di Mara Meo
Dov’è Di Pietro? Che fine ha fatto l’Italia dei Valori? Seguaci dell’ex magistrato di Mani pulite cercansi a Fidenza. Venendo da Parma, che siano scesi per sbaglio alla stazione di Parola o usciti allo svincolo di Pontetaro?
Se Tonino le canta chiare al governo, non ne passa una a Berlusconi, tampina Franceschini e raccoglie scrosci di applausi tra gli operai di Brescia presentandosi come l’ultimo vallo della sinistra, non si può certo dire che facciano altrettanto i dipiestristi nelle cementificate e un dì ubertose lande fidentine.
A poco più di un mese dal voto, non si hanno notizie di liste, candidati e programmi di IdV nella diocesi di San Donnino.
È vero che a Fidenza non esiste un’organizzazione autoctona di codesto partito, ma è altrettanto vero che in largo anticipo, si era ancora d’autunno, chi lo rappresentava a Parma promise di inviare quaggiù missionari, ispettori e catechizzatori al fine di fare proseliti, distinguere i buoni dai cattivi e fors’anco aprire una sede.
A distanza di mesi, non vedendo sbocciare germogli, ci viene di pensare che i virgulti trapiantati abbiano fatto la stessa fine delle pianticelle dell’albero del pane gettate in mare dalla ciurma del Bounty che si ammutinò al terribile capitano William Bligh.
Aprile se n’è quasi andato e ancora non si ha sentore della presenza di italovalorini in città, non si sa di loro candidati, di firme raccolte, di programmi stilati in bella prosa.
Qualcuno tribola, ma in mesta solitudine. Di qua spunta un baffo, di là si intravede un ricciolo, ma più che presenze sono ombre, fugaci apparizioni, fantasmi che si smaterializzano non appena allunghi la mano per saggiarne la consistenza. Di che materia sono fatti? Forse della stessa dei sogni e dei pii desideri.
Chi dice di avere visto il Baffo Moretti parlottare con una testa lucida del Pd in viale Primo Maggio. Chi dice di averlo intravisto dietro il banchetto delle firme al riparo della pioggia sotto il portico di piazza Garibaldi. Chi l’ha sentito emettere sentenze sibilline al fine di inconcludenti parlamentari della famiglia centro-sinistra. Solo e sempre lui, come l’uomo-orchestra. Più che certezze sono voci, voglie, proiezioni dei propri desideri.
Chi spiega tale assenza con la poetica dell’understatement. Chi dice sia la preparazione quatta quatta dell’arma segreta. Chi ipotizza si sia alla vigilia di un exploit da togliere il fiato e la parola. Chi sostiene sia il preludio di un mirabolante colpo di scena. Chi maligna di un ritiro dalla scena. Interessante, quest’ultima ipotesi. Prego, si spieghi meglio, gola profonda.
A detta dei maliziosi, Italia dei valori non intenderebbe presentare alcuna lista a Fidenza. Noi non ci crediamo, ma registriamo la voce perché poggia su un ragionamento non del tutto peregrino.
La console parmigiana e parmense dell’IdV ha sempre dichiarato di voler appoggiare il Pd (quale, dato che ne esistono almeno due?), ma non ha mai detto di volerlo fare presentando necessariamente una propria lista.
Perché Tonino, così severo con il partito di Franceschini su tutto il territorio nazionale, non lascia che i suoi vessilliferi in terra borghigiana srotolino le bandiere e diano fiato alle trombe? E dire che qui le malefatte e le magagne del Pd reduce dai disastri dell’amministrazione gli spianerebbero la strada e le sue critiche affonderebbero come una lama nel burro fuso.
Oltre che intelligente, Di Pietro è furbo. Dunque, se ha ordinato ai suoi di non mettere in piedi una lista autonoma, deve esserci del calcolo in questa decisione. Se, e sottolineo se.
Gli instancabili maligni, ricordatevi che stiamo sempre seguendo il loro ragionamento, insinuano, e ci autorizzano a insinuare, che l’Italia dei Valori abbia già ottenuto quel che voleva. Sia in piazza Garibaldi come in piazzale della Pace. È questa una tesi cara a chi ritiene il presidente della Provincia un burattinaio non meno abile e carismatico del compianto Gimmi Ferrari.
I muscoli non sempre occorre usarli. A volte basta mostrarli per ottenere senza sforzo quel che si vuole. Un partito con un consenso accreditato al 7-8 per cento, certificato da un autorevole istituto di sondaggio, non abbisogna del prosaico voto degli elettori per esigere il dovuto.
Siamo tra gentiluomini, no? Voi dichiarate il 7-8 per cento, io dico che è il 5-6 e vi pago in proporzione e sulla parola. Un assessorato qua, una presidenza là. Contenti? Come no! Affare fatto. Qua la mano.
Perché accontentarsi invece di contarsi? È presto detto: si evita di frazionare il già pulviscolare centro-sinistra e non si indebolisce il Pd propriamente detto con un’imbarazzante sottrazione di voti. E soprattutto non si disorienta l’elettore.
L’importante non è partecipare. È vincere senza giocare. Magari bluffando attorno a un tavolo.
|