APPUNTAMENTI DA NON MANCARE


Studia, se vuoi essere libera

Una donna con il burqa in una strada di Kabul.

 

Ho visto un film. Se non sono ancora le 21 di venerdì 8 maggio e pensate, per quell’ora, di farcela a raggiungere la sala «Anna Mainardi» del Palazzo dei Congressi di Salsomaggiore Terme, potrete vederlo anche voi. Grazie all’amico Geppo, uno degli organizzatori della proiezione, ho goduto del privilegio di vederlo in anteprima. Perciò ve ne parlo. Poi vedete voi.

È un film scandaloso.
Skandalon, per i Greci e nella Bibbia, è la pietra in cui si inciampa. L’insidia. Il tranello.
Questo film è un tranello per il conformismo che detta le nostre azioni da troppi anni in qua.
Il tranello, l’insidia, la trappola di credere che si possa essere liberi senza studiare.
Noi che veniamo da una storia recente dove a studiare e a comandare erano in pochi, siamo caduti nel tranello di credere che si possa vivere e bene, dunque avere successo e felicità, senza studiare.
Allo stesso modo in cui, noi che veniamo da una lunga storia di emigrazione, ci permettiamo il lusso di essercene dimenticati. Con il risultato che trattiamo gli emigranti da ingombranti straccioni.

Questo film è di una bellezza scandalosa perché ci fa vergognare di quel che siamo diventati.
Ci costringe a vergognarci di avere dato via l’oro in cambio di perline di vetro.
Di avere barattato il sapere e la libertà per le loro volgari imitazioni. Abbiamo preferito l’ignoranza all’istruzione.

Poi su uno schermo, su un pezzo di tela, arrivano delle persone, delle donne, che ci ricordano quel che avevamo dimenticato e ci fanno avvampare di vergogna. 

Ragazze, provviste solo di una quaderno e di un lapis, sedute sulla terra nuda, davanti a un insegnante e a una lavagna. Ascoltano. Alzano la mano. Rispondono.

Quando parlano dicono cose di una saggezza che ci fa nuovamente vergognare.

Ho cercato di trascriverle, queste parole, mentre le immagini scorrevano.

Siamo nell’Afghanistan di oggi.

«Eravamo felici, andavamo a scuola», dice una ormai cresciuta riferendosi alla rottura di quella specie di idillio provocata dall’invasione russa.  Erano felici perché andavano a scuola.
Quanti scolari o studenti italiani sarebbero pronti a sottoscrivere una simile spericolata affermazione?

Il gruppo che organizza questi corsi clandestini si proclama, giustamente, sacrosantamente,  rivoluzionario. E sapete quali sono le armi della sua rivoluzione? Sono i verbi insegnare, imparare, istruire, studiare, che ricorrono in continuazione nel film. Con pedagogica insistenza.
E, si badi bene, non si tratta di quella parodia d’istruzione che consiste nell’imparare a memoria, e nel ripetere come pappagalli, i versetti del Corano. Un apprendimento che è poi la fonte e il sostrato ideologico del fondamentalismo islamico, cioè del nemico, del persecutore, di questa avida volontà di studiare in maniera libera e laica. Estranea a qualsiasi secondo fine che non sia l’imparare per elevarsi socialmente e culturalmente. Per emanciparsi, per esercitare una professione, per costruirsi una casa e una vita. Per autodeterminarsi. Per essere libere dalla tutela carceraria degli uomini e del burqa, imposto alle donne come una via di mezzo tra il bracciale elettronico e la cintura di castità.

«La nostra tragedia è che siamo ignoranti», ammettono alcune donne. Chi governa l’Afghanistan sa però quanto l’istruzione sia importante, perciò manda i figli, figlie comprese, a studiare all’estero: in Europa e negli Stati Uniti.
L’istruzione è un bene inavvicinabile.
Come l’acqua delle tubature che attraversa i campi dei profughi, e va a finire altrove, dove cola pulita da un rubinetto. È bellissima l’inquadratura con le donne che assistono impotenti al passaggio dell’acqua blindata. Mentre la tosse di un bambino fa da colonna sonora e riassume le loro precarie e insalubri condizioni di vita. Basta un microfono, a volte, per contrabbandare la verità.

