di Francesco Ghisoni *
Il “caso” Eluana Englaro su cui mi è stato chiesto un parere del tutto personale, è da troppo tempo alle cronache giornalistiche e televisive e il clamore non cenna a placarsi: ne parlano tanti, troppi e molti senza alcuna consapevolezza della reale situazione e dei possibili rimedi.
Non ho conoscenze né elementi diretti del caso, ma ne ho di tanti altri che quotidianamente occupano le stanze degli ospedali, degli Hospice, e delle abitazioni private.
Propongo pertanto alcune riflessioni generali e necessariamente generiche senza presunzione di possedere verità o soluzioni facili e soprattutto eviterò successivi confronti polemici non utili al dibattito.
La delicatezza del tema e il rispetto profondo per ogni persona che si trovi in analoghe o peggiori condizioni, meritano prudenza ed uso appropriato di termini e parole (quanto abuso è stato fatto in questo caso!).
Sono colpito infatti ogni giorno da quanta strumentalizzazione si sia fatta a fini ideologici, politici, religiosi; da quanta violenza sia stata usata nei termini, magari in difesa della vita e dell'uomo.
Mi sono chiesto per prima cosa in tutto questo tempo di furioso dibattito quanta sofferenza ha attraversato la vita dei suoi genitori e amici in questi lunghissimi diciassette anni. Inevitabilmente mi sono interrogato sul significato della vita e del vivere, sul suo senso, sulla sua qualità e dignità.
Dall'altro canto; come e quando la vita finisce? Quando la morte è evento naturale e come tale da accettare? Fino a dove oggi grazie all'intervento di tecnologie mediche sempre più sofisticate, possiamo spingere una vita “non naturale” e che si sarebbe interrotta spontaneamente senza intervento dall' “esterno”?
In generale posso affermare al di là del caso in discussione, che vi è oggi una generale tendenza all'interventismo medico spesso anche condizionato da una medicina difensivistica, che sfocia nell'accanimento ancor più che nell' abbandono o nel non intervento.
I centri di Cure Palliative (Hospice) per malati “terminali” sono nati per garantire il miglior accompagnamento al malato non più guaribile e, per tanti, alla morte.
Questa esperienza ci sta insegnando quanta professionalità, umanità e rispetto occorra nella difficile ricerca di equilibrio fra il fare troppo e il troppo poco: questi centri pertanto possono e spesso, devono farsi carico di situazioni ancor più critiche rispetto ad Eluana non rinviando ad altri tale responsabilità se risultano in grado di accoglierle.
Accenno ad altri temi che il caso Englaro ha aperto: dal cosìddetto testamento biologico, al diritto di scelta individuale delle cure mediche al confronto-scontro tra i poteri dello Stato; la materia va finalmente normata! Vi era un progetto di grande equilibrio a firma del Senatore Ignazio Marino, di cui la caduta del Governo Prodi ha impedito l'approvazione. Oggi altre proposte (ben diverse!) sono al dibattito parlamentare e ne attendiamo le conclusioni.
Termino dicendo che al di là delle proprie credenze e appartenenze, credo occorra spegnere i riflettori, abbassare i toni e lasciare alla famiglia e agli Istituti che verranno a gestire il caso, la ricerca della soluzione più equilibrata affinchè Eluana abbia il miglior accompagnamento possibile per quanto le resta da “vivere”.
* Il dottor Francesco Ghisoni, dirigente medico all’ospedale di Fidenza (Vaio), è responsabile della Struttura Semplice di Onco-Immuno-Ematologia e Coordinatore Rete Cure Palliative Ausl di Parma. |