Il sindaco riceve un avviso di garanzia. I carabinieri lo informano che si sta indagando su di lui per consumo e spaccio di coca. Scattano le autodifese. Umano. Poi le autodifese di categoria. Colleghi solidali. Prevedibili. Non può essere, lo conosco bene. Gli auguro di venirne fuori. Vedrete che tutto si chiarirà per il meglio. Come? Non si sa. Ma si chiarirà. Il rosario diventa una filastrocca. Quel che pensano gli innocentisti, anzi i sostenitori dell’equivoco e gli agitatori della teoria del complotto, è superfluo. Loro sanno solo che il loro amico o collega o conoscente non c’entra. Punto e basta. I giornali che vogliono sapere di più restano con un palmo di naso. Devono arrendersi all’evidenza. Non si squarcia il velo dell’apparenza. Gli spacciatori sono ben altri. Chi? Metti una sera, in un parco, uno con la faccia color del buio, alcuni ammiratori di Serpico e… Il resto della storia è noto, no?
L’assessore esagera con il telefonino. Arrivano bollette da mettere in ginocchio il bilancio di una piccola azienda. Deve esserci stato un errore. Vediamo i tabulati. Sì vediamoli. Ma dopo averli visti bisogna saperli leggere. Ah, ecco. Si sarà trattato di un errore. Un errore tecnico, ovviamente. La Telecom abbozza e fa lo sconto: erano 90 mila euro? Facciamo 9 mila e non se ne parli più. Zero più zero meno. L’importante è essere contenti tutti e far partire la campagna elettorale. Eh, la campagna elettorale, il fuoco amico e quello nemico. Vai a sapere chi spara a chi.
Sì perché dietro questa legittima preoccupazione di passare oltre, di lasciare che la giustizia faccia il suo corso o ristagni nel suo brodo di cottura, dietro questa preoccupazione di ribadire ossessivamente il mantra che tutti sono innocenti fino a che la colpevolezza non è dimostrata e la sentenza è passata in giudicato, e dietro tutte le altre espressioni retoriche che ricorrono in questi casi, più che altro c’è l’istinto di sopravvivenza. Qualcosa del tipo: oggi a te, ma domani potrebbe accadere a me. Quindi, uno per tutti e tutti per uno. Sai com’è: la letteratura sugli errori giudiziari, dal Conte di Montecristo a Detenuto in attesa di giudizio, è sterminata. Da decenni, nel nostro Paese, languono in prigione ministri, sindaci, presidenti di regione, deputati e senatori.
Sarà la dittatura strisciante delle toghe (non ho detto rosse)? Sarà la loro smania di protagonismo? Certo che ne è passato di tempo da quei terribili anni Settanta quando il mostro da sbattere in prima pagina era uno studente con ubbie rivoluzionarie che stava antipatico al commissario di polizia. Ne è passato di tempo dai film di quegli anni dove la polizia indagava e la magistratura immancabilmente assolveva.
Adesso poliziotti e carabinieri fanno i postini. Titubanti (di certo non tremebondi) consegnano al vessato politico di turno il pezzo di carta con l’informazione che si sta indagando su di lui. Incomincia il martirio. Si scusano, quei latori di grane giudiziarie, dicendo che loro non portano pena. A incriminare gli eletti del popolo è la solita magistratura. Quella che non andava bene trent’anni fa quando assolveva, ma non va bene neppure oggi che si è fatta persecutrice. Fumus persecutionis, dicono i giuristi per indicare l’accanimento togato.
Il sindaco, l’assessore, il governatore, poveri diavoli, lasciateli in pace. Garantiscono i vicini, i parenti, i conoscenti e i cointeressati. Se qualcuno si vuol proprio togliere la voglia di levarseli di torno, usi quella matita copiativa che lo Stato ci mette tra le dita di tanto in tanto. Nel chiuso della cabina elettorale, la coscienza ti vede, il candidato no.
Sfogalo lì il tuo istinto persecutorio, elettore che ti ergi a giudice. Consumala lì, elettore frustrato e asfissiato dalle tifoserie degli innocentisti e dei colpevolisti, la tua divorante voglia di eleggerti giustiziere dell’urna. Traccia una croce. E buttala sulle spalle del prossimo. Se proprio non puoi aspettare che la giustizia faccia il suo corso. Se ti infastidiscono i politici che pontificano anche quando non sanno nulla e ancor meno hanno da dire. Se non aspettavi altra occasione per scagliare il primo sasso.
(i. s.)
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