«Ho avuto la fortuna di studiare e di poter parlare», dice la protagonista. Lo sanno tutte, in Afghanistan, che studiare è la strada maestra dell’emancipazione. Ed è per questo che non mollano. Lo sa anche il bambino che, con una certa enfasi, fa discendere il destino del suo Paese dal suo profitto scolastico. Sa che potrà trasformare i voti della sua pagella (chissà come si chiama da loro e neanche qui si chiama più così) in tasselli della ricostruzione.

Donne che vanno di villaggio in villaggio a convincere altre donne a istruirsi, cioè a imparare a fare da sole perché, come dice la protagonista, «una donna non può fare nulla da sola». Neppure uscire di casa.

Donne che rischiano il carcere e la vita per portare in giro la «buona novella» dell’istruzione. Partigiane del sapere, staffette della liberazione, divulgatrici di un pezzo di carta che non è ancora la Costituzione, ma contiene gli ingredienti che la rendono possibile e attuabile: le lettere dell’alfabeto.
Un Paese che in passato ha prodotto civiltà, costretto oggi a ricominciare da capo per il fanatismo di quei pochi che preferiscono far discendere tutto il bene e tutto il male, i premi e i castighi, da Dio. Anziché piegare la schiena per guadagnarsi un po’ di bene con le proprie forze.
Fanatici che usano il kalashnikov per cancellare il diritto degli uomini e delle donne all’autosufficienza e all’autodeterminazione.

La parola scritta, dice una ragazza, insegna parole pericolose. Come uguaglianza.

I fondamentalisti possono anche continuare a sfregiare ragazze che escono per strada senza accompagnatori e che osano rifiutarli come mariti. Possono abbattere le statue di divinità sgradite ignorando che sono opere d’arte prima ancora che idoli. Ma difficilmente riusciranno a dar fuoco alle parole clandestinamente scritte e clandestinamente lette. E soprattutto non riusciranno mai a fucilare la voglia di apprendere.
Ragazze e ragazzi che abbiamo ammirato in questo film come veri combattenti della libertà, mujaheddin del sapere libero.

Mentre un Paese del Sud del mondo si arrampica lungo la china della disuguaglianza e del fanatismo religioso per conquistare il Nord dell’emancipazione (Nord e Sud da intendersi come simbolici punti cardinali), un Paese del presunto Nord scivola allegramente senza accorgersene verso l’ignoranza.
Questo Paese* sostituisce le tette ai libri di testo, il traguardo della tv costi quel che costi alla laurea, il cinismo del «così fan tutte» alle regole dell’etica e della concorrenza leale. Di quale Paese si tratti è superfluo precisare e sarebbe poco caritatevole dirlo.
Anche in questo Paese occorre ricominciare daccapo e proprio dalla scuola, che è invece più che mai negletta. Nonostante il dicastero sia retto da una donna.
Si può appartenere al Terzo Mondo della civiltà, con la prospettiva di perdere bonus e benefit, anche al volante di un Suv, con le orecchie imbottite di auricolari e firmati da capo a piedi.
Ma queste sono insane considerazioni che ci vengono dall’aver a suo tempo esercitato le corruttrici arti della lettura e della scrittura. Corrotti magari da una sola maestra in una scuola rurale ereditata dal Ventennio.  Quando eravamo orgogliosi di andare a scuola. Come i piccoli afgani di un film che restituisce alla scuola il posto che merita. Quello di levatrice di una società più giusta, più libera, più progredita.

(i. s.)

 

* «Un Paese nel quale le madri offrono le figlie minorenni in cambio di un’illusoria notorietà. Un Paese in cui nessuno vuole più fare sacrifici perché tanto la fama, i soldi, la fortuna arrivano con la tv, col Grande Fratello. Che futuro si prepara per un Paese così?». (Miriam Raffaella Bartolini)

 

Pubblicato il 7 maggio 2009

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