di Celestino Stella
Questa mattina mi sono svegliato prestissimo. Naturalmente ieri, che era il «giorno storico», la «data storica», sono stato impegnato al massimo: ero davanti al televisore già alle dieci di mattina perché, preso com’ero dalla smania di partecipare all’Evento, mi ero dimenticato che tra il Municipio di Fidenza ed il Campidoglio di Washington ci sono sei ore di fuso orario. Nonostante questo, ho avuto solo un piccolo cedimento verso le 14 e 30 (ora italiana), dopo che mi ero già rivisto per la cinquantaseiesima volta la pubblicità di quella casa automobilistica che vuole a tutti i costi regalarci il suo nuovo prodotto, appena lanciato sul mercato per farci tutti contenti. A noi.
Questa mattina, dicevo, mi sono svegliato prestissimo e sono andato al bar; poi al mercato, poi in piazza, poi davanti alla sede del Partito Democratico, poi davanti a quella di Rifondazione, poi al Punto Amico: tutto inutile. Nessuno, ma proprio nessuno, mi ha chiesto cosa ne penso di Barak Hussein Obama, della sua elezione alla presidenza degli Stati Uniti d’America.
Ho sentito quelle strabilianti parole usate dai nostri politici, dai nostri imprenditori, dai nostri mostri sacri della cultura. Avrei voluto anch’io rispondere come loro. Avrei voluto rispondere proprio come loro, infischiandomene del senso del ridicolo, della pessima impressione che avrei dato di me.
Peccato, sarà per la prossima volta.
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