di Elia Bonfanti
Il suono delle campane lo sorprese a mezza costa. Trattenne il fiatone e si fermò ad ascoltarle. Suonavano l’avemaria. Erano le sei di una sera buia e azzurrognola, rischiarata appena dal bagliore di una neve smorta succhiata dalla terra nera.
Era uno di quei giorni morti dopo Natale, quando ci si sente stracchi come dopo una battaglia, delusi dalle promesse non mantenute di una festa in cui si ostinava a credere.
Si guardò attorno e vide che tutta la campagna era morta. Scorse una casa, un’altra e poi un’altra ancora. Sapeva che ve ne erano altre dietro le pieghe delle colline, ma anche quelle non dovevano essere tanto vive.
Dai camini di quelle che vedeva non usciva fumo e non trapelavano luci. Eppure sapeva che là dentro c’erano persone vive, termosifoni caldi e televisori accesi. Come a casa sua, in città.
C’era stato un tempo, tanti anni prima, in cui una di quelle case era stata la sua casa. Erano tutte case vive. Ma lui allora non lo sapeva.
A quell’epoca era molto giovane e pensava che la vita fosse altrove, dove le case erano tante da non poterle contare e tutte addossate le une alle altre. I giornali dicevano che era lì che palpitava, anzi pulsava, la vita. E secondo lui la vita palpitava e pulsava persino nella cittadina a dieci chilometri da lì. Dov’era rotolato.
Ora che era un po’ meno stupido, mentre i giornali lo erano sempre di più, non la pensava più così. Ma era troppo tardi. Troppo tardi per che cosa? Tardi per tutto. Meno che per ricordare.
Ricordò i tempi in cui città e campagna erano unità ben distinte. Due mondi separati, anche se bastavano pochi passi per passare dall’una all’altra.
Ricordò i passi nella neve. Sua madre che lo precedeva portandogli la cartella e lui dietro attento a mettere i piedi nelle sue orme.
Ricordò i fili della luce spezzati sotto il peso della neve, le notti al buio che cominciavano alle quattro del pomeriggio, i compiti e le cene al lume di candela e non erano romanticherie da rivista di turismo. Erano in sette attorno alla tavola, nella cucina dove la stufa divorava pezzi di quercia spaccati con la scure e la vampa ululava come un vento prigioniero. E la legna gemeva.
Ricordò le braci che riscaldavano le lenzuola di lino grosso e i suoi piedi che cercavano il punto dove scottavano.
Ricordò che l’unico rumore, quando in casa nessuno parlava, era il ticchettio della sveglia.
Ricordò che suo padre aveva a lungo desiderato una pendola. I suoi rintocchi gli avrebbero tenuto compagnia mentre leggeva il Solitario Piacentino o il giornalesottolineandone le parole. Mentre sua madre rattoppava le calze senza fare rumore: per tutta la sua vita non aveva fatto rumore.
Ricordò i muggiti, il tintinnare delle catene delle mucche nelle stalle, i fogoni su cui bollivano i beveroni per le bestie, la concimaia fumante, le ben squadrate cataste di fascine, il canto solitario di un gallo che sbagliava orario, i latrati dei cani che rimbalzavano da una cascina all’altra.
C’era vita anche senza televisione. Chi avesse visto allora quelle case da fuori, avrebbe capito che erano abitate da gente che aveva una ragione per vivere lì. Avrebbero capito che c’erano persone vive là dentro, anche se i fili della luce erano spezzati e quelli del telefono non erano ancora arrivati e le tubature dell’acqua non gelavano perché l’acqua era nel pozzo e nelle stalattiti di ghiaccio che colavano dalle grondaie.
Ora non c’erano più le stalle, i porcili, i pollai, i poderi, le vigne, gli orti. Lo sapeva che non c’erano senza bisogno di guardarsi attorno.
C’era solo qualche pensionato e gli abitanti delle seconde case, gente stanca di città davanti ai televisori accesi.
Ricordò i tempi in cui rincasava sul sellino posteriore del motorino di suo fratello e contava le antenne dei televisori, prima di arrivare alla sua casa senza antenna. Ed era la cosa che desiderava di più, quella stampella di metallo sopra i coppi. Così difficile da avere, così difficile da chiedere.
Guardò la mole del castello più scura del cielo. Gli sembrò ritagliata nel cartone come il palazzo di Erode nel presepio. Era morto anche il castello. Un mostro che si era trascinato fin lì attraverso i secoli per ridursi a essere un albergo per ricchi stranieri nei soli mesi estivi.
Restò in ascolto ancora per qualche secondo. Ai suoi ricordi mancava un frammento. Il suono delle campane della pieve nella valle vicina. Lo attese invano. Si ricordò allora di avere letto parecchio tempo prima, sul giornale locale, di una lunga contesa tra il parroco e alcuni milanesi stanchi di città. A loro non piaceva essere molestati dalle campane. Né a mezzogiorno, né all’avemaria. Un tecnico aveva certificato l’inquinamento acustico. I milanesi dagli orecchi delicati l’avevano avuta vinta. Le comunicazioni tra il campanile e il cielo si erano interrotte. I parrocchiani dissero: sarà il progresso e poi ormai tutti abbiamo l’orologio. Il parroco morì e i milanesi trovarono che quel posto non gli piaceva neanche con il silenzio. Troppo silenzio.
Trovò miracoloso che il campanile di quella che era stata la sua chiesa scandisse ancora i rintocchi dell’avemaria.
Un brivido gli percorse tutto il corpo. Aveva sostato troppo a lungo con i suoi ricordi.
Si riscosse. Affrettò il passo verso l’auto lasciata sull’aia della cascina abbandonata. Forse sarebbe arrivato in tempo per vedere chi era il campanaro. Un originale o un sopravvissuto?
Di sicuro sarebbe arrivato in tempo per mettersi davanti al televisore. Una distrazione che non lo distraeva più.
Quando passò davanti alla chiesa non vide anima viva.
|