triste che mi chiedeva quando sarebbero arrivati i soccorsi.
La polizia, quella si faceva attendere.
Cagne impazienti col sangue degli altri, invitavano gli ignari sopraggiungenti a non sollevare il piede dall’acceleratore.
Mute ma trionfanti, accarezzavano delicatamente il pelo del giubbotto di renna di chi se n’era andato.
Stupide carogne, frastornavano me che osservavo l’arrivo delle ambulanze.
Poi decisi di spegnere. E me ne andai.
«Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto…».
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