Leggo su Repubblica l’articolo che Roberto Saviano dedica al libro di Raffaele Cantone e mi demoralizzo: non c’è scampo. È da parecchi anni il giudice Cantone vive sotto scorta come l’autore di Gomorra. Ma che vita è?
Se la sua attenzione cede, se si concede una distrazione, è fritto. Non può mai rilassarsi, la più piccola imprudenza può costargli la pelle. Ma che vita è? E quanto può durare? E i suoi famigliari? Anche loro sotto tiro?
Quelle dei Saviano e dei Cantone sono vite da sequestrati. Rinchiusi in un incubo che comincia quando si svegliano. Vite in libertà vigilata, sorvegliata da angeli custodi con la pistola che di fatto sono i loro carcerieri. Vite che non sono più fatte di piccole cose, quotidiane e concrete, ma di estenuanti calcoli. Tutto è calcolato in funzione della propria salvaguardia. Le strategie per combattere l’avversario confinano con l’istinto di sopravvivenza. E c’è sempre il rischio che il secondo finisca per prevalere sulle prime. Se le armi per lottare fanno cilecca, si conservano le forze residue per sfuggire al predatore. Sì, perché quelle di Saviano e Cantone sono rivolte sconcertanti. In questo strano Paese, quando gli agnelli si ribellano, spesso i pastori danno una mano lupi.
Dunque, quanto si può durare avendo contro tutti, compresi gli sciacalli e le iene che digrignano i denti se cerchi casa nel loro quartiere?
I condannati all’ergastolo sanno che standosene buoni e zitti non marciranno in galera. Gli oppositori dei regimi più crudeli attendono il futuro, la rivolta, i liberatori o la morte naturale del dittatore. Molti sono stati esauditi, la storia prima o poi li illude o li accontenta.
Ma un uomo di legge e di giustizia condannato a morte nel proprio Paese in base a una «fatwa» emessa da un tribunale criminale della mafia o della camorra, della sacra corona unita o della ’ndrangheta, che speranza ha?
Le mafie non crollano come i regimi, non si impietosiscono, non si autoriformano, non possono essere sgominate da guerriglie e marines. Le loro vendette si trasmettono di padre in figlio, rimbalzano da un continente all’altro. Nessuna loro pratica è archiviata. Non sono ammesse remissioni di querela né indulgenze. Rappresentano il nemico invisibile, la minaccia continua, il pericolo in perpetuo agguato. I magistrati che si mettono contro le mafie non possono né pentirsi né abiurare. Non hanno via di scampo. Se non quella di arrivare alla fine dei loro giorni con le guardie armate al capezzale. Sempre che non saltino in un’auto imbottita di tritolo o siano abbattuti da un cecchino.
Ma anche chi muore nel proprio letto di che muore? Di morte naturale o dei veleni della paura che la persecuzione gli ha inoculato nel sangue? L’angoscia dell’assediato accelera la sua fine? Siamo al paradosso del cacciatore minacciato dalla sua preda.
Quando veniamo a sapere che un nemico della mafia o della camorra sono stati ammazzati, e ci chiediamo come sia potuto accadere nonostante la scorta e le amorevoli attenzioni, ci vengono spesso atroci sospetti.
Sì, d’accordo, le spie, gli infiltrati, i complici, le soffiate, i collusi, fanno la loro parte. Ma a inquietarci ancor più del tradimento è la stanchezza della vittima designata.
Stanco di correre, stanco di proteggersi, stanco di essere un problema per gli altri che gli stanno attorno e che condividono i suoi stessi rischi, un brutto giorno il perseguitato decide di farla finita. Si smarca dalla custodia cautelare (in questa confusa mescolanza di buoni e cattivi propria dell’Italia, ogni termine è reversibile) ed esce allo scoperto. Diventa un bersaglio che i suoi segugi non possono non vedere. Eh sì, i diligenti carnefici non possono ignorare la richiesta: il condannato vuole essere ammazzato. Loro lo fanno malvolentieri, ma lo devono fare. Avrebbero preferito tormentargli la psiche piuttosto che trafiggergli il corpo, ma se quel magistrato ha scelto l’eutanasia perché non assecondarlo? Non sono obiettori di coscienza, loro. Ma boia coscienziosi. Ed con la morte nel cuore che eliminano l’imprudente dal loro programma.