MISTERI SICILIANI


Dov’è finita la Natività di Caravaggio?

La deposizione del mafioso Marino Mannoia fece l’effetto di una bomba nel 1996, quando cercò di spiegare uno dei crimini più celebri della storia dell’arte (dopo il furto della Gioconda nel 1911). Quello della Natività con san Francesco e san Lorenzo (foto sopra) dipinto nel 1609 da Michelangelo Merisi, detto il caravaggio; un quadro che nessuno ha più rivisto da quando è sparito dall’oratorio San Lorenzo a Palermo circa quarant’anni fa. Le opere lasciate da questo artista in Sicilia all’inizio del XVII secolo sono dei capolavori dell’arte popolare, che danno un’idea della forza evocativa della Natività scomparsa: immagini strane, profonde, nei colori del fuoco e della notte.
Caravaggio era sbarcato sull’isola nel 1608. Era il pittore più celebre di Roma, prima che uccidesse un uomo in una rissa e prendesse la strada della fuga.
In Sicilia, all’epoca sotto la dominazione spagnola, il fuggitivo viveva nella paura e doveva spostarsi di continuo. Era arrivato sull’isola nel momento di nascita dell’arte barocca, che stava per ornare le vie di chiese sovraccariche di statue di angeli e di santi. Tra questi edifici figura l’oratorio San Lorenzo, che in realtà non è una chiesa ma il luogo di riunione di una confraternita di laici devoti. Era esposto là l’ultimo dipinto eseguito dal Caravaggio in Sicilia fino a che dei ladri lo hanno staccato dalla cornice e sono scappati portandoselo via la notte del 18 ottobre 1969.
La Natività del Caravaggio rappresenta il primo natale, ma non si tratta in ogni caso di una scena da biglietto d’auguri. Manca di grazia, di bellezza, di calore, e anche di bellezza. È –o, bisognerebbe dire, era- un’opera come se ne vedono raramente, di un inquietante realismo e nel contempo scaturita direttamente dall’immaginazione di un artista. Maria è una donna del popolo i cui stracci e il volto triste non rivelano alcun carattere divino. Il suo bambino è steso su uno smilzo giaciglio di paglia posto sul suolo. Il colore dominante del dipinto è un marrone consunto, terroso. Se c’è speranza di vita nuova, di redenzione, è una pallida speranza alla quale non sembrano affatto credere i poveracci che si sono riuniti nella stalla per vedere un bambino, nato come tanti altri in un mondo crudele. 
La Palermo degli anni Sessanta era appena più tranquilla di quella dei tempi del Caravaggio. Nel sud Italia del dopoguerra, la grande criminalità viveva la sua età dell’oro. I ladri che si sono impossessati dell’opera del Caravaggio nel 1969 erano come i saccheggiatori su un campo di battaglia desolato. Rispetto a tutte queste distruzioni, quel che è successo al quadro poteva sembrare senza importanza. Salvo che, oggi, siamo sempre ufficialmente ignari del destino di quest’opera. Ed è perciò che la testimonianza di Marino Mannoia è straordinaria. Era il 1996. E, malgrado tutto, l’affaire non ha smesso da allora di essere oggetto di speculazioni. Gli scettici hanno avanzato altre ipotesi, soprattutto quello della vendita del
Quadro nell’Europa dell’Est. Ma nessuna ha portato a una conclusione. Al momento, il problema resta l’affidabilità della testimonianza di Mannoia.
Giovanni Falcone, il più grande nemico che abbia mai avuto la mafia, ha creduto alla confessione di Marino Mannoia. Quello che l’ha colpito del mafioso, sono stati la perspicacia e la sua mancanza di una pretesa. Infatti, nell’ambiente, Marino Mannoia passa quasi per un intellettuale. Si era specializzato nella raffinazione dell’eroina e, per farlo correttamente, aveva studiato chimica. Evidentemente, i suoi pari lo consideravano un esperto d’arte. Nella sua deposizione, Mannoia ha spiegato di essersi fatto una reputazione da intenditore nel ramo artistico rubando quadri quando era ancora un giovane postulante allo statuto di «uomo d’onore».
Nel 1969, ha testimoniato, lui e altri mafiosi avevano ricevuto un ordine: La Natività con san Francesco e san Lorenzo. Ma avevano fatto un lavoro tirato via, tagliando grossolanamente la tela con l’aiuto di un coltello, poi l’avevano maneggiata senza cura, spiegazzandola fino al punto di danneggiarla. Quando il committente del furto la vide «si mise a piangere», ha dichiarato Mannoia, aggiungendo: «Il dipinto era in uno stato… inutilizzabile». Il capolavoro, sempre secondo lui, sarebbe stata distrutta in seguito al cattivo trattamento che le avevano inflitto i ladri.
La gente ama immaginarsi – io amavo immaginarmi – il muro appeso a un muro in un luogo segreto, a qualche chilometro da Palermo, o anche nascosto nel solaio di un uomo politico a Roma. Ma perché Marino Mannoia dovrebbe mentire a proposito della distruzione accidentale dell’opera? Non è di quelli che vogliono far parlare di sé, e aveva già ottenuto la grazia mettendosi sotto la protezione della polizia.
Io penso dunque che l’evidenza è là da dodici anni, anche se tutti rifiutano sempre di accettala alla luce di tutto ciò che è noto, grazie agli sforzi eroici di inquirenti come Falcone. Tutto porta a concludere che il quadro è stato rubato dalla mafia. E non ci sono più possibilità di rivederlo nell’oratorio di quante ce ne siano di vedere le persone assassinate resuscitare nelle vie di Palermo, i fori dei proiettili sparire, i corpi straziati dalle bombe tornare interi, i segni degli strangolamenti cancellati dal collo delle vittime.

(Jonathan Jones, The Guardian)

 

 

 

Pubblicato il 26 dicembre 2008

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