Di tanto in tanto, quando ci accade di essere colpiti da un articolo in cui la sostanza spessa e un briciolo di verità hanno la meglio sulla notizia di largo ed effimero consumo, prima ne restiamo affascinati. Poi ci viene il desiderio di condividerlo. Per quanto il giornale su cui l’abbiamo letto sia diffuso, per quanto sia celeberrimo chi l’ha scritto, può sempre accadere che sia sfuggito a tre o quattro persone. Ebbene, questi sono per noi numeri e ragioni sufficienti per prelevare con cura quella reliquia dal suo contesto originale e deporla delicatamente sotto gli occhi dei nostri lettori affinché come noi si stupiscano, ne godano e si commuovano.
Dalle pareti di Repubblica abbiamo staccato uno straordinario e toccante acquerello di Pietro Citati, che vi proponiamo.
Gli abbiamo lasciato il titolo originale, anche se non ci convince del tutto. Perché il cuore di quella rievocazione non è il paesaggio, ma quegli uomini, i contadini, che, insieme al cielo, avevano il potere di accudirlo e modificarlo. E, ora che sono scomparsi, i contadini hanno lasciato quell’incombenza agli smottamenti, alle piogge senza fossi di scolo, ai Suv che vanno dappertutto, alle gelate distruttive, all’assalto delle tribù cittadine, ai signori del cemento, ai costruttori di autostrade e ad altri agenti dell’anonima vandali. Buona lettura.
Gli alberi e il paesaggio che non vedremo mai più
di Pietro Citati
Nel 1965 (solo i moribondi hanno una memoria così lunga), mia moglie ed io comprammo una grande casa e un giardino sulla strada che da Castiglione della Pescaia conduce a Siena. Non costava nulla: quanto un appartamento di tre stanze e un servizio a Roma; allora abitare in campagna non era di moda.
La casa e il giardino erano bellissimi, e vi entrammo in una specie di trance. Non assomigliava a una villa toscana, ma a una villa russa dell'inizio del novecento: sembrava che il dottor Antonio Cechov, coi suoi miti occhialini, chiacchierasse ancora con gli amici scrittori, attori ed attrici, seduti nelle vaste poltrone sparse per il salotto.
La casa aveva spesse mura, che la rendevano fresca anche d'agosto: parquet lunghissimi e levigati; d'inverno si mangiava dentro un vasto camino acceso. C' era una terrazza con grappoli d'uva: una piccola chiesa; e una casetta, dove il sacerdote indossava i paramenti. Nel giardino c'erano file di pini, cipressi, macrocarpe, olmi, pioppi, lecci, tigli, magnolie, cedri del libano, cedri atlantici, querce rosse, mimose, acacie americane: color verde cupo, verde argenteo, verde squillante, verde tenero, verde luminoso.
L'occhio non si stancava di scrutare quella moltitudine di verdi, vagando da una sfumatura all'altra, come se dovesse ricostruire nella mente il colore perfetto, inesistente in natura. Senza questi alberi non avrei saputo immaginare la mia idea della vita: una continuità vibrante, una trama di rapporti e di echi, una leggerezza capace di sostenere il peso, un' infinita ricchezza di variazioni, l'arte di vincere il tempo.
Sapevo che gli alberi mi guardavano e mi proteggevano. La mattina, appena alzato, trascinavo poltrone, libri e vocabolari sulla veranda. Sopra di me il cielo era quasi innaturalmente luminoso. Qualche nuvola sembrava un gioco escogitato dal cielo in un momento di tenerezza. Nessuna cortina mi divideva dal mondo. Il vento soffiava, piegava i miei fogli e si insinuava tra i miei pensieri, che diventavano limpidi o capricciosi secondo il suggerimento dell' aria. Ascoltavo i rumori.
