A parte le buone intenzioni e le lacrime del presidente Giorgio Napolitano, non c’è nulla di convincente nell’incontro tra Licia Pinelli e Gemma Calabresi. Tra la vedova del ferroviere accusato della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e la vedova del commissario di polizia per anni accusato da Lotta continua di essere il responsabile della morte di Pinelli, precipitato da una finestra della questura di Milano il 15 dicembre 1969, in circostanze misteriose e con dinamiche mai chiarite. Dopo tre giorni di interrogatori, vessazioni e privazioni che in un Paese civile si chiamerebbero torture. «Malore attivo» è la tesi ufficiale, giunta dopo anni di indagini e incidenti probatori con manichini gettati dalla famigerata finestra per ricostruire il tragico volo.
Malore attivo: un ridicolo ossimoro, una spiegazione che è un insulto alla lingua e alla verità. Si gettò nel vuoto gridando «è la fine dell’anarchia», dichiararono sulle prime i poliziotti presenti nella stanza. Con la sua commedia Morte accidentale di un anarchico, che portò in giro per tutta Italia e persino negli Stati Uniti, Dario Fo smontò le tesi questurine. Ma non bastò certo quello, né il coraggio di tanti giornalisti, a far entrare la verità nell’inchiesta. Malore attivo: mistero eleusino, pietra tombale e bavaglio a chi si ostina a chiedere per sapere.
E quarant’anni dopo siamo ancora punto e a capo, con la riesumazione delle vedove nella giornata dedicata alle vittime del terrorismo. Gli stessi interrogativi, la stessa insoddisfazione di allora, con l’aggravante che più il tempo passa e più la possibilità di capirci qualcosa sfuma. E Licia Pinelli che si aggrappa a un filo esile di speranza: «Chissà, qualcuno che forse sa qualcosa potrebbe, dopo quaranta anni, trovare la forza di farcela sapere». Povera donna, non sa che ci sono sordità e cinismi (e paure), nei gangli dello Stato, che non basta un appello accorato a sciogliere. Ci vuol ben altro che i buoni sentimenti, quella compassione civile che ha indotto il presidente della Repubblica a invitare le due vedove al Quirinale.
È stato però il sentimentalismo, un misto oleoso di rimozione e perdonismo, di mani tese e abbracci, di commozione e palpitazioni di cuore, a dominare questa giornata della memoria che somiglia invece al principio di una rimozione. A una sepoltura definitiva. Un’oggettiva veltronata, al di là delle buone intenzioni del presidente, simile a quella che qualche mese fa provocò la stretta di mano tra una madre dei «martiri» neri e una madre dei «martiri» rossi. Il gesto al posto della sostanza. L’esorcismo che irrita anziché risolvere. Un rito di stampo cattolico, incomprensibile in uno Stato aconfessionale. Una sceneggiata che non ha certo commosso gli stragisti più o meno coperti dallo Stato, che nell’ombra hanno operato e nell’ombra restano. E non saranno certo le esortazioni della massima carica dello Stato, per loro sempre un pericoloso comunista, a far uscire allo scoperto.

L’incontro tra Licia Pinelli e Gemma Calabresi al Quirinale.
Non ci ha convinti l’intervista di Fabio Fazio a Mario Calabresi, a Ma che tempo che fa di domenica 10 maggio e non ci ha convinto neppure lui, Mario, l’ex giornalista di Repubblica, il neodirettore della Stampa, il figlio del commissario che aveva solo due anni quando gli ammazzarono il padre, nel 1972. Troppo distaccato (in apparenza, certo, perché quel che avrà sofferto per quarant’anni lo sa solo lui). Quindi, diciamo, troppo freddo per comunicare il dramma personale e troppo coinvolto per azzardare un giudizio distaccato. Indotto alfine, forse per schermirsi, a parlare più del suo libro, La fortuna non esiste, appena pubblicato da Mondadori, che della tragedia insieme familiare e collettiva.
Quando gli è stato chiesto di pronunciarsi sulle due vittime, suo padre e Pino, ha perso un’occasione che, da quel bravo giornalista che è, avrebbe dovuto maturare in anni di riflessioni. Ha detto solo che uno era un commissario di polizia e l’altro un anarchico.
A parte il fatto che non si possono mettere sullo stesso piano una professione (poliziotto) e una professione di fede (l’anarchia), non ha detto la cosa più importante: erano entrambi funzionari, servitori, del medesimo Stato. Che uno difendeva in quanto tale e l’altro avrebbe voluto smantellare. Al di là della difesa acritica dell’uno e del sogno utopico dell’altro, i due erano paradossalmente uniti dallo stesso datore di lavoro. Con una grande differenza, allora più accentuata di oggi: che tra i sedicenti difensori dello Stato si nascondevano molti servitori infedeli che ne hanno sfregiato la fisionomia rispettabile e minato le fondamenta democratiche, mentre altri suoi dipendenti, a torto etichettati eversori, come il ferroviere Pinelli, non scrivevano neppure «abbasso lo Stato» su un deposito di locomotive. Un paradosso da cui sono nati, come frutti marci e velenosi, scarichi di responsabilità e scambi di colpe.
In quegli anni, c’erano sì i nemici interni, ma da ricercarsi nelle piaghe purulente di certi organismi segreti pagati con soldi pubblici, non tra gli anarchici del circolo del Ponte della Ghisolfa di Milano, che facevano il ballerino in una trasmissione della Rai, come Pietro Valpreda, l’altro accusato della strage, o l’operaio delle Ferrovie Statali come Pinelli.

Mario Calabresi avrebbe potuto dire che suo padre, certo non un uomo di sinistra, e il ferroviere anarchico erano, ognuno a modo suo, leali servitori dello Stato. Ma non l’ha detto. Non se l’è sentita di equiparare l’obbedienza reale dell’uno alla disobbedienza virtuale dell’altro. E questa è stata la sua grande occasione persa. E questo spiega il diverso trattamento della Giustizia che dallo Stato discende: sono stati trovati e condannati i colpevoli dell’assassinio del commissario Calabresi, ma non si sa nulla dei responsabili (sia pure accidentali e involontari) della morte di Pino. È comprensibile che alla vista di un comportamento così asimmetrico montino la rabbia e la richiesta di una giustizia prima dilazionata e poi barattata con una sceneggiata.
Alla lunga, l’uso poliziesco di pacifici anarchici quali Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda come capri espiatori, vittime designate da prelevare e rinchiudere per sobillare e poi far sbollire l’ira popolare, ha prodotto la trasformazione di un innocuo movimento di idealisti in una balorda combriccola di bombaroli pasticcioni e di writers esagitati. Nei cosiddetti anarchici insurrezionalisti. Anche queste degenerazioni ce le siamo andate a cercare. Tollerando i silenzi dello Stato e chiudendo più di un occhio sulla Giustizia ingiusta.
Perciò, anche le scritte di questi giorni sui muri di Torino, fuori della redazione della Stampa e della sede del Pd, consideriamole alla luce di una pratica inevasa lunga quarant’anni. Tanto polverosa quanto dolorosa. E più che mai a rischio di archiviazione. Per non dire a destinazione macero.
(i. s.)

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