Da una pubblicità a tutta pagina del Consorzio Bonifica Parmense, apparsa su un noto foglio locale, apprendo che «gli angeli del fango» non è solo un modo di chiamare i ragazzi che nel novembre del 1966 accorsero a Firenze a spalare melma per mettere in salvo il prezioso lascito bibliografico e artistico della città cara all’umanità intera.
Con quarantadue anni di ritardo vengo a sapere che gli Angeli del fango, con la maiuscola, è un marchio di non so bene cosa, né creato da chi né a che scopo. Certo non deve essere costato molto. Non credo siano stati pagati diritti di copyright a Giovanni Grazzini, l’inviato del Corriere della Sera (morto nel 2001) che coniò quella felice espressione. Così come penso che non tutti i volontari, tra cui parecchi boy scout, siano stati interpellati per cedere quote azionarie di quella loro remota buona azione.
Come si diceva un tempo delle canzoni di cui non si conoscevano gli autori (o si fingeva di non conoscerli): parole e musica del proletariato. Tutto gratis.
Sono tante le parole, musiche e immagini «del proletariato», cioè di tutti e di nessuno, ma sempre di grande impatto emotivo, di cui si appropriano in continuazione il marketing e l’advertising, cioè il commercio e la sua anima.
Una per tutte: Gandhi che parla alle folle indiane è ormai uno spot Telecom.
Nel nostro caso, gli angeli del fango con la «a» maiuscola fanno da autorevoli testimonial in bianco e nero al Consorzio Bonifica Parmense e agli uomini della Protezione civile con le casacche fosforescenti che dispongono sacchi di sabbia lungo gli argini del Po. Pubblicità progresso si diceva un tempo. Nulla da ridire, in apparenza. Una mano lava l’altra. Lo slancio della meglio gioventù è adottato dagli angeli custodi della nostra odierna sicurezza. Niente da obiettare, per carità.
Però, però, però tra le nostre ubbie di quei tempi alluvionali e remoti figuravano anche la strumentalizzazione, lo sfruttamento dello sforzo e della generosità altrui.
Se è discutibile mettere al polso di una star hollywoodiana morta l’orologio che non si è mai sognato di portare da vivo, figuriamoci appropriarsi di un altruismo con molti padri ma senza padrone. E non basta non essere industriali furbi o rapaci, ma benefici enti pubblici o quasi, a giustificare l’indebita appropriazione. Che ognuno si crei da sé la propria mitologia.
Non bastano le acque capricciose di due fiumi a creare parentela tra un’azione volontaria, senza prezzo e senza calcolo, e un atto dovuto da un ente pubblico o quasi. Chi ha autorizzato il passaggio del testimone, in nome e per conto di chi?
La cronaca manipolata perché diventi epica del quotidiano, le foto estrapolate dai contesti per essere trasformate in momenti «magici» o «epocali», l’attenzione al prossimo esaltata come eroismo e tutte le altre distorsioni della realtà cui ci sottopongono giornali e tv, rischiano di far apparire le nostre vite come dei film. E, come nei film, viene naturale aspettarsi suspense, colpi di scena e lieto fine. Di certo, però, c’è solo il box office. Gli incassi.
Un’altra parola molto in voga nel 1966 era «consumismo». Cominciavamo allora, sull’onda della controcultura americana e di libri come «I persuasori occulti» di Vance Packard, ad accorgerci che tutto si vende, tutto si compra, tutto ha un prezzo. Ogni cosa può diventare etichetta e slogan, marchio commerciale e campagna pubblicitaria.
Non mi stupirei se un giorno il volto sorridente di Obama fosse impresso sulla confezione di qualche prodotto politically correct, così come le faccette nere venivano effigiate sulle confezioni dei prodotti coloniali e un «moretto» nobilitava la cicoria durante l’autarchia e anche dopo.
Non mi meraviglierei se l’«I have a dream» di Martin Luther King diventasse il refrain di una marca di camomilla.
È appunto vedendo certe pubblicità «progressiste» di oggi che temo le derive dello sfruttamento e della strumentalizzazione in nome di un consumismo perbenista. Parole obsolete, intoccabili. Etichette di prodotti irritanti. Prodotti senza scadenza.
(i. s.)
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