È sabato. Ricevo un sms da un’amica: «Se fai un giro al mercato, la vittoria di Montanari la puoi dare per certa». Non sono un boomaker, perciò non accetto scommesse. Però vorrei fare qualche considerazione sul tenore del messaggio. Proviene da una vecchia amica che ha militato nel Pci di Berlinguer, lo stesso di Enrico Montanari che ha solo qualche anno più di lei. L’amica ritrova nel candidato sindaco del Pd la diversità morale dei vecchi militanti comunisti e la disciplina dell’apparato del partito. Faccio un esempio: ai suoi tempi non sarebbe mai scoppiata la bagarre vergognosa cui abbiamo assistito sbigottiti in questi ultimi mesi. Ai suoi tempi, gli scontri tra base e vertici o tra due personalità forti (per esempio Massimino Porta contro Renato Triulzi), restavano confinati tra i muri di via XX Settembre. Gli stessi della recente guerra intestina, che ha avuto appendici in alberghi e ristoranti teatro delle le riunioni clandestine delle opposte fazioni.
Se la conosco bene, la vecchia amica da un lato gioisce per la popolarità di Montanari, che potrebbe portarlo all’incoronazione al primo giro. Dall’altra la teme.
Se Montanari passerà al primo giro, gli antoniniani, che non si considerano minoranza ma la maggioranza del partito, umiliata, calpestata e inascoltata, esigeranno il dovuto: da due a tre assessori. E saranno i medesimi: Andrea Massari senza dubbio, poi Davide Vanicelli e, perché no?, lo stesso Paolo Antonini. Tre nomi che non sono in lista per la semplice ragione che non c’è bisogno di essere eletti per fare gli assessori. Basta essere nominati dal sindaco. Come la volta scorsa, quando Cerri nominò quel Paolo Antonini che lo avrebbe pugnalato alla schiena.
Ed è appunto il rischio di veder riaffiorare i soliti noti a incrinare la gioia della mia vecchia amica per il consenso di cui sembra godere il suo ex compagno di partito, che come lei parla e si esprime, appellandosi alla coesione sociale, alla città vivibile, alla trasparenza, all’esercizio del potere controllato dal basso e a tutti gli altri buoni propositi del suo libro dei sogni. E qui sta il punto.
Quelle di Montanari sono ottimi programmi ed eccellenti intenzioni, fatti ed espressi in buona fede non c’è dubbio, ma che possibilità hanno di sopravvivere al 7 giugno, cioè alle chiusura delle urne? Quanto c’è di propagandistico e quanto c’è di fattibile nei prossimi cinque anni.
Enrico Montanari, affaticato dagli anni e dalle esperienze dure della vita, dimezzato nel tempo da una professione che esige il massimo di dedizione, quanto può durare? Quanto può avere il pieno controllo delle sue responsabilità senza cederle ad altri che gli stanno dietro e di fianco? Chi sarà il suo Richelieu?
La politica dei sovrani, anche i più assoluti, per chi conosca un po’ la storia, la fanno spesso i cortigiani e gli uomini ombra. Ora, è vero che nella corte di un Montanari trionfante si troverebbero sia gli utopisti che i pragmatici a oltranza e che i compromessi in nome del potere sono sempre possibili. Però sarebbe una ben triste città quella governata da un Montanari che guarda lontano mentre sotto il suo naso un assessore di un tipo tira su una cittadella utopica e un altro costruisce le solite torri utili solo agli speculatori.
Per una giunta così schizofrenica ci sarebbe bisogno di un sindaco psichiatra, mentre Montanari è solo un neurologo.
Alla mia amica, consiglio di non lasciarsi troppo impressionare dalle persone che al mercato avranno salutato, affettuosamente abbracciato e complimentato il medico che viene da Parma e che la gente ama solo per l’umanità e la professionalità per la quale è noto da decenni nelle corsie ospedaliere.
Nessuna seria società di sondaggio riterrebbe attendibile un campione così particolare come quello rappresentato dai frequentatori del mercato. E qualsiasi persona fornita di buon senso sa che la stima dovuta al medico non si traduce necessariamente in voti. In ballo c’è l’elezione del sindaco di Fidenza, non del primario di Vaio.
Ma parlo così per sentito dire perché non ho avuto il coraggio di immergermi nella folla del mercato. Se fossi stato là, forse mi sarei fatto un’altra idea. E non avrei scritto ciò che ho scritto. (i. s.)
Intervista a Enrico Montanari su www.Fidenzatv.it |