di Ermes Delendati
Franco Bifani, cl’é un prufesur (in pensiòn), non se ne avrà a male se lo striglio un po’. Chi di striglia colpisce, di striglia patisce. Sono contadino (agricola, nel suo aulico linguaggio) in pensiòn e so di che parlo.
I suoi piacevoli motteggi sull’abigeato di caprette e pollame assortito in quel di San Vittore, denota la sua sana predisposizione alla burla, ma tradisce pure il sussiego del cittadino. C’è, nella sontuosa prosa bifaniana, un’urbanità tipica di chi abita nell’urbe, così come lui potrà rintracciare, nella mia, residui di letame che dalle unghie mal lavate si propaga ai nasi fini attraverso i tasti del computer.
I signori dell’urbe, sacerdoti della civitas benché vivano in strade infestate da opime feci canine (che non sono il corrispettivo delle profumate bide o boasse rilasciate dai mansueti bovini nelle nostre stalle), alzano il ciglio, arricciano il naso, sciolgono la lingua e atteggiano le labbra al più sardonico dei sorrisi ogniqualvolta incespicano nella campagna e nei suoi abitanti.
Ai loro occhi e alle loro orecchie, ora rimbombanti del cozzare di spade e scudi nella piana di Troia, ora sciacquate dai marosi che accompagnano il tribolato rientro di Ulisse a Itaca, la vita dei campi evoca le profumate Egloghe virgiliane, l’acume dell’impertinente Bertoldo, l’ingenua goliardia del Piovano Arlotto, rustico prevosto vittima e autore di rozzi scherzi nella ben coltivata campagna Toscana del Quattrocento. Il loro bucolico immaginario è bloccato a qualche secolo fa.
I manigoldi che arrivano nottetempo a fare razzia di caprette e animali da cortile, oltre che di legna, non appartengono invece né a quel passato remoto né al futuro ma a un incomprensibile presente dove i ruoli tra chi sta in città e chi sta in campagna si sono alquanto confusi e diluiti.
Non ha precedenti un abbandono della campagna di queste proporzioni. Non ha senso (e precedenti) il contadino, vero o sedicente, che abita a Salsomaggiore mentre le bestie belano, grugniscono, pigolano e starnazzano nella foranea frazione. C’è tutta l’aria dei tempi, lo zeitgeist, in questa dissociazione tra città e campagna, due realtà confinanti eppure restie a capirsi e integrarsi.
L’urbe seduce, attira, attrae e inghiotte. Inurbarsi equivale a incivilirsi (ma chi non vi riesce resterà un villan rifatto). Continuare a vivere in campagna significa essere rimasti dalla parte sbagliata della storia, quella perdente della civiltà contadina ed essere considerati al più un cimelio della medesima. Visitabili dalle scolaresche.
In campagna, da almeno un paio di decenni o tre, abita anche chi è scappato dalla città, stanco di smog, di traffico e di altri poco rilassanti rumori di fondo. Dopo l’inurbamento, è scoccata l’ora dell’accampagnamento, un sottile esodo destinato a ingrossarsi. Una tendenza alla quale si sono mostrati sensibili l’architetto Ermanno Zuccheri e i costruttori che intendono perimetrare il campo da golf di Pontegrosso con 101 casette non certo provviste di pollaio, stalla o porcile, ma una capretta in giardino, candida come quella di Heidi, perché no?
I due mondi, città e campagna, si incrociano ma non si capiscono. Restano estranei l’uno all’altro. I cittadini in fuga dalla metropoli si godono il paesaggio bucolico come una colossale scenografia che fa da sfondo al loro casale ristrutturato. Gli inurbati si godono le comodità del negozio sotto casa, dell’acqua, del gas, del telefono dentro casa. Le rezdore non scendono più a Salsomaggiore a vendere uova e pollame. Il prete di San Vittore, quello che aveva la faccia rossa cme ’n pit e che andava ogni settimana con la perpetua a far spesa al mercato di via Pascoli è figura antica quanto quella del Piovano Arlottto.
Non esistono più gli abitanti delle campagne, che producono, e quelli della città che consumano. Oggi siamo tutti consumatori. I produttori chissà dove sono stati dislocati nella ridefinizione globale del mercato. Qui da noi, le due economie, quella della città e quella della campagna, non sono più complementari.
Poi salta fuori che a San Vittore c’è un allevatore di caprette a scompaginare questa impostazione. Un’anomalia. Che per giunta abita a Salso. Doppia anomalia. Ci vuol ben altro che qualche decorativo ovino a fare di lui un agricoltore a pieno titolo. Deve essere un coltivatore farlocco.
Sui campi delle colline salsesi non tornerà più il passato produttivo, se non in qualche versione pittoresca e a tiratura limitata. Non tornerà neanche a carnevale, quando tutti i travestimenti sono possibili. Anche quello del contadino con il fazzoletto al collo e il cappello di paglia ben calcato in testa. Una maschera cara a Bifani e a tutti i professori della sua risma. Imbevuti di giambi, odi ed epodi.
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