di Lara Sanpaoli
I genitori le vietano l’uso del telefonino e lei si uccide. A tredici anni. È una di quelle notizie che bruciano tutte le altre e scavalcano le guerre del mondo. Una sberla in faccia che ti fa sembrare rimediabile il conflitto tra israeliani e palestinesi, ma irrimediabili i conflitti generazionali.
Una zecca che ti si conficca nel cervello, spesso confuso con il cuore perché è lì che senti premere la spina del cilicio esistenziale. Una siringa che ti succhia il sangue delle speranze.
Un episodio, uno dei tanti, che si presta alle solite prediche (da cui questa non si discosta).
Per esempio, sui genitori che non dicono no a niente o dicono di no a tutto. Per paura di sbagliare, nel timore di non restare promossi all’esame della storia, capitolo modernità.
Genitori, poveretti, imbottiti di chiacchiere dai pedagoghi del televisore. Sempre più incerti, temono la mossa sbagliata, che possa danneggiare il figlio e ritorcersi contro di loro. Paralizzati di fronte alle mode che impongono aut aut e non tollerano tergiversazioni, tentennamenti, caute valutazioni critiche, difficili dosaggi, ragionamenti complessi, scappatoie furbesche: il telefonino, la tivù, la playstation non sono cattive in sé, dipende dall’uso che ne fai e il tempo che ci spendi e bla bla bla. Balle, perdite di fiato e di tempo per chi ha tempo da perdere.
La moda, tutte le mode, esigono risposte secche: mi compri o non mi compri? Sei dentro o sei fuori? Tutto il resto è fuffa da filosofi catodici, al plasma, digitali terrestri e forse un po’ marziani.
I ragazzi, da questo dopoguerra portatori sani di tutte le mode che il mondo ci vomita addosso, pretendono un sì o un no secchi, non è consentito menar il can per l’aia né svicolare: me lo compri o non me lo compri?
Quando leggi il titolo che una ragazzina di Lecce si è tolta la vita perché i suoi le avevano proibito l’uso del cellulare per mezza giornata, la reazione del lettore, il suo primo pensiero va alla superficialità del cronista: chissà quale dramma familiare c’era dietro. Probabile. Per esempio, genitori assenti o violenti, troppo severi o mezzo deficienti. E per contro una ragazzina troppo sensibile, fragile, come si scrive sempre in questi casi. Vallo a sapere e nessuno lo sa. Anche le versioni approfondite, siano di provenienza televisiva o clinica, dopo un po’ si somigliano tutte. Un repertorio di casi cui applicare un repertorio di spiegazioni.
Del caso specifico è fatta poltiglia e vetrino da microscopio per risalire al Dna delle cause remote. Sempre irreperibili. Intanto il tempo passa e i sonniferi degli specialisti fanno il loro effetto. Almanaccare, interrogarsi, sputare sentenze per un certo numero di giorni serve a dimenticare, a far sì che il caso sia risucchiato e sepolto negli abissi della memoria collettiva. Resterà solo e inestirpabile in quella privata dei genitori. Forse di parenti e amici.
Se è tutto così complicato da capire e da spiegare, se il mistero è l’ultima ridotta della nostra impenetrabile mente e la morte è una serratura inviolabile, perché non arrendersi? Cari genitori, perché non gettare la spugna di fronte alle richieste dei figli, delle mode e del mercato?
Perché, su una materia così ignobile come la plastica del telefonino o della playstation, non lasciar perdere le battaglie di principio? Perché battersi come fosse questione di vita o di morte, quando potrebbe trattarsi proprio di questo, di vita o di morte, ma sul serio, fuori di metafora? Perché non spaventarsi di fronte ai ricatti estremi e non accettare di pagare il riscatto di plastica? Perché non considerare temibile le minacce di un adolescente? Perché dimenticarsi che loro, più di noi, hanno la forza (della disperazione) di metterle in esecuzione? Perché provocarli con una sfida, una risata o un’alzata di spalle? Per gli adulti tutto diventa relativo, mentre per i ragazzi tutto è ancora assoluto. I grandi possono anche aver capito che non vale la pena di fare la voce grossa, ma loro alla voce grossa (che a volte sono inquietanti silenzi) possono fare seguire azioni sconvolgenti e definitive. In altre parole, nessuna loro rimostranza o richiesta di oggetto futile deve essere presa sottogamba. Ricordiamoci che sono idealisti nell’età dell’idealismo incurabile.
Il loro ideale è il telefonino e l’uso che ne fanno per raccontarsi stupidaggini con i coetanei? Lasciamo che sia. Non impanchiamoci a giudici. Lasciamo che si scambino sms sul nulla (chi siamo per giudicare?), che si rompano gli occhi e si brucino il cervello con la playstation (il che è tutto da dimostrare). Meglio deficienti e vivi che «tirati su bene» ma morti.
Lasciate, cari genitori, che il mondo delle cose brute abusi dei vostri ragazzi fino all’abbrutimento. Non avete la forza di combattere il mercato, perché di questo si tratta: E non potete chiamare in soccorso il vostro passato. È trascorso troppo tempo da quando battagliavate con i vostri genitori per i capelli troppo lunghi o la gonna troppo corta. Quella era una questione privata, dove c’entrava più il costume che la moda intesa come macchina del consumismo e del conformismo mondiali, determinata a stritolare chiunque intenda opporsi o resisterle.
In nome di quali principi educativi, fede religiosa o ideale politico contrastate il telefonino che si beve il flusso di parole dei vostri figli? Sareste disposti a sorbirvele voi tutte quelle confessioni? Ne capireste qualcosa? E ci sareste poi lì ad ascoltarli ogni volta che se lo aspettano o ve lo chiedono? Credete veramente all’altra suprema balla dei nostri tempi secondo cui con i figli non è importante quanto tempo ci si passa insieme ma come ci si sta?
Cari genitori, evitate soprattutto i paragoni con il vostro aureo passato ormai incomprensibile anche ai quarantenni. Portare i capelli qualche centimetro sotto la nuca o la gonna qualche centimetro sopra le ginocchia non era una scelta conformista e non è stata una grande conquista. Chi lo faceva, chi no. Ci si accapigliava, ma non ci si ammazzava. Massimo si scappava di casa. Poi vi si tornava con le proprie gambe o con i carabinieri. I venditori di mode non si erano ancora fatti mostri furbi, voraci e globali.
Il massimo del consumismo & conformismo organizzati erano rappresentati da quel brav’uomo di Fiorucci. La situazione era molto mista e aperta (o perlomeno così sembrava) a differenti soluzioni. Ora abbiamo il pensiero unico e il comportamento da gregge.
Non lasciamo dunque che i nostri ragazzi camuffino la richiesta del telefonino per una rivendicazione di libertà. Tiriamoglielo dietro e in testa, il cellulare. Ne facciano quel che vogliano. Se lo tengano e ne facciano indigestione. Assecondiamo i loro capricci, anziché esasperarli. Meglio un telefonino oggi che il motorino di ieri, altro oggetto di culto adolescenziale oggi un po’ in ribasso, anch’esso fonte di liti e disgrazie mortali.
Non abbassiamoci al livello dei fabbricanti di gadget di plastica. È una battaglia persa. Che uccide i genitori in un modo e i figli in un altro. Lo capiranno da soli che non basta un telefonino per comunicare. E se non lo capiranno mai, vorrà dire che il mondo sarà cambiato per sempre. Ed è una di quelle cose che nessuno può farci niente. Pomposamente chiamate inesorabili.
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