di Barbara Lattes
Se ne stava in sonno da parecchio tempo e chi aveva avuto a che fare con lui sulla parte opposta della barricata negli anni della lotta se ne guardava bene dallo stuzzicarlo. Ex presidente di Italia Nostra, Mino Ponzi fumava il sigaro tra gli gnomi del suo giardino, inamovibile e meditabondo come un mohai dell’Isola di Pasqua. Gli teneva compagnia l’amato cane. Lo richiamavano al desco i sortilegi culinari della moglie Sonia, profumi di torte e aromi di arrosti al rosmarino.
Destava invidia e malinconia la vista del professore di storia dell’arte, il veterano di tante battaglie, l’esperto di ogni consunta e plurisecolare pietra del Borgo, che si dissipava in dolce abulia con toscano e leccornie. Non gli si doveva permettere di impigrirsi come un qualsiasi pensionato dello Stato. Ne andava del futuro della città, del suo buon nome e del carattere del nipotino, forgiato da un nonno prodigo di coccole. Di questo passo, il mohai avrebbe finito per trasformarsi in una statua di zucchero.
Solo un avvenimento eccezionale avrebbe potuto risvegliarlo dal suo torpore e ridargli la carica.
Non fu una scintilla a incendiare la prateria della sua appisolata attenzione, ma una reiterata provocazione che a poco a poco a poco gli mosse dentro un’incontenibile indignazione. Affronti che gli passarono davanti a casa, si dislocarono a sud e a est delle sue finestre, gli chiusero l’orizzonte, fecero ombra alle sue piante. Prima Monvalle, poi Villa Ferro. Le gru oscuravano il cielo. Lui si rabbuiò, il mite cane abbaiò.
Il cemento che avanzava strappò Mino dal suo languido torpore. Non si poteva ignorare la città stuprata e stuprando che si distendeva sotto i suoi occhi e implorava aiuto.
Riprese allora in mano la penna, scrisse al sindaco e ai giornali, schizzò inchiostro negli occhi di costruttori e distruttori. Personaggi che, nel suo prudente vocabolario di cristiano timorato di Dio, si limita a definire «bagoloni».
In questi due ultimi anni, Mino ha issato la bandiera della riscossa, ha rimesso l’insegna del nobile sodalizio sulla carta da lettera, ha fatto squillare le trombe del richiamo alle armi. Un manipolo di indocili stanchi di subire ha risposto alla chiamata. Altri lo faranno. Il bello ha da venire. Sappiamo quanto sia temibile l’ira di un paziente che perde la pazienza.
Anche noi corsari daremo volentieri una mano al vendicatore tornato in sella al suo destriero. Mentre gli tengo le briglie del cavallo come la più umile dei palafrenieri, oso la domanda: perché? «Perché hanno esagerato», è la sua risposta, semplice e plissettata come un origami. In tre parole che sono un haiku dell’esasperazione e una massima zen sull’impossibilità di chiudere gli occhi sono contenuti il peccato e i peccatori.
Condividiamo la furia che sussurra e grida, ci associamo alla pugna. Chi vuole unirsi alla lotta o anche solo sapere come sta andando per fare il tifo, può mettersi in contatto con Italia Nostra scrivendo a: italianostrafidenza@gmail.com
Nel nostro piccolo, da qui in avanti riserveremo un po’ del nostro spazio corsaro alla sacrosanta crociata.
Il furore delle battaglie non impedirà a Mino di continuare a godersi i suoi olezzanti sigari e i balsamici manicaretti della signora Sonia. E non vieterà al benemerito sodalizio di dedicarsi alla cultura con toni più pacati delle polemiche sui giornali o di un esposto alla procura della Repubblica.
Il 20 novembre, per esempio, sarà a Fidenza (all’ex macello di via Mazzini) il professor Flavio Caroli, docente al Politecnico di Milano e ospite fisso del programma di Fabio Fazio Che tempo che fa. Verrà a parlarci del suo ultimo libro, Il volto di Gesù (Mondadori). Noi gli parleremo del volto di Fidenza. Sofferente e sfigurato. |