La Lina, il Giuseppe. il Mario, il Sergio (e forse anche il Lino e l’Ugo, tanto per dare una rispolverata all’album della famiglia socialista).
Si scopron le tombe,
si levano i morti,
i martiri nostri son tutti risorti…
(Inno di Garibaldi, di Mercantini e Olivieri)
Se sono così vetusti i nomi che il peraltro non imberbe Benvenuto Uni tira fuori dal cilindro per compilare la sua lista elettorale c’è da stare freschi. Anzi, stagionati. Ci sovvengono memorie sanremesi, anno 1967.
«La solita strada, bianca come il sale
il grano da crescere, i campi da arare...»
(Ciao amore ciao, di Luigi Tenco)
Ma sì, le pluririmestate zolle della ben nota politica fidentina. Volta e rivolta sono sempre quelle. Il mutamento di sigla, ancorché civica, non garantisce cambiamenti di testa. Al massimo, giramenti. Da Giano bifronte.
«Ho deciso di scendere in campo solo
perché intendo fare qualcosa di buono per Fidenza».
(Mario Cantini, da L’Informazione di Parma del 20 gennaio)
Oh, no! Un altro che si mette a disposizione, che vuol rendersi utile. Il servizio civico come fonte per lo scatto di carriera e il riscatto sociale? Suvvia, non siate maligni. Ricordate Ermanno «Nàni» Ghiozzi? Pure lui voleva mettersi a disposizione e non certo per carrierismo, essendo giunto a fine corsa, professionalmente parlando. A proposito, che ne è stata della sua disponibilità, se l’è forse dimenticata nel portombrelli di Alby? Deve esserci qualcosa di più e di diverso che spinge inesorabilmente il Mario e il Nàni tra le braccia della politica.
«Guardare ogni giorno
se piove o c'e' il sole,
per saper se domani
si vive o si muore».
(Ciao amore ciao, di Luigi Tenco)
Ecco: la noia, come suprema spiegazione. La politica scaccia gli umori neri. Una giustificazione più che accettabile. Anche noi facciamo i rompiscatole per ingannare il tempo e tenere a bada l’uggia che ci procurano i sopra elencati.
Ma non è una spiegazione bastevole. Continua a girarci in testa la vecchia canzone di Tenco. Che ci inonda di struggente malinconia, dopo averci spinto alla fuga.
«Andare via lontano
a cercare un altro mondo
dire addio al cortile,
andarsene sognando».
(Ciao amore ciao, di Luigi Tenco)
Il sogno è durato poco. Le «strade grigie come il fumo», benché si trovino «in un mondo di luci» ci fanno sentire nessuno. Non è servito a nulla «saltare cent'anni in un giorno solo, dai carri dei campi agli aerei nel cielo». Se tornassimo, siamo sicuri che il Mario, il Benvenuto, l’Ugo eccetera li troveremmo ancora lì, dove li avevamo lasciati prima di scappare a gambe levate. La nostalgia è forte, il desiderio di rivederli altrettanto. Ci trattengono la nostra incompetenza e i soldi per il biglietto di ritorno.
«Non saper fare niente in un mondo che sa tutto
e non avere un soldo nemmeno per tornare.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao».
Non sapere fare niente, già. Fossi anch’io ragioniere, geometra o laureato alla Bocconi, potrei dire con fondato orgoglio:
«In questi anni ritengo di aver maturato
una buona esperienza amministrativa
e vorrei metterla a disposizione della mia città».
(Mario Cantini, da L’Informazione di Parma del 20 gennaio)
Dite di avere già udito una simile manifestazione di buona volontà, espressa più o meno con le stesse parole, forse in maniera un tantino più ampollosa?
«L'Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà. Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare…».
(dal discorso della «discesa in campo», pronunciato da Silvio Berlusconi il 26 gennaio 1994)
No, non è questa? Dite che il personaggio che la pronunciava era sì, più o meno bassetto uguale, ma più conciso? Beh, sì, ci sarebbe anche una versione simile di un’altra discesa in campo, ma non credo che sia stata quella a influenzare il nostro Premier. Non fatevi fuorviare dalle assonanze. La ricostruzione filologica può portare su sentieri minati.
«Amo questo Paese…».
(Al Pacino-Michael Corleone nel film Il Padrino parte III, 1990)
E ancora:
«Io amo il mio Paese».
(Frank Costello alla commissione che lo stava mettendo alle corde)
Eh, la cinefilia. Sai dove comincia, ma non sai mai dove ti porterà. Come la politica, qui da noi a Fidenza.
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