Due bambini giocavano sull'altalena: un cane abbaiava contro il gatto di casa: un usignolo adulto insegnava ad un usignolo piccolo l'arte della fuga: un contadino potava un albero malato; mentre a pochi metri, un treno colorato, quasi un giocattolo, orgoglio di tutti i bambini del luogo, trasportava un carico di pietrisco. Verso le undici, salivo in macchina e andavo a fare il bagno a Castiglione della Pescaia, insieme a Carlo Fruttero (che annaspava penosamente a tre metri da riva) e a Italo Calvino, che nuotava alacremente come un vero marinaio ligure.
Le case sono belle quando piacciono ai bambini, mentre i torvi adulti amano i vetri abbaglianti, i prati con la leziosa dicondra e le piscine. Lì, tutto attirava i bambini: i cipressi sui quali salivano coraggiosamente, finché una testa bionda ondeggiava fra i rami più alti: la casetta del sacerdote, dove le bambine cuocevano cibi immaginari: il cane Puck che non sapeva di essere un cane e conviveva con i gatti e i bambini: la soffitta dove si nascondeva un drago: il torrente attraversato da una passerella esile e pericolosissima: il grande prato dove la nostra Françoise portava la torta di mele, la torta di crema e gli incomparabili bighelloni (pasta fritta di tradizione maremmana); e negli ultimi giorni dell'anno, le partite a mercante in fiera, dove dodici ragazzini puntavano sull'alfiere o sul dromedario.
La cosa più bella erano i funghi. A fine agosto il giardino cominciava a produrre funghi: non sontuosi ovuli o porcini; ma modesti pinaioli, prataioli, pioppini e soprattutto leccini, che uscivano dall'umidità sotto la ghiaia, con la bellissima cappella brunastra e il gambo giallo. Per un mese il nostro sonno sapeva di funghi fritti e di marmellate di fichi e di pere. I contadini appartenevano ancora alla vecchia razza toscana. Coltivavano il grano, il granturco, l'ulivo, la vigna, la frutta: si occupavano di mucche, maiali e galline faraone. Sapevano fare di tutto: secondo le ore della giornata, erano contadini, frutticoltori, giardinieri, boscaioli, idraulici, elettricisti, fabbri, muratori, falegnami.
Dietro ogni casa, c'era un orto e un pollaio. Quale immenso deposito di sapienza: oggi è quasi impossibile immaginare quel dono di prevedere, l'amore per la realtà, l'attenzione per ogni particolare, lo scrupolo nel non sprecare, la precisione dello sguardo, e una fantasia tanto più ricca quanto più segreta. Sembrava, a volte, che la salvezza della terra dipendesse dalla precisione di una potatura.
Non vorrei idealizzare quel mondo. Era tragico, chiuso, concentratissimo: vi si raccoglieva una intollerabile violenza di affetti, uno spaventoso senso del possesso, un odio verso tutto ciò che era straniero. Non c'era mai un attimo di distensione. Pareva che un albero che non portasse un beneficio immediato, un cane o un gatto che si aggirassero liberamente nel giardino o nell'aia, fossero nemici da abbattere ad ogni costo.
Molti anni dopo, la civiltà contadina scomparve. In apparenza, l'aria diventò più libera: non c'era più quella tragica concentrazione di passioni; il mondo sembrava meno fosco ed intenso. I contadini diventarono operai agricoli. Coltivavano gli stessi ideali della televisione: adoravano le immagini adorate a Roma, New York e Londra, si sposavano come in una scena di Beautiful o di Dallas. Ma non c'era più nulla, o quasi nulla, di quella passione per il lavoro ben fatto, di quella attenzione per ogni aspetto dell'esistenza, e di quella miracolosa precisione. Si annoiavano: non amavano più potare un pesco o un ulivo o una vite: non preparavano le salsicce di maiale immerse nell'olio e la rostinciana: i piccoli orti chiusero; e se volevi comprare un uovo fresco, dovevi fare cinquanta chilometri. Soffrivano di depressione: si riempivano di pasticche; e passavano le serate dopo il lavoro, muti, torvi, con gli occhi spalancati e stupefatti.
(la Repubblica, 27 gennaio 2009) |