CONFLITTI GENERAZIONALI

I meriti dei padri ricadono sui figli?


Leonid Breznev con la figlia Galina.

 

Egregia redazione di Nave Corsara,

devo ammettere che mi risulta particolarmente ostico rispondere alle parole di Paolo Sirocchi. Principalmente per due motivi. In primo luogo, perché non sempre riesco a seguire il filo logico delle sue peregrinazioni mentali. Il mio lavoro mi ha insegnato che, quando qualcuno non capisce quello che legge, la colpa, nella maggioranza dei casi, è di chi scrive. In questo caso, invece, farò un bagno di umiltà e ammetterò di essere io a non avere i mezzi per comprendere. In secondo luogo, a causa della «logica della locusta lessa», vale a dire quella fantastica metafora secondo cui se sei stato abituato a mangiare pollo arrosto tutta la vita, inorridirai se qualcuno ti dovesse servire una pietanza anomala. Ragionamento ineccepibile, peccato che l'oggetto del contendere non sia il cibo e che le decisioni prese non ricadono solo su chi le compie, ma anche su una comunità che le subisce senza averle fatte.

Ciò premesso, tenterò ugualmente di dare una risposta. Quando leggo parole del tipo «Cul lè l'è  un bon uperai, so fiol al gà da esar mia tant divers, provuma cun lö, po' s'vedrà», mi viene da replicare, ironicamente, che al prossimo colloquio di lavoro manderò i miei genitori, sperando che mi facciano fare bella figura. Le mie capacità, in fondo, non sono il frutto del mio lavoro e del mio studio, ma soltanto il riflesso di ciò che hanno fatto mio padre e mia madre. A tale proposito, è di oggi la notizia delle conclusioni a cui è giunto il Rapporto Lluis 2008 intitolato «Generare classe dirigente». Ebbene, secondo tale ricerca un «plebiscitario 84,7% della classe dirigente (contro l'80,6 del resto della popolazione) ammette rassegnato che le raccomandazioni qui da noi contano ancora molto di più delle capacità del singolo». Mi tocca tristemente constatare che il pensiero «sirocchiano» conferma queste statistiche.

Qualche riga più in basso leggo ancora «non è per merito del padre che candido Andrea a sindaco ma perché voglio credere che le idee del padre che ho conosciuto di persona siano in qualche modo penetrate nel figlio», come disse, mi si permetta la battuta, Vittorio Emanuele III all'indomani della marcia su Roma di Benito Mussolini (n.b.: non voglio certo paragonare Massari al Duce). Citando un grande, seppur controverso, decano della politica italiana, «a pensar male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca», che tradotto significa, parlando per luoghi comuni, fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. Io giudico l'uomo che ho davanti e le sue idee, anche se il padre dovesse essere stato il più temibile dei serial killer. Mi sembra un ragionamento di buon senso, prima ancora che strategia politica, ma forse i padri, per il semplice fatto di essere appartenuti a un passato bucolico e buonista, hanno maggiori meriti dei figli.

 

Galina Brezevna a una festicciola tra amici.

 

Proseguendo la lettura, mi imbatto in una frase emblematica: «credo alla provenienza politica intrisa di militanza dimostrata. Ed alla provenienza culturale. È il mio limite?». No, non è il suo limite caro Sirocchi. È il limite del «sistema paese» (chiedo perdono per questo orrendo e abusato termine). È per questo che un «Barack Obama de noiantri» non è nemmeno immaginabile qui da noi. Perché in Italia, se non hai portato la borsa di questo o di quell'esponente politico, se non hai cavalcato le lotte di questa o di quella ideologia, non sei nessuno. Semplicemente non esisti.

Concludo citando ancora il Rapporto Lluis: «Abbiamo l'Oscar per i leader politici più vecchi (il 49,6% ha più di 71 anni, contro una media del 30% per il resto del continente). Le poltrone che contano nel campo dell'arte e della cultura sono occupate da un'élite con i capelli bianchi, età media vicina ai 70 anni». Forse perché i padri (o i nonni) sono migliori dei figli che hanno educato. O almeno si credono tali.

Un figlio degenere,
Luigi Piscitelli

p.s.: Prometto alla redazione che questa sarà l'ultima lettera di risposta, per evitare carteggi astrusi e logorroici come già successo in passato. Diffido, però, il signor Sirocchi dal volermi impartire la lezione del «un giorno capirai». Mi ci faccia arrivare tranquillo a quel giorno, magari dopo avermi dato i mezzi per poter dimostrare quanto siano valide le mie idee.

 

 

Il senatore Ted Kennedy con la figlia Kara.

 

Pubblicato  il 18 novembre  2008